 Nome: Antonio Zagabria Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.
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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
mercoledì, 29 aprile 2009, 01:21
Il punto cardine di tutta la storia è ovviamente poco chiaro ai più. E' un misto di folklore, leggende marinare, e soprattutto maltempo. Il vecchio Jack Piciolla a proposito della lupa di mare.
Come sempre in queste occasioni il sindaco, convocato lo stato d'emergenza col resto del consiglio municipale, decise di convocarmi.
Sapevo grosso modo di fronte a cosa mi sarei trovato, causa situazioni simili. Simili ma non uguali, a dire il vero ero abbastanza preoccupato dal come si era posta questa faccenda fin dall'inizio. Dietro certi fenomeni atmosferici si nascondono cause laterali a dir poco vomitevoli. Conati donati dal pensiero di bestie che con la carne in senso stretto hanno poco a che vedere, forme quasi aeriformi, o liquide. Rinunciare al loro stato di organizzazione e complessità, in favore di una vita diluita nel tempo.
Tuttavia la forma pura delle cose scompare, come sostengono alcuni autori polacchi, tanto nel teatro, quanto nella tradizione orale. Troppi concetti laterali fungenti da palcoscenico, portano ad una visione troppo sballata di come stanno in effetti le cose. L'ideale sarebbe fronteggiare quel determinato tipo di mostro all'improvviso, per comprenderne appieno orrore e potenza visuale.
I buchi sul tappetino della macchina non corrispondono a quelli del pavimento metallico, così da non avere esattamente l'impressione di trovarsi sospesi a trenta centimetri dall'asfalto che neppure troppo rapidamente sguscia sotto tal ammasso di ferro verniciato di beige. Le macchine di una volta, lamiera rigide, sospensioni di campagna, niente elettronica, mangiacassette, cambio a forma di
Una Renault 4, un'automobile fin troppo scontata per chi viene da centri urbani rimasti parzialmente fuori dal tempo. Centri urbani? Parliamo di centri rurali piuttosto, di recente convertiti al terziario, causa possibilità di sfruttamento turistico. Dieci anni fa erano molto più popolari e comuni come automobili, ma anche adesso se ne vedono in giro parecchie.
La nebbia di mezzogiorno non la si vede tanto spesso. Il problema è esattamente questo, sembra che la città sia in fiamme. Nebbia che viene dal mare, foschia marina, densa come un mare evaporato di colpo. Una grigia coltre che dalla riva risale sui pendii, inghiottendo la città interamente.
Le città portuali, solo loro sono soggette a questo tipo di problemi. Sembra che un incendio abbia divorato tutto, ma non c'è ombra di fiamme, solo nebbia che sembra fumo. I banchi si addensano anche sulla strada.
Macchine ferme ai bordi della carreggiata, in attesa che il tempo migliori. Macchine incidentate di persone che cercano di constatare i danni, in un'atmosfera surreale, fastidiosa ed intorpidente.
Il problema però, noi addetti ai lavori, sappiamo fin troppo bene quale sia.
A velocità moderata, armeggiando con il joystick per mutilati di guerra, arrivo nel luogo dell'appuntamento, la farmacia vicina al lungomare.
L'assessore al turismo porta come suo solito dei quasi eleganti occhiali da sole. Eleganti poiché non troppo vistosi ne' comuni.
Per il resto è vestito in maniera abbastanza sobria, e col suo cardigan nero buca la nebbia.
Mi tornano in mente pranzi di pesce e sconfitte elettorali. Non riesco però a collocare bene nel tempo tutte queste cose.
Giunti a distanza di dialogo mi ha incalzato con le informazioni a me necessarie alla risoluzione della crisi.
-Ora glielo spiego: è iniziato stamattina, e già si sono verificati i primi incidenti. Lei capisce che scomodare l'esercito per una cosa del genere attirerebbe troppi occhi sulla città, e ne potremmo risentire turisticamente.
-Una volta che il problema sarà risolto, qualunque esso sia, secondo me potrebbe fruttare un sacco di pubblicità gratuita. La gente del Nord non è così superstiziosa.
-Lei non ha ben capito come stanno le cose.
-Evidentemente no, intende chiarirmi le idee?
-Ha capito perché si trova qui, vero?
-Volete avvalervi della mia esperienza come detective, mago nero, e chiaramente anche scienziato...
-Lei non è uno scienziato, rientra nella definizione di tecnico.
-Io sarei un tecnico? Va bene ugualmente. Ad ogni modo volete avvalervi della mia esperienza, anche in campo meteorologico possiamo dire, per eliminare questo problema della nebbia.
-Il grosso del problema non è la nebbia, sono i... lupi. Ma lei non ha letto la missiva di briefing, in cui venivano chiariti i dettagli dell'intero affare?
-Assolutamente no. Ho preferito recarmi direttamente in loco, cioè qui, dopo aver fatto una abbondante colazione.
-Lei è un irresponsabile.
-Affatto, ho preferito tralasciare la lettura della missiva per recarmi il prima possibile qui. Quanto alla colazione era indispensabile per la corretta riuscita della missione. Ad ogni modo non ho capito la faccenda dei lupi. O meglio diciamo che ne ero in parte cosciente, ma ho preferito per una questione di equilibrio mentale mio fingere che le cose non stessero come intimamente temevo.
-Dalla nebbia, escono dalla nebbia... sembrano fantasmi, sono più furbi del gatto più furbo che lei possa aver incontrato.
-Escono fuori dalla nebbia? La lupa di mare, appunto quello che temevo.
-Esatto, alcuni marinai della zona la chiamano così.
Non della zona, ma del nostro emisfero.
-Cazzo, non pensavo esistesse davvero. Si sa che nelle città portuali gira gente di merda, pensavo fosse una specie di monito riguardo lo stare attenti quando si passa per una città portuale, un modo molto poco diretto, quasi un eufemismo...
-Ho capito cosa intende dire, la smetta con questi sproloqui inopportuni. Cosa intende fare? Abbiamo avuto quattro incidenti stradali nella mattinata, sono morte dieci persone in quel modo, ed altre quattro...
-Altre quattro?
-Sbranate dai lupi, e poi vi è un numero imprecisato di feriti. Tutto in una sola mattinata. La gente è chiusa in casa, le comunicazioni telefoniche purtroppo sono state tagliate solo mezz'ora fa. Dobbiamo chiudere la faccenda e procedere all'insabbiamento.
-Non capisco tutta quest'animosità nell'insabbiare, ok che siamo in una località turistica, però...
-Lei non capisce, dice bene, non capisce proprio un tubo, ed inoltre il livello delle sue battute è bassissimo. Non abbiamo bisogno di questo tipo di pubblicità. Sta a lei sistemare le cose. Si ricordi della sua pensione, attinta direttamente dal fondo comunale delle emergenze.
Che dire, cinquantamila euro per un lavoro di poche ore sono un'infinità di soldi. Pensare che quando lavoravo come barista strasottopagato prendevo due euro all'ora.
-Un'ultima cosa...
-Mi dica.
-Mi serve una mano a tirare l'apparecchio fuori dalla macchina.
-L'apparecchio?
-Una mia invenzione, serve a spostare la nebbia.
Il suo sguardo comunicava disprezzo e totale assenza di speranza. Probabilmente non aveva tutti i torti.
Tiratolo fuori dalla macchina l'assessore spariva nella nebbia, in direzione rifugio. Chiaramente coloro i quali gestiscono la direzione della crisi non possono troppo esporsi ai rischi derivanti dal contatto col male stesso.
Una serie di cose da tenere in considerazione a riguardo di tal bestia. Il folklore mi dice che non si tratti di un maschio, bensì di una femmina. La cosiddetta lupa di mare.
Una bestia in grado di fiutare i maschi, indurli ad evacuazione delle viscere col solo sguardo, divoratrici di intestini sgomberi. Preferisce gli uomini, come una puttana qualsiasi. Continua a cibarsene fino al cambio di vento. Una tramontana furiosa è più che sufficiente ad ucciderla.
Il lungomare continuava chiaramente ad essere deserto. Evacuazione necessaria della cittadinanza. Evacuazione necessaria della mia ampolla rettale. Ci avrebbe pensato la lupa col suo sguardo a regolare il mio moto intestinale.
Attendevo il coagularsi della nebbia nella figura dei lupi, delle lupe, o più semplicemente della lupa.
A riguardo della natura più o meno demoniaca di tale fenomeno atmosferico non mi andava ne mi va di discutere con i solito burocrati della curia, tuttavia fa un certo effetto vedere banchi di nebbia addensarsi sempre più fitti, fino a costituire lupi in carne ed ossa.
Occhi vuoti, denti così bianchi da figurare ugualmente nel bianco della nebbia, quanto e più della nera giacca di un assessore. Pelo schematicamente grigio.
A causa della mia dieta quasi completamente composta da latte, caffè e sigarette, le mie viscere risultavano essere sgombere ed inattaccabili,
Ne comparivano a decine, ma solo una parte di loro sembravano effettivamente interessate a me.
Ucciderli tutti con un singolo colpo del mio macchinario, lo spazzanebbia, un'arma micidiale in grado di spazzare via interi banchi di nebbia dalla strada, sfruttando il potere della sua turbina maligna, speditami direttamente da Utretch, da una poco nota industria di motori per barche. Il macchinario di mia invenzione non aveva mai subito un vero e proprio battesimo del fuoco, poiché quando la nebbia compariva sulle strade di campagna solevo limitarmi all'uso dei fendinebbia, senza scomodare tale prodigio della tecnica.
Tiravo la cordicella di accensione, pregustando il momento in cui tutti i lupi sarebbero svaniti insieme al vento. Il motore non si accese, i lupi mi puntarono.
Prontezza di riflesso, sangue freddo, fortuna, e abilità nel sapere sfruttare azioni prive di logica indotte dal panico. Disceso il più vicino a me scivolo in grado di condurmi dal lungomare alla spiaggia, ho corso, inseguito dai lupi che avevo sfidato, più da altri che si materializzavano ovunque intorno a me, sino a raggiungere la riva. Mi sono tuffato nell'acqua di alcuni centimetri continuando a bestemmiare per la leggerezza delle mie scelte.
All'età di ventitre anni ero arrivato davvero scemo. Quei soldi tuttavia mi potevano svoltare la vita.
I lupi a causa della loro natura nebulosa si sarebbero automaticamente disgregati tuffandosi in acqua, e di ciò ne ero cosciente io quanto loro.
La prima tramontana li avrebbe spazzati via. Io da canto mio nell'acqua ero al sicuro.
Occhi a pelo d'acqua potevo osservare più di venti lupi sulla spiaggia osservarmi, più un'altra decina sul molo alla mia sinistra.
I loro occhi, erano così diversi dai nemici incontrati fino ad allora. La mia disponibilità a fidarmi, seppur con riserva delle persone, è stato più o meno il mio più grosso limite nel relazionarmi con la gente. La gente è un nemico subdolo, mente, si giustifica, ti colpevolizza, cerca di convincerti che è buona. Io ho sempre cercato di convincere gli altri e me stesso di essere una persona di merda, amorale, tendente al metterlo in culo a tradimento. Ho sempre preferito evitare i convenevoli, in favore di dimostrazioni pratiche. Nessuna rassicurazione, al massimo timore.
Queste lupe mi assomigliano. Non mi mentono, è palese che mi vogliono morto. Non si tratta di animali che ti si nascono nelle mutande e ti staccano le palle quando sei impegnato in altro. Non elemosinano la mia pietà per azzannarmi agli stinchi, mi volevano morto, ed avrebbero avuto abbastanza facilmente quello che volevano.
Una posizione più comoda, il morto a galla. I loro sguardi fissi, i loro ringhi di avvertimento.
Ci sono donne che mentendo ti feriscono, e lo fanno solo per loro egoismo. Altre che mentendo si feriscono, e sono degne di compassione e spesso anche di amore. La realtà è ingannevole, ed io sono così stanco e deluso dalla gente da potermela prendere solo con certi mostri immateriali, tra i più belli, tra l'altro, che abbia mai visto.
Una serie di fantasmi nel mio cervello inoltre si fanno spazio mentre cedo calore umano, il mio, all'acqua in cui sono immerso.
-Sei il solito ritardato, onori il tuo nemico solo per rendere meno disonorevole la tua morte.
-Non sai ben giudicare le situazioni, hai una prospettiva molto sbagliata di tutto.
-Ci metti così poco a farti ferire, eppure il compatimento ti da così tanto fastidio.
-Nella migliore delle ipotesi, con un po' di cotone sarai ugualmente presentabile al funerale.
-Ti vanti sempre di questa tua tendenza a concedere dei vantaggi ai tuoi nemici non programmando le tue mosse. Il tuo rifiuto di tattica e strategie non è compensato dalla tua abilità, sei solo un fallito che certo di perdere in partenza evita a prescindere il confronto.
-Io l'ho fatto solo perché mi sentivo controllata da te.
La menzogna è il male peggiore. A causa di essa la storia è inaffidabile. A causa di essa tutto quello che riesco a provare verso i rapporti umani è delusione. Il grado di fiducia da mettere in mano al prossimo. Il mio istinto mi dice di concedermi, la mia esperienza mi ride dietro per mie ingenuità bambinesche.
L'utilità di avere una sacca di pensieri in grado di indurre rabbia immediata è comunque indispensabile per il corretto approccio a tematiche quali i mostri marini o peri-marini.
Uscito parzialmente dall'acqua e giunto al limite col terreno dei lupi sulla spiaggia ho tentato un pugno. Fulmineo contro il muso della lupa, come un raggio di gas gelato, che si solidifica conficcandosi nella tenera carne di mammifero.
Colpo fallito ovviamente, mano ferita da zanne traslucide.
Esattamente come da me preventivato e desiderato. A rigor di chimica non ha senso che la nebbia abbia simili valori di consistenza.
Reimmerso in acqua ho fatto l'unica cosa che potevo fare, recitare il mantra di evocazione dei venti del nord, offrendo loro in sacrificio il sangue vivo che usciva dalla mia mano.
Ho riso alcuni minuti nell'intervallo di cambio del vento. Tutto quello contro cui ho combattuto e che ho distrutto, l'importante è che io non lo consideri battuto. Bisogna tenersi stretto tutto l'odio per i propri nemici, una discreta risorsa nella preparazione di una maledizione di livello elevato. L'odio è il principale catalizzatore per qualunque rituale di concretizzazione dei desideri. Più che di catalizzatore si tratta di comburente.
Poi dal nord è arrivata una severa tramontana, alte pressioni sguscianti sul mare come uno slittino, direttamente dal nord Europa, seriamente intenzionati ad assistermi in favore del sacrificio di sangue e di odio effettuato. Il grosso corpo collettivo della lupa di mare è stato spazzato via, e fuori da quel miasma i singoli corpi di carne non hanno potuto che evaporare.
Steso sulla sabbia ho bestemmiato per il tabacco salato da buttare. L'acqua di mare corrode un bel po'.
Il sole è comparso all'improvviso. Ho scrollato un po' di sabbia e poi sono andato al distributore automatico. Con un fondo pensionistico di cinquantamila euro in effetti ho potuto anche evitare per qualche tempo di bestemmiare contro i rincari del tabacco.
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mercoledì, 08 aprile 2009, 13:05
Tu che strisci nella terra appena nata,
mangi merda or ora defecata,
da adolescente ti si chiama pupa,
ti fai più brutta muta dopo muta.
Adulta ronzi da far schifo,
e ti vesti di metallo,
Mi disturbi mentre studio male,
le bestemmie non tardano ad arrivare.
L'elenco telefonico ti sbudellerà,
ma solo a sufficienza da stordirti.
L'accendino brucia le tue ali,
e rimani solo con tre zampe.
Tenti fino all'ultimo di seguir la luce,
ma sei messa davvero troppo male.
Finisci dentro al gabinetto ancora viva,
e stringi amicizie un po' schifose,
col piscio scuro e i resti di un moscone.
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martedì, 03 marzo 2009, 14:28
La serratura va aperta col sangue.
-Quale serratura? E dal sangue di chi?
Un eterno girare, intorno al medesimo cerchio disegnato col gesso su un linoleum che imita schifosamente un parquet.
La bruttezza di un pavimento del genere la si nota quando cade una sigaretta per terra, e si vede quel marrone bruciare come plastica invece che come legno.
La noia rallenta il tempo, le sigarette lo spingono avanti.
Fumare una sigaretta alla fermata del bus ti fa andare avanti nel tempo fino a fare arrivare il mezzo in questione. Conosco gente che ansiosa di laurearsi ha fumato così tante sigarette in un giorno di spostarsi di dieci anni in avanti, aihmè, ancora senza laurea. Altri hanno fumato così tanto da spostarsi in un futuro in cui semplicemente erano già morti. Prima ancora che induttrici di cancri e di malattie cardiovascolari, le sigarette ti uccidono invecchiandoti.
Esco dal cerchio. Faccio la spesa. Il solito cibo liofilizzato a cui va aggiunta acqua bollente. L'alternativa è la mensa. Questi cibi grassi solo a parole li macino perdendo chilo dopo chilo.
Ipertiroidismo, metabolismo da squalo o drago. Nessun sintomo. Nessun segno tangibile.
La vedo trentenne. Gli anni per lei sono passati più velocemente. Probabilmente a causa del suo tabagismo. Ma le sigarette dovrebbero spostarti in avanti nel tempo, non farti semplicemente invecchiare nel tempo in cui ti trovi. Ovviamente non me la spiego sta faccenda.
-Non ci vediamo da un sacco di tempo.
Le chiedo.
-Non ti trovo troppo bene.
Mi dice.
Il suo cattivo gusto. Non sono molto diverso da cinque anni fa. Mi sono addirittura dovuto fare la barba dopo averla incendiata per sbaglio.
-In cosa sono diverso da cinque anni fa?
-I tuoi occhi. Hai dovuto rinunciare a qualcosa. E' fin troppo palese.
Cinque anni fa io avevo... boh. Ho perso il conto dei miei anni attuali. Le conversazioni innaturali mi fanno venire il prurito in testa.
-Neppure io ti trovo granché. Sembri invecchiata.
-Questo è quello che ti fa una gravidanza all'anno.
-Una gravidanza all'anno? Ma il tuo corpo non mi pare abbia accusato in quel senso. Mi sembri scheletrica come allora...
-Le tue considerazioni che reputi brillanti sono profonde solo per quanto attiene le premesse. Dopo ti perdi in un oceano di mediocrità. La cosa peggiore è che tu ti nutri di questa merda che ti esce dalla bocca. Direi che è autofagia. Il problema è che ti nutri della tua stessa merda, bloccato in un cerchio dal quale non puoi uscire.
Il cerchio della merda appunto.
-A proposito delle altrui opinioni sul mio conto... sai, mantengo la mia vecchia linea.
-Cioè quella del: “gli altri sono comunque più stupidi di me”?
-Esattamente.
-Quello che dovresti fare è prendere un lungo, lunghissimo respiro. Così lungo da impedirti di parlare per un annetto. Dopo avresti sicuramente qualcosa di più interessante da dire.
-A giudicare dalla frequenza dei tuoi stati interessanti, direi che a prendere la roba sei più brava di me.
Un'ultima smargiassata, la cui risposta è un'occhiata di sdegno. Facili battute che dovrei risparmiarmi per la mia futura permanenza nei più sottosviluppati bar dell'emisfero australe.
Adagiata sull'asfalto. Così la vorrei vedere. Un paio di tonnellate di metallo raccolte sulla sua schiena. Il rapporto con le ex fidanzate deve essere simile al mio con lei. Essere ricondotti ogni tanto alla mediocrità del reale, per scordarsi del tempo e delle energie sprecate a idealizzare persone che non esistono.
Ad ogni incrocio stradale la probabilità, seppur bassa, di morire causa distrazione. A seconda del colore del semaforo dovrebbero modificarsi le percentuali di sopravvivenza. Tabelle nere piene di numeri colorati degli stessi colori delle luci del semaforo.
E poi mi torna in mente un cartone animato abbastanza pop, il padre del leoncino Simba schiacciato da un branco di gnu. Gnu, gazzelle. Gazzelle, auto della polizia.
Non ne vedo, in compenso ci sono un sacco di persone che devono andare al lavoro, o a pranzo. Istinti primari: cibo. Ragione: responsabilità.
La responsabilità diventa un'abitudine, e noi essere umani veniamo ricondotti allo stadio di automi.
Strisce bianche, come una zebra. Mi sfiora un deficiente in scooter mentre attraverso.
Dal profondo del mio midollo spinale sento il tipico formicolio che precede una maledizione. Me lo immagino schiantarsi sulla donna delle cinque gravidanze.
Può l'impatto con uno scooter a trenta all'ora ucciderla? Sicuramente c'è bisogno di qualche concausa.
Mi frugo meccanicamente nella tasca, ma ho solo un accendino. Devo essermi dimenticato di aver smesso di fumare.
Tentativo numero? 40 come minimo.
Voglio una borsa? Voglio un cappello? Posso comprare a prezzi migliori di quelli propinati dagli ambulanti. Il mio obiettivo è il bar dell'università.
-Un cornetto.
-55 centesimi.
Un prezzo quasi politico.
Lo prendo alla marmellata, delle creme non mi fido.
Paranoia? Retaggi materni? Postumi dell'esame di microbiologia?
Nulla di tutto questo. Eì solo che i grassi animali sono sensibili alla perossidazione, e quel retrogusto di aldeide volatile mi fa abbastanza cacare.
Ventidue. All'esame ventidue. Di anni forse ne ho ventidue. Un numero abbastanza insulso. Più si invecchia più il tempo procede velocemente. Di aver superato i diciotto da quasi quattro anni me ne sono accorto a malapena a dicembre scorso. Ennesima bocciatura, ennesimo tentativo velleitario, ennesima non volontà di imporsi sugli eventi. Potessi vivere in eterno mi fermerei all'università per un ventennio buono, ma per il momento, seguendo l'esempio di gente più anziana di me, l'oblio dell'università penso che me lo riserverò in toto per il post-pensione.
Strappo un pezzo di cornetto, e cerco il solito passerotto. Non mi illudo che sia sempre lo stesso, ma faccio uno sforzo di immaginazione e mi invento un segno qualsiasi per contraddistinguerlo dagli altri. Una macchia sul petto, una svastica su un'ala, un punto rosso sul becco, un modo di ondeggiare la testa preciso, etc.
Prende il pezzo di cornetto e vola via. Qualche ingombrante piccione lo importunerà. Lui dovrà solo tornare da me, ed a quel punto io staccherò la testa al piccione, lo metterò in una tasca bardato di tovaglioli da bar e lo bollirò. Non so come si prepari un brodo di selvaggina, ma penso di aver cucinato cose più complicate.
Due bambini parlano tra loro di cose futili e bellissime.
-Ti ricordi quel bicchiere da caffè che abbiamo tirato sul muro del giardino?
-Sì.
-Hai presente che si è spezzato in un miliardo di pezzi piccolissimi?
Penso tra me e me che se i pezzi erano troppo piccoli, allora c'era abbastanza piombo in quel vetro da giustificarne la definizione di cristallo.
-Sì, sì, come no.
-Beh, delle formiche hanno preso tutti i pezzi e si sono costruite un formicaio bellissimo. Dentro ci hanno portato un sacco di animali morti. Vuoi venire a vederlo?
-Certo!
-Allora andiamo!
Da bambini si possono imparare abbastanza stronzate da sapere come comportarsi da adulti. Io personalmente faccio così.
Ogni singola testa di formica con un pezzo di cristallo in bocca me la immagino chinata col capo verso terra. Tutte schierate in favore di logiche di colonia, di gruppo, di società, tuttavia non possono non ricordarmi giudei ed altri semiti impegnati nella costruzione di piramidi egizie.
Anche quella è vita.
Finito il cornetto riprendo a camminare. La gelida acqua delle fontane di questa città. Ti rinfresca più di un the al melone. Al limone. Al melone d'acqua. Al melone di pane.
Il vento ha smesso di soffiare, ma l'umidità avvertita dalla mia pelle è quella tipica dello scirocco. L'inverno sta cedendo il passo alla primavera, e scostandosi bruscamente non può che evocare tempeste. Tutta questa bassa pressione è il preludio dell'ultimo temporale di 'sta sessione maledetta.
Ogni singolo passo che muovo mi illudo sia un esercizio della mia volontà. Non è così, è abitudine, il camminare è un esercizio della casualità. Avessimo in mente tutte le azioni stupide che facciamo non avremmo neppure il tempo di pensare.
Occorre rassegnarsi al caso.
Passo per il mio vecchio quartiere, quello in cui ho smesso di abitare da luglio. Sarà per imprinting ma è il mio preferito in assoluto. Palazzi alti, femmine della mia stessa specie provenienti dai verdi pascoli del Nord Europa. In termini meramente statistici, nettamente superiori alla fauna locale.
Ma l'induzionismo abbinato al razzismo ti fa passare per scemo di questi tempi.
Soprattutto dove sono diretto?
La riposta è una sola: dall'altra parte della stazione, qualunque cosa ci sia.
Ci deve essere assolutamente una serratura che si apre col sangue.
Centra niente una chiave di carne?
Forse, banalmente, per serratura che si apre col sangue, si intende quella della porta dell'altro mondo. Trovandomi malato di una forma mediamente grave di ateismo, certe domande le ho da tempo poste nel cassetto dei pensieri che fanno perdere tempo.
Tuttavia ritornano. Come i ricordi idealizzati di ex ragazze. Si riuscisse serenamente a trovare i lati negativi delle cose a distanza di tempo, la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita si assopirebbe di molto.
Mi immagino un ferroviere pronto al servizio fermarmi e dirmi:
-Guarda, tu hai tutti i mezzi per capire come stanno le cose. Devi solo fare uno sforzo di visualizzazione, mettere tutto a posto come in un tetris qualsiasi. A quel punto puoi rifare il letto e tornare a dormire senza preoccuparti di niente.
Dovrei rifare il letto prima di andare a dormire.
Il letto lo si rifà solo la mattina. No, forse lo rifaccio comunque prima di andare a dormire.
Esco dalla stazione, dall'altro lato della stazione. Sono diretto alla fermata del tram. Almeno di questo sono sicuro.
Le facce della gente fuori dalla stazione. Sono tutte sfigurate da qualcosa. Tutti hanno fretta, nessuno vorrebbe essere lì.
Le facce, le generazioni di facce, la materia che si sforza di conservare la sua forma. La materia che, cambiato nome in vita, combatte fino a perdere strati di complessità nel tentativo di conservarsi, o produrre delle copie simili a lei. Questo siamo come essere viventi. Il settanta per cento del peso secco delle feci è costituito da batteri. Mangiano cibo, e dentro di noi buona parte del cibo diventa bestie, piccolissime e bruttissime bestie procariotiche.
Questo voglio rimanere come essere vivente?
Arrivato a certe considerazioni, o le ignori, o smetti di respirare. O smetto di respirare io.
Ancora un passo, ed arriva abbastanza veloce. Non ce la farà mai a fermarsi in tempo, i freni possono anche essere buoni, ma l'ho battuto sul tempo.
Quell'ammasso di metallo pesa abbastanza da ammazzarmi.
L'uomo che implora la fortuna di ucciderlo attraversando col semaforo rosso.
L'impatto non è dove me lo aspetterei. Un colpo alle spalle mi fa sobbalzare in avanti, mi graffio sull'asfalto, ma in nessuna direzione vedo bolidi pronti a farmi esplodere le ossa e gli organi.
Alle mie spalle un ragazzo in scooter per terra. E' lo stesso di venti minuti fa
Per terra, probabilmente morto.
Anche lui deve essere passato col rosso.
Devo trovare un tabacchino.
Tentativo di smettere di fumare numero 40: fallito.
Tentativo di smettere di vivere numero 1: fallito anch'esso.
Chissà dove cazzo ho lasciato la busta della spesa.
postato da zagabria · permalink · commenti
domenica, 09 marzo 2008, 20:28
Nessuno lo farebbe, eppure qualcuno lo fa. Scegliere una località esotica come luogo preferenziale in cui sposarsi. Se poi lo sposo proviene da un'altra epoca storica, pur avendo vissuto con gradualità tutte quelle che lo separano dal presente, diventa inutile anche andare a cercare un vizio di forma.
Huang Longshi, campione di Go del secolo XVII, dopo quattro secoli di solitudine ha trovato moglie.
Un angolo vuoto è sempre una brutta cosa.
Si tratta di circondare ed uccidere, è un gioco che per via dell'estrema varietà di mosse disponibili può mettere in ginocchio anche un computer. 361 caselle, dette intersezioni, contro le 64 della dama e degli scacchi.
La sua futura moglie è europea, è bionda ed ha gli occhi del colore del mare, situato esattamente di fronte al luogo del matrimonio. La da poco inaugurata, e non ancora entrata in funzione, centrale elettromotrice sulla foce del fiume Rance, guarda sulla manica.
Coste settentrionali della Francia, terra originaria della promessa sposa del campione di Go.
Si dice che sia stato in grado di attraversare il tempo solo grazie alla sua capacità di pianificare ogni azione, eliminando ogni gesto futile, e permettendogli di conservarsi quasi intatto ben oltre la soglia massima di longevità riservata ad un essere umano.
Tra Dinard e Saint Malò, una possibile risposta a problemi contingenti quali quello dell'esaurimento delle risorse fossili. In Francia fiumi modesti hanno colossali foci ad estuario.
Gli invitati sono numerosi, si vedono facce molto diverse. Alcuni sono in effetti cinesi, e si stima possano essere discendenti diretti del campione, altri sono francesi, parenti o amici della sposa.
Ma accanto ad essi si muovono una serie di personaggi non convenzionali. Il peggiore di essi è un tale che trascina sulla sua schiena un grosso guscio di tartaruga.
Molti degli invitati lo guardano in malo modo. Si allontano in un angolo dove non può essere scrutato da alcuno, solleva il carapace e cani randagi accorrono a succhiare il muco presente nelle estroflessioni della sua colonna vertebrale.
A qualcuno si presenta come un parente siciliano della sposa, ad altri dice di essere di Marsiglia. L'abbigliamento è gretto.
Lo sposo avvolto in un completo nero gessato osserva gli invitati. Se anche li avesse conosciuti, visto il tempo passato dal suo ultimo contatto con la civiltà, sarebbero comunque morti. Si sente un estraneo, invitato al proprio matrimonio.
Un'apposita stanza è stata adibita all'interno della centrale per il cambio d'abito della sposa, che accompagnata dalle ancelle si appresta ad indossare il vestito.
Occhi chiari, capelli chiari, di poco più alta dello sposo. Lei è molto bella, lui ha sulla faccia e sulla schiena il peso di quattrocento anni di vecchiaia.
Un uomo dal volto assai simile ad un cantante milanese morto da meno di cinque anni avvicinandosi le mette nella mano una fetta di limone:
"Questo è un omaggio da parte mia. Le giuro che non marcirà mai, e se dovesse marcire la risarcirei col mio cuore."
"I rimpianti che sto coltivando oggi nel mio cuore sarebbero sufficienti a far marcire un bosco di equiseti."
Un gruppo di giovani sulla ventina, in numero di tre, si fanno strada tra gli altri invitati. I loro modi sono rustici, le loro andature incerte, in netto contrasto con le proporzioni salde dei loro arti. Tutti vestono dei completi marroni.
Huang, non in ottemperanza con l'uso dei matrimoni occidendali, di sua sponte propone un brindisi alla felicità finalmente raggiunta. Non specifica da chi, però, sta venendo raggiunta.
Le ancelle della sposa dopo averle fatto indossare l'abito cerimoniale si dileguano, in prospettiva di una pausa sigaretta. Uscite all'aperto vengono avvicinate dai giovani in completo marrone, disinibiti e palesemente intenzionati a procreare.
"Il modo in cui sono ritrovata a sposarlo non è chiaro. Stiamo scherzando? Non è stato chiaro a proposito della sua età, ma posso tranquillamente immaginare che ne abbia più di settanta. Devo sperare che muoia, e non sia in grado di adempiere ai suoi doveri coniugali. Aspetto la morte o chiedo l'annullamento rotale. I miei genitori, perché mi fanno questo? Quanto può essere grande la dota portata in dono da quest'uomo. Questa è la fine della mia giovinezza. Tu Robespierre cosa mi dici?"
Non è abitudine di un coniglio parlare. Un coniglio non parla, a dispetto della credenza popolare, neppure sotto tortura.
"Sì, io la amo. E' stato amore a prima vista. L'ho vista ed ho capito. Il suo viso, le sue perfette proporzioni, il modo in cui la vita si incastra sui fianchi, le gambe e le ginocchia minute... Ma ditemi, non siamo una bella coppia?"
Il gelo. Nessuno degli sconosciuti invitati risponde a Huang.
Il suo sguardo si incupisce, abbassa di qualche millimetro le palpebre quasi a scrutare con disappunto.
Stupisce che un vecchio sia così autorevole. Piove una doccia di pareri positivi: "Si, insieme state benissimo, per davvero, fatti l'uno per l'altra, anche per una questione di tratti somatici, è difficile pensarvi isolati..."
Huang sorride.
Toc, toc.
"Chi è?"
"Mi faccia entrare signorina! Sono quello del servizio in camera."
"Servizio in camera?"
Il bizzarro siculo-marsigliese con sul groppo un guscio di testuggine si presenta.
"Il mio nome è Carmine Maggiongo, e mi trovo qui per i compiti per cui lei in persona mi ha convocato."
"Scusi? Guardi, non ho tempo da perdere. Se è davvero sicura che io non possa fare nulla per lei, me ne vado all'istante e buon matrimonio. E' proprio sicura allora?"
"Non capisco. Sono confusa. Perché ha quel guscio di tartaruga sulla schiena?"
"E' un guscio. Serve a proteggere la mia povera schiena dagli urti della vita."
"Ah... ho capito."
"Non mi sembra fiduciosa. Mi dica, non si fida di me?"
"Io non so neppure chi lei sia."
"E' importante? Io sono un impiegato diciamo. Il mio settore sono gli annullamenti matrimoniali, diciamo."
"Ma chi le ha detto che io avessi bisogno di lei?"
"Ma allora vede che ha bisogno di me? Su, su, non faccia complimenti. Da quello che ho capito per qualche motivo lei si trova a dover sposare quel maledetto vecchio perché i suoi genitori accecati dalla cupidigia hanno deciso di farla sposare con quel maledetto vecchio. Ma non si preoccupi, ho già un mio piano per impedire la celebrazione del matrimonio."
"No, aspetti. Io voglio capire come fa lei a conoscere queste cose."
"Ancora... Se lei fosse una persona normale io non sarei mai venuto fin qui, ma abbia, signorina, la decenza di ammettere la sua straordinarietà. Lei è una chimera, proprio come me. Il motivo dei suoi aborti, aborti avuti anche quando era vergine. Lei ha perso la sua verginità partorendo tre gattini morti, signorina. Lei è speciale nei suoi geni, prima ancora di essere bellissima all'occhio comune. Il vecchio di questo non ne è cosciente, ma col suo fiuto vecchio di quattro secoli ha colto qualcosa in lei che mancava alle altre giovani di Saint Malo. Non crede?"
"Una chimera? Ma cosa sta dicendo?"
"Ora le spiego."
Stacca il guscio, e lo appoggia faticosamente a terra. Poi mostra la schiena alla ragazza. Processi spinosi delle vertebre extracutanei, spaventosamente prominenti, e coperti da uno spesso strato di muco verde luminescente. Conati colgono la giovane, che vomita solo qualche schizzo in virtù della colazione non fatta.
"E' una reazione comune. Non si deve preoccupare, non mi offendo. E' però necessario che lei lecchi la mia "cintura rachidica", che lecchi bene ed inghiotta quel muco, servirà a facilitarle la fuga al momento giusto. Le consiglio di spogliarsi, o sicuramente sporcherà il suo così bel vestito, degno sicuramente di essere riutilizzato con un amante più degno di quel Huang. Non tema, i miei istinti sessuali si sono spenti da tempo."
"E' arrivato il prete?"
"Si, signor Huang." Risponde uno degli intendenti del cathering cerimoniale.
Ed arriva il prete, con occhiali da vista con larghe ed alte lenti, un orientale, probabilmente un filippino. Cattolico malgrado il sorriso e la compostezza mandarina.
Spogliata anche del suo intimo, e con lo stomaco in subbuglio, stesa accanto al signor Carmine seduto, con la lingua raccoglie il muco presente sulla schiena dell'esperto.
"E' un sapore strano, vero? Fa vomitare, eppure ne potrebbe bere anche un bidone."
La ragazza striscia via, si stringe il ventre, urla e partorisce un uovo.
"Glielo spiego subito signorina, in quell'uomo c'è nostro figlio, e si tratta di un pulcino."
"Ma che cosa mi ha fatto?"
"I miei spermatozoi, nuotano in fretta ed attraverso i tessuti. Non si preoccupi, questo fa tutto parte del piano."
"Ma quale piano? Ora io scappo via."
"Non sia sciocca. Sa quanti anni ha Huang?"
"No, lo ignoro. Ma penso che ne abbia abbastanza da essere un imbecille fuoricontrollo."
"Fa male ad ignorare, glielo dico io. Huang ha oltre quattrocento anni, e ci tengo a precisare che se è vissuto così a lungo e solo perché ha imparato a programmare con estrema precisione ogni sua mossa, ed a ridurre allo zero i movimenti inutili. Huang programma anche i suoi respiri, e malgrado tutto quando commette un errore, perché anche lui ne commette, è in grado in pochi istanti di stabilire una nuova strategia in grado di portarlo comunque alla vittoria."
"Quattrocento anni?"
"Se li porta benino. Ma non abbiamo tempo da perdere, ora lei si rivesta."
"No, ora io scappo via."
"Ma allora non capisce? Huang ha già predisposto tutto. Se lei fugge i suoi genitori saranno i primi a morire, e poi toccherà a tutti gli altri, me compreso. Dobbiamo agire in maniera preventiva."
La marea al minimo durante la mattina, si rialza e la centrale installato sotto un braccio di mare riprende a far rumore.
Uno tra gli invitati, giovane di bella famiglia, senza preconcetti e per sua natura ben disposto all'infastidire chiunque si avvicina al maestro di Go.
"Bell'affare comunque con Nicoletta. Una come lei... che donna. Tutti al circolo di tennis la volevamo sposare. E non dico scopare, ma sposare. Non so se mi spiego. Lei però stava sempre sulle sue, e noi ci consumavamo gli occhi. Sa che per due anni non sono riuscito a toccare una ragazza per quanto mi piaceva Nicole. Una gran donna. Ed ora lei, che potrebbe essere il nonno del nonno di mio nonno arriva e se la prende. Ma cosa ha trovato Nicole in un vecchio bacucco come lei?"
"Io, so fare i conti. Tu oggi non avrai fortuna."
Le viscere si sciolgono con rapidità incredibile, ed il giovane di bell'aspetto corre in bagno. Mugolii di piacere serrati da palmi umidi, puzza di genitali, si siede e l'intestino si svuota. Il succo è acido e rosso. Lo sfintere rimane decontratto. Gocciola sangue. La pressione sanguigna di abbassa.
Una voce di donna mugola: "Ma che puzza-ah-ah-ahhh."
I cani sciolti non stanno ostacolando la propria sete riproduttiva ed i loro feromoni afrodisiaci gli permettono di avere ragione di qualunque pudicizia.
Il giovane dall'intestino elettrico chiudo gli occhi e lascia scivolare la testa indietro.
"Tenga pure, è un omaggio, ci penserà un domani a sdebitarsi."
"A cosa mi serve una fetta di limone?"
"Serve sempre. Magari le capita una gazzosa e le da noia berla senza il giusto complemento di gusto, non trova?"
"Terrò presente."
La sposa bellissima emerge, il prete sistemato tra le trafile di legno sorride. La marcia nuziale si infiamma, e la piccola orchestra di Rue Le Fontaine piange dall'emozione. Non ci sono sentimenti da coronare in matrimonio, c'è la lussuria di un vecchio che non è mai riuscito a sposarsi, ed il dramma di una giovane che pur essendo la più bella della città cela a malapena la sua natura mostruosa.
"Il mio destino -pensa- non è quello delle altre ragazze. Io il peccato ce l'ho dentro. Questo è quello che merito, una punizione divina."
Entrambi di fronte al sacerdote che inizia a recitare la formula, dopo aver allenato la propria memoria taglieggiando le parti inutili di una messa cattolica.
"Allora, accetti tu, Huang Longshi, di accettare Nicole Jeun come tua leggittima sposa, in salute e malattia, in ricchezza ed in povertà, di amarla e rispettarla finché morte non vi separi?"
"Io... non sono cattolico. Comunque, sì."
"Ma come non è cattolico?"
Huang ha commesso un errore, un errore pacchiano e veramente deplorevole.
Incunea gli occhi e fa capire al prete che non c'è tempo per ricamare su un vizio di forma.
Il prete riprende: "E vuoi tu, Nicole Jeun, prendere Huang Longshi come tuo leggittimo sposo, in salute e malattia, in ricchezza ed in povertà, di amarlo e rispettarlo finché morte non vi separi?"
Silenzio. Si alza il vento, fruscio di aria contro vicine sabbia e acqua. Una meteora? No, solo un gabbiano che cade stramazzato per terra.
Una voce dal fondo: "E' di buon augurio!"
"Allora cara, non mi vuoi come sposo?"
Si guarda in giro. Non c'è traccia delle ancelle. In prima fila il siciliano suo presunto amico giace immobile con un paio di occhiali da sole. Respira? E' vivo? Huang ha già compiuto la sua mossa?
"Molte cose avevo previsto, ma non la tua sfacciataggine. Quattrocento anni di decisioni corrette e mi trovo a perdere l'onore per colpa di una stupida ragazzina."
"E' morto! -urla- il signore in prima fila è morto!"
Sgomento. Non solo il signore in prima fila è morto, ma quando si prova a smuoverlo il guscio di tartaruga che ne copre la schiena cade in terra, e lascia scoperte appendici ossee non umane, orribili mucose che puzzano della materia primordiale che compone l'uomo.
Il prete si fa prendere dal panico, fugge capendo che c'è qualcosa che non va saltando il recinto di fuga e finendo in mare.
"Questo ti costerà molto caro, cara."
"Ormai, il danno... è fatto."
"Sì, è vero. Ed è giusto che tu abbia quello che ti meriti."
Un colpo secco di pistola. Succo di limone ovunque.
"Mentre meditavi sul come reagire al tuo disonoramento hai abbassato la tua difesa."
Poggia il cestino di limoni il sosia di Giorgio Gaber.
"Qui abbiamo fatto una bella limonata."
La macchia di sangue si allarga sul ventre del vecchio, e lacrime gocciolano lungo le rughe, andandosi a raccogliere in una fossetta sopra il mento.
"Io, sono sopravvissuto a rivoluzioni, guerre, spargimenti di sangue, le vendette dei parenti di coloro che ho ucciso in reazioni a catena che mi hanno reso sempre braccato e sempre carnefice. Che sia questa una liberazione?"
"Non so cosa dire, ti avevo avvertito che avrei preteso un pagamento."
Raccoglie le lacrime del vecchio in una boccetta, e poi anche quelle di gioia di Nicole.
"Ho avuto il mio pagamento. Addio."
Gli invitati sono congelati.
"Mah -chiede Huang durante il proprio tempo di morire- chi... ti... ha invitato?"
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venerdì, 19 ottobre 2007, 00:04
Cambiare completamente l'assortimento della propria credenza emozionale. Una serie di circostanze fra loro solo apparentemente sconnesse.
Neppure rapporti di causa-effetto validi, prova quello che ti pare, l'epilogo sarà sempre uguale. Sforzati di trovare una via alternativa, gli intoppi si faranno ugualmente vivi.
SI pensava che sarebbe stato così difficile, ma in fin dei cotni si sperava si sbagliarsi. Non è andata così, e se ci siamo sbagliati, l'abbiamo fatto sottovalutando il problema.
La ricerca delle case è una disciplina che può essere vista come la conquista di una donna, solo che più sulla propria formazione culturale o attitudine fisica la discriminante è come nel caso di donne molto stupide il denaro e la prontezza nel tirarlo fuori.
In un paese non dico socialista, ma perlomeno giusto, o se non altro non completamente sbagliato, una capitale europea dovrebbe offrire un tetto ad uno studente ad un prezzo contenuto, o quantomeno accettabile.
Tuttavia la serie di case viste e rifiutare, e quelle che invece volevamo occupare e che ci sono state soffiate sotto il naso, o le inculature prese da padroni di casa fantasma, contratti a forma di svastica, no non vogliamo meridionali, bagni esterni senza doccia ne bidet, agenti immobiliari che ci parlano di come gli piaccia dormire nudi in estate sudando sette lenzuola, altri agenti immobiliari che neppure salutano e pensano di smontare la mia arroganza solo cercando di parlare più in fretta di me, il gusto del cibo che insaporito dalla naturale muffa che cresce sulle padelle mi sa di antipasto di una sana gastroenterite, l'annuncio della casa dove abitavo l'anno scorso che torna a farsi vivo sul giornale come a richiamarmi alla merdosa vita che merito, i sentimenti che perdono colore e sfumano solo nella rassegnazione.
Tutti ce la fanno. Tutti ce la fanno.
Io no. Pare che non ce la faccia.
Va benissimo così, si va benissimo così.
Sono sicurissimo che in tutta sta faccenda, come nell'eliminazione del piccolo Sev da architettura, c'è lo zampino del tipo deceduto al quale abbiamo sottratto beni di varia entità.
La sorte è irragionevole, ma un uomo saggio in tre giorni se la può gestire.
Amen.
E i cieli e la terra, sono pieni della tua gloria...
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mercoledì, 16 maggio 2007, 22:42
Alle spalle mie e di colui che mi accompagna, solitamente vestito di scuro, ma che col caldo utilizza colori più vivi, si dimena il mezzo cigno, vero e proprio monumento dell'ibridazione. Per quanto ne so potrebbe essere un volatile della stessa famiglia di papere e cigni (ammesso che siano in qualche modo parenti), ha qualcosa di simile alla rogna, o forse è solo infastidito dal caldo. Il suo fastidio diventa il mio fastidio, ed ad un certo punto una papera grossa la metà di lui pare fargli violenza psicologica. Tra gli uccelli esisterà un maschio alfa? Io nelle società di uomini in cui mi muovo sono un maschio alfa?
Studio istologia, o meglio un po' di propedeutica citologica per quanto riguarda la secrezione. L'apparato del Golgi, scoperto da tale Camillo Golgi. Quello che mi sta accanto si occupa della storia dell'Africa. Dice che in realtà ben poco si sa sulla storia antica dell'Africa, sti testi alla fine parlano di altri cazzi, o meglio di cazzi più recenti.
Un tipo un po' stempiato, che probabilmente a distanza di qualche minuto non potrei più riconoscere, ci si avvicina. Esordisce.
“Ma guarda che bello, dei giovani che studiano a villa borghese.”
Senza barba in effetti assomiglio più ad uno studente che ad un sicario italo-croato.
“E cosa studiate di bello?”
Con lui una donna, presumibilmente la moglie, ed un altro individuo del quale non serbo alcun ricordo.
“Io studio istologia, e lui storia... dell'Africa.”
Parlo per il mio compare, che tuttavia non pare infastidito dalla mia presa d'iniziativa.
“Quindi ti cimenti nello studio dei tessuti?”
“A dire il vero faccio un po' di propedeutica istologica, un minimo di citologia.”
“E già, le cellule. Mi sai dire la differenza fra una cellula vegetale ed una animale?”
“Parete cellulare... di clorofilla, ed organuli particolari, i cloroplasti, simili ai mitocondri ma necessari alla fotosintesi.”
“Sì, ma la differenza principale è la prima che hai detto.”
Probabilmente si è accorto del mio errore, scambiare un pigmento per un polisaccaride strutturale.
“Lei è un medico...”
Ride. “Io sono un umile verme di terra.”
La seconda persona qui a Roma che si paragona ad un verme di terra, il primo era uno spacciatore che cantava una canzone su di se autocommiserandosi.
Si allontana con la sua compagnia.
“Secondo te era un medico?”
“O era un coglione qualsiasi o un medico con quattro o cinque specialistiche. Quando ci si è avvicinati a dire il vero credevo che potesse essere un tuo professore.”
Ci si allontana verso casa parlando del partito democratico, della tendenza di ogni partito politico italiano a naufragare verso il centro, ed ai riferimenti storici che vengono meno. Le montagne si spuntano e divengono sempre più basse, figuriamoci le ideologie.
Mancanza della lingua italiana nei libretti di istruzione. Anche questo è un problema, seppur non grave.
II.
Prima o poi accadrà che io venga coinvolto nella rissa definitiva. La scintilla con tutta probabilità sarà un malvivente qualsiasi, totalmente inconsapevole del suo ruolo nella vicenda. Mi torna in mente l'inizio della prima guerra mondiale, l'assassinio di Francesco Ferdinando.
Ma io ho un'arma che gli altri non hanno, un'arma gentilmente concessami dal Vaticano.
L'ho trovata in un grande magazzino, ho chiesto quanto costasse, mi hanno detto che un ombrello così brutto e malmesso non poteva essere venduto. Alla cassa tuttavia mi hanno chiesto dei soldi per poterlo portar via, ma credo che i pochi spiccioli spesi siano stati un gradevole investimento.
Un ombrello fatto apposta per uccidere. Un'arma impropria, come un sasso leggero, o unghie appuntite, o denti, o ossa altrui.
Quando accadrà, quando finirò in mezzo alle botte vere, il valore della mia arma si rivelerà in tutto il suo splendore, e non ci sarà epitelio in grado di resistere alla penetrazione del duro e acuto acciaio, che si insinua nei muscoli, e raggiunge le tonache sierose degli organi, per violarle e violentarle. Quando il sangue premerà a schizzare con veemenza, una volta ritirato l'affondo, aprirò l'ombrello e l'incubo del sangue diverrà un lontano ricordo. Non voglio pensare a come dovrò muovere l'ombrello, sono certo che il tutto accadrà da se, una sorta di peristalsi automatica, un'azione che non implichi il pensare, come i movimenti dell'esofago nell'atto dell'inghiottire, peristalsi appunto.
III.
Una casa non mia, e di cui il proprietario non conosco. Ignoro addirittura il come ci sia finito dentro. Non credo di essermi inconsciamente drogato in questi giorni, non con droghe chimiche almeno. Magari qualche droga psicologica.
Cos'è poi una droga psicologica? Sicurezza, autocommiserazione, pietà. Tre gradini della scala delle emozioni umane. Droghe psicologiche.
Un giardino pacchiano si scorge dalla finestra, come in un museo a metà tra la paleontologia e l'arte moderna, vedo sculture di dinosauro realizzate in metallo, verniciato di improbabili ed accesi colori. Non distinguo le specie, non credo che ci sia posti troppi problemi quanto a proporzioni fra le diverse parti del corpo delle bestie ritratte. I dinosauri, lucertole terribili. Gnam.
Il tizio dalle fattezze simili a Babbo Natale mi si avvicina. Io conosco la verità che lui deve nascondere. Qualunque cosa di compromettente io sapessi, l'ho sicuramente dimenticata.
“Non pensare di essere arrivato qui per caso.”
“Mai pensato nulla del genere.”
La prontezza nella risposta necessita di un certo grado di confidenza, o perlomeno di attenzione verso di se posta. È indispensabile purtroppo.
“Le piace come è stato sistemato il giardino?”
“Posso essere sincero?”
“Ovviamente no.”
“Lo trovo molto grazioso.”
“Ora provi ad essere sincero.”
“Fa schifo al cazzo.”
“E' il caso che riprenda la via di casa, ma le consiglio vivamente di tenere la bocca chiusa. A buon intenditor...”
“Poche parole.”
Ma tanto io non so un cazzo.
IV.
Dire le cose che so a qualcuno rischiando la punizione divina?
Ma in fin dei conti io che cosa so?
So qualcosa di compromettente riguardo l'uomo che somiglia a Babbo Natale?
No, non mi pare.
Allora cosa dovrei spifferare?
Guardo il calendario, è il 17 maggio. L'ultimo ricordo che ho di risalente a prima del mio soggiorno in quella casa è del 15 di maggio.
Un grosso vuoto. Faccio un giro di chiamate, controllo i messaggi in uscita sul mio cellulare, ma nessun indizio.
Le cose di cui ha parlato il signore dalla lunga barba devo averle scoperte tra il 15 ed oggi. Verosimilmente il 15 sera, il 16, o questa mattina. Mi annuso un po', e non puzzo troppo. Probabilmente mi sono fatto addirittura una doccia.
La suola delle scarpe non è più sporca del solito.
Qual'è il mio ultimo ricordo?
Lo stare buttato al computer? Il ripassare istologia? I brevi istanti che precedono il primo sonno?
Mi arriva un messaggio da un numero che non conosco.
“Eri stato avvertito, ora avrai quanto meriti.”
A quanto pare devo aver spompato involontariamente qualcosa. Che lucida analisi.
Forse viene solo controllato il mio traffico telefonico, non le conversazioni, e si crede che io abbia detto quello che non dovevo dire. Il messaggio tuttavia non è anonimo, e provo a richiamare.
“Pronto?”
“Si, chi parla?”
“Una voce amica.”
“Mi scusi?”
“Sono una voce amica, la voce a cui pochi minuti fa è stato inviato un messaggio minatorio dal suo numero telefonico.”
“Ah, quindi è lei dottore carissimo. Ma mi perdoni non l'avevo riconosciuta.”
“Dottore? Ma stiamo scherzando?”
“Non faccia il modesto su, nel suo campo è il migliore.”
Uno scambio di persona.
“Credo che mi abbiate scambiato per qualcun altro.”
“No guardi, è impossibile, le istruzioni erano fin troppo chiare, non c'è stato nessun errore, ed anzi, le dirò di più, si sapeva già che lei avrebbe detto esattamente quello che lei ha detto.”
La vecchia storia di me che prendo a calci un travestito che piange ed urla sul bordo di una strada. La rissa definitiva?
Non è mai successo. Non è ancora successo.
V.
Non è come risvegliarsi da un sogno, assolutamente no.
Non è come riacquistare la memoria, anzi è in assoluto la cosa più lontana.
È la madre di tutte le possibilità, tornare indietro nel tempo.
Guardo il calendario a muro una volta svegliatomi, non mi dice nulla di nuovo. Guardo il calendario del pc, mi dice che è ancora il quindici. Sono le 23. Non è più ora di uscire.
Un sogno?
Mi ripeto anche se odio ripetermi, assolutamente no.
Esco in strada e provo a chiamare il tipo che era con me a Villa Borghese due giorni fa. Gli chiedo cosa si ricordi della mia ultima chiamata, quella che gli sarebbe dovuta arrivare dopo due giorni.
“Zagabria ma che stai a dì?”
Una risposta prevedibile, la risposta che si dà pensando al proprio interlocutore come ad un pazzo o ad un drogato pienamente fatto.
Cammino verso la stazione, ombrello in spalla. Mi guardo in giro in attesa di una svolta. La svolta che in qualche maniera mi trascinerà nella casa di uno sconosciuto. Attraverso Termini senza sorprese. All'uscita mi si avvicina un barbone, o un vagabondo, o un qualche altro personaggio dalla media valenza folkloristica.
“Scusami che c'hai venti centesimi? Tanto in un modo o nell'altro te li restituisco.”
Devo avere proprio scritto in faccia “Pollo”, o perlomeno “Persona alquanto confusa”.
“No, non ho nulla.”
“Manco il cazzo?”
In una situazione analoga altre persone avrebbero risposto a tono. Io sono alla ricerca di eventi mancanti per chiarire il mio futuro. Indipendentemente da quello che farò sono certo che mi ritroverò ugualmente in quella casa, l'unica differenza riguarda la mia possibile conoscenza del motivo per cui mi troverò lì. Il passato è incontrovertibile, ma in una certa misura lo è anche il futuro. Non si è trattato di una premonizione, ma di uno sfasamento nella mia percezione del tempo.
È un po' come mandare avanti una cassetta nel videoregistratore, perdendosi un pezzo di film e non capendo cosa sia successo.
Non posso permettermi questo lusso.
In piazza di Santa Maria Maggiore, dove pare sia collocata la bomba che sancirà la fine della permanenza romana della comunità cinese di Vittorio Emanuele incrocio un gabbiano che sta sbranando un piccione. Che l'abbia ucciso lui?
Un mio amico pescatore in seguito mi informerà del fatto che i gabbiani mangino di tutto. Quale nome sarebbe più adatto per un animale similmente vorace? Ukulele.
Continuo a camminare seguendo lo snodarsi sinuoso della Merulana. Il nome di questa strada mi ricorda i corvi e le cornacchie, i Gracchi, ed in qualche modo anche il gabbiano, che di questi animali riveste la nicchia biologica. La cornacchia grigia fa comunque parte del panorama faunistico romano.
A San Giovanni aspetto per oltre mezz'ora.
In effetti rimanendo a casa magari non finirei col ritrovarmi di colpo nella casa di colui che chiamo Babbo Natale. Magari ho vissuto quanto mi accadrà nei prossimi tre giorni solo perché qualche esistenza superiore commossa dal mio destino miserevole, impietositasi, ha deciso di tenermi fuori da questa situazione di merda. Ormai è tardi.
Si ferma una grossa monovolume, una donna, probabilmente una prostituta esce dalla macchina sbraitando. Uno degli uomini all'interno le urla contro.
Io non vedo nulla. Io non sento nulla. Tutta la faccenda non è svilibile ad un mero regolamento di conti tra un protettore ed una mignotta, o al limite un cliente. Non posso accettarlo, sarebbe troppo mediocre.
La puttana si allontana, e come se nulla fosse prende a battere dall'altra parte della piazza. Non credevo che San Giovanni fosse meta preferenziale di prostitute ed altre simili bestie.
Un tipo dalla faccia inutile ed imberbe mi si avvicina e mi chiede una sigaretta.
“Ha una sigaretta?”
“Mi spiace non fumo.”
Io ne sto fumando una. Me ne accorgo troppo tardi.
Si allontana con aria moscia ed infastidita. Non sono un tabacchino ambulante.
Con tutte le malattie che mi porto dietro avrei anche potuto offrirgliela. Intimamente debole.
Una grossa macchina nera si avvicina alla fermata dell'autobus dove staziono. Oltre a me e quello che mi ha chiesto la sigaretta un signore distinto sulla settantina.
La macchina si ferma, il tipo con la faccia inutile punta una pistola a me ed il signore distinto intimandoci di entrare in macchina. Finalmente la svolta. Mi sorprendo dell'esserci arrivato seguendo il mero intuito.
È peristalsi, non mi potevo tirare indietro.
La pistola serrata contro la faccia del signore distinto, altezza tempia. Se facesse fuoco il proiettile colpirebbe anche me.
L'autista lo conosco. Il tipo di Villa Borghese? Il medico, o meglio, il presunto tale.
L'uomo inutile deve essere quello che era assieme al medico Domenica. Sul sedile destro Babbo Natale.
“Non so chi tu sia ragazzo, ma sei in una situazione di merda.”
“Io lo so chi è...” Interrompe il medico.
“Già...”
“E pensare che ho anche cercato di farti capire come stavano le cose, per evitarti tutti questi problemi. Volevo che tu ne rimanessi fuori.”
“Ma lei fa il medico o l'autista per tipo un camorrista o quel cazzo che è Babbo Natale?”
“Chi sarebbe Babbo Natale?” Chiede Babbo Natale.
Avrei fatto meglio a rimanere a casa stasera. Se tutto va come penso tuttavia, non morirò prima del 17.
Tuttavia, vista l'ora, devo constatare che è già 16. L'ombrello è ancora con me però, in casa del tipo con la barba con ce l'avevo...
Come un boccone ingoiato, tutto si muove spostato da muscoli intangibili. Peristalsi.
postato da zagabria · permalink · commenti
sabato, 14 aprile 2007, 21:27
I.
I denti che da bambino sono distanziati, con un po' di fortuna crescendo si raddrizzano colmando gli spazi. Sentire di rivolte in manicomio in televisione. Tv locali, stitichezza, paura delle emorroidi, e così via sino a colmare la distanza di spazio che ci divide dalla più colossale delle sovrastrutture sociali: il sesso anale.
Investigare, investigare è decisivo.
Juanitez, così chiamato dagli amici per la somiglianza ad un ispanico, avevo le trecce raccolta in piccoli cocci di vetro. Aveva paura dei fantasmi, ed era convinto che i cocci di vetro potessero spaventarli. Le sue trecce erano una metafora della sua vita. In un certo senso accostabili a dei dread lock, solo più puliti e meno cotonati.
Da piccolo era stato etichettato come un mistico per motivi decisamente fuoriluogo in ogni paese civile, o con la pretesa dell'esserlo. Buona la fotografia.
Soleva vestirsi da prete, e la gente tranquilla di un paese tranquillo era uscita fuori dai gangheri da quando durante uno dei suoi trip da travestito si era messo a bestemmiare sul pulpito. Non proprio prete quanto monaco.
I suoi denti infiammati mentre bestemmiava, e la gente schifata che asseriva che sarebbe morto nel giro di tre giorni. Poi quella guarigione miracolosa, intossicazione da funghi, la pronta guarigione seguita dal suicidio del miracolato. La gente non sapeva che il suo fegato era comunque bruciato, ed anche senza suicidio sarebbe morto ugualmente. Lo avrebbe salvato solo un trapianto di fegato.
Un fantasma non ti ammazza, al massimo ti spaventa. Certo si può morire di paura.
La grande paura, quella che non viene dai polmoni ne' dal cuore, ma dall'intestino.
Ho saputo di gente morta per molto meno. Non è così anormale perdere un senso per la paura. La vista, l'udito, la parola, che poi non è neppure un senso.
La lingua si blocca e poi stop.
Un suo amico al liceo ultradrogato ed hippie si decise a conoscer l'arte dell'agopuntura. Juanitez dopo la seduta di prova ne divenne schiavo. Aghi speciali particolarmente lunghi entravano sin dentro le cartilagini intervertebrali, liberando sostanze incredibilmente odorose ed in grado di imprimere nel cervello del giovane ricordi fantastici. Come copiare dei file da un cd su un disco rigido, le sostanze trasferivano direttamente i ricordi al cervello del giovane Juanitez.
I popoli dell'entroterra, i barbari erano arrivati sin sulla costa, distruggendo ed uccidendo. I popoli arrivati appoggiandosi brevemente sulla costa, gli Arabi, provenienti da un altro entroterra straniero, erano venuti ed avevano distrutto ed ucciso.
Ricordi di altre persone. Ricordi di morti. Un tempo vivi, ora fantasmi. I loro ricordi nel cervello di Juanitez.
Ogni volta ovviamente nuovi ricordi. Fulmini di cieli neri, dottori in grado di trasformarsi in dinosauri di bisturi.
Un boia gigante, uccise mille persone sulla costa fedeli al loro Dio, si convertì alla religione locale, quella osteggiata dai nuovi invasori. Essi, i suoi compagni gli spaccarono la testa. Era giusto.
Ora Juanitez lo sapeva.
“Gavino, ma queste sostanze che mi infili nella carne dove le hai prese?”
“Si trovano in piante speciali, cresciute su cadaveri.”
“Sei completamente pazzo o mi stai solo prendendo in giro?”
Poi lo sciame di vipere e la luce che diventa nera.
II.
Il giovane Juanitez, ormai ventenne, dopo una serie di overdosi di ricordi altrui che lo hanno portato alla vera Santa Conoscenza arriva nel bordello dove spera di trovare la risposta suoi interrogativi.
Il vecchio amico Gavino morto da diverso tempo, ucciso da un gruppo di spacciatori che miravano alla totalità del mercato degli stupefacenti.
Se anche comparisse un fantasma turco, con i suoi capelli bardati di vetro, Juanitez sarebbe al sicuro. Perdi i dettagli se non metti tutto per iscritto.
La mancanza di quelle penetrazioni midollari, un dolore fantasma. Una nostalgia in grado di far piangere chiunque. Cicatrici di metallo sviluppate dalla rabbia dei globuli bianchi.
Ferite intestine che non possono che mancare, lasciando una serie di ricordi preconfezionati. Estratti di nettari di fiori cresciuti su cadaveri massacrati. Se Juanitez conoscesse la specie vegetale in grado di catturare i ricordi dei morti dagli umori del terreno probabilmente ucciderebbe ed interrerebbe cadaveri su suoli ove crescerebbero fiori in grado di rendere il giovane onnisciente. Ricordi gratis.
Piante varie, e vari ricordi. Esperienze, abilità.
L'abilità di sparare con un certo rigore, e di non sbagliare praticamente mai nel lancio del coltello.
Il ricordo di qualche ragazza seicentesca bruciata sul rogo. L'odio dei preti e verso i preti.
La puttana scelta, fortemente caucasica. A ben guardarsi intorno nessuna soluzione per il vero problema di Juanitez, solo tredici minuti (come media ponderata), di divertimento e scambio di fluidi corporei. Masticare cuoio, bere nettare di midollo altrui. Estensione di cervello altrui nel proprio rachide.
Spogliandosi mostra un paio di cicatrici di troppo, ed i deja vù di qualcuno gli si instillano in testa. I denti digrignati, un gioco da tavolo, una banca col pavimento lavato con sangue e merda. Esplosione amica, esplosione sorella. Ogni tessuto corporeo, se macinato a dovere, perde la propria identità.
La nascita di una Repubblica, i compromessi necessari, le delusioni tornate a vendicarsi.
Il ricordo più terribile, fissato nella memoria e rimasto insoluto per anni, dagli anni del liceo.Una bambola di porcellana usata per ammazzare una bambina vestita di azzurro, stesso colore della bambola. Gli alleati sono le prime serpi da cui guardarsi.
Pare giusto. Juanitez chiede due minuti per abituarsi alle cicatrici, che con evidenza lo stanno terrorizzando. I fasci di tessuto connettivo infraepiteliale descrivono un campo di impiccagioni stilizzato. Delirio occasionale, demenza relativa. Primo dei lumi infernali. Un soggetto sconosciuto.
Nel campo delle impiccagioni ogni corpicino, disegnato con un coltello, muore soffocato da una corda, appeso ad un albero. Tutti impiccati, tutti morti o morenti.
“Chi ti ha fatto quel disegno?”
“Ce l'ho dalla nascita.”
“Non è vero.”
“Secondo te, mento?”
“Sì.”
“Beh, è vero. È il caso.”
“Vero, è il caso.”
Una macabra danza di impiccati e prossimi loro compagni di forca.
Un occhio capisce il come si stiano mettendo le cose, e corre alla ricerca di quella bambola di porcellana in grado di sistemare una volta per tutte l'intera faccenda.
La morte dell'amico, la vendetta, tutta una crisi d'astinenza. Sentimenti prosciugati. I propri ricordi senza senso, se paragonati a quelli di altra gente, magari morta ovviamente. L'illusione di espandersi verso l'infinito con i ricordi di chi è già morto appunto. In un certo senso l'omicidio della morte.
L'incubo delle calvizie, l'impossibilità di difendersi dai fantasmi.
Juanitez alza un labbro digrignando un sorriso. Un qualche Dio infernale ha fatto sì che da una crepa sul muro radente al pavimento del corridoio del bordello, da una tana simile a quella di un topo, ma più grande, esca un bambino, totalmente incapace di badare a se stesso secondo un qualunque pediatra, ma in grado di deambulare a gattoni per motivi che ci sono ignoti, spinto da volontà che vanno oltre alle nostre o a quelle dello stesso ventenne cerebralmente malandato. Juanitez lo afferra per un piede e lo alza in aria.
La pelle è viola. Il bambino deve essere morto da molto tempo. Tuttavia pare in buona salute. Il colore è cianotico, e ci sarebbe da sorprendersi anche del solo respirare del bimbo.
Invece con occhi da vecchio guarda Juanitez, con fare di sfida.
La bambola di porcellana. Un bambino morto dalla pelle viola.
Rapida è l'assimilazione nel cervello dell'uomo dalle trecce bruciate.
Conoscenza dell'italiano, salvare qualcuno. È bello essere salvati, è bello sentirsi salvabili. Non è senza lavoro, è un medico, ha due lauree, è affermato, ama i bambini, ma non in senso buono. Non si parla di Juanitez, naturalmente.
Cosa significa?
Assolutamente nulla. Continuano a girare nel cervello di Juanitez ricordi non suoi.
Il problema dei ricordi iniettati è che sono sempre parziali. Tessere di un mosaico impossibile da completare, nella maniera più assoluta. Una parzialità incolmabile, che conduce alla pazzia.
Rientra nella stanza della prostituta sorridendo.
“Di chi è questo bambino?”
“Dal colore e dall'espressione credo sia del diavolo.”
“Intendi un cliente con un nome poco rassicurante oppure il diavolo in carne ed ossa, quello massacrato dall'iconografia cristiana?”
“Guardami in faccia.”
La guarda.
“IO... Non STO... Capendo... UN CAZZO!”
Drogata di chissà cosa non è in condizione di rispondere a nulla.
“Avrà tre giorni. Sai cosa ci faccio?”
“Cosa ci fai?”
“Lo uso per ammazzarti.”
Ride.
“Anche io che sono una mignotta so che le ossa di un bambino sono troppo cartilaginee per ammazzare qualcuno.”
“Non intendo usarlo come corpo contundente.”
“E allora?”
“Ci devo pensare.”
Juanitez si siede.
III.
La bocca aperta dell'italiano col nome da messicano.
Estetica hippie criminale, il dio crono alla pari di Lennon o Page, il suo insegnamento più grande, la pedofagia, meglio se si tratta di prodotti propri.
I bordi delle labbra che si ritraggono, la mascella spalancata, mentre con gli occhi sbarrati continua a fissare il bambino viola.
Tira fuori la lingua, completamente nera. Avvelenamento da... arsenico? Boh.
La prostituta gli chiede: “Possiamo fare una cosa, tu te lo inculi ed io ti lecco il culo. Alla fine il bimbo muore e lo buttiamo, e tu hai una storia incredibile in più da raccontare dai tuoi amici al campo, no?”
“Per chi cazzo mi hai preso?”
Metodo Scientifico:
Ipotesi: è possibile uccidere una prostitua percuotendola con il corpo di un bambino di tre giorni che si stima essere il figlio di Satana.
Esperimento: Juanitez brandendo il bambino per una caviglia, la destra, con la propria mano destra, percuote il viso della prostituta con la parte occipitale del cranio del bambino, trasformato in una clava umana.
Tesi: I danni vi sono, ma sono leggeri.
Conclusione: Esistono armi più appropriate, come chitarre o lampade, o casse di uno stereo.
Il bambino sanguina da dietro la testa. Il sangue è nero. Il sangue fuoriuscente dalla faccia della puttana è ovviamente rosso.
La lingua di Juanitez assaggia le ferite del bambino. Poche goccie del suo sangue gli fanno drizzare la spina dorsale. Uno sciame di ricordi cresce a partire da quelli preesistenti. Il mosaico è ancora lungi dall'essere completato, ma non si tratta più di tessere separate. L'assoluta conoscenza del diavolo.
“Hai un coltello?”
“Figlio di puttana, non ti basta un bambino per ammazzarmi?”
“Non voglio ammazzare da te, volevo ammazzare dall'inizio il bambino.”
“Non potevi sbatterlo per terra?”
“Sì, in effetti hai ragione. Me lo potevi dire prima, cazzo.”
Un ricordo come ai tempi di Gavino, una signora con dei piccoli gatti in mano, che li scaglia uno ad uno con forza per terra, poi li raccoglie e ripete l'operazione, fino a quando tutti muoiono.
Juanitez al solito afferra il bambino per caviglia, lo lancia per terra, una, due, tre volte, poi contro gli spigoli della cassettiera con specchio, col sangue che gocciola ovunque. Pedofagia.
“Ne vuoi anche tu?”
“Sballa?”
“Molto più della merda che prendi tu.”
Il bambino continua a muoversi come se nulla fosse, pieno di echimosi, con ferite impresse nella carne sufficienti ad uccidere un rottweiller dei più duri.
Poi Juanitez ci pensa e ci arriva.
“Hai un qualcosa per tagliare?”
“Le forbici.”
“Dammele.”
Lei gliele da. Le punta di una delle due lame entra poco sopra il margine mediale degli ilei. Risale tagliando fino alle prime costole, solo eufemisticamente definibili come ossa, a causa della loro consistenza cartilaginea.
Si divaricano i rami della carne. La bocca di Juanitez è la prima a mordere. Sangue e viscere, senza nessuna remora. La pedofagia, la più grande delle debolezze di Juanitez. Il maniaco mangiabimbi che sconvolge da un paio d'anni i sogni di ogni giovane mamma, è lui.
Andrebbe riportato un qualche articolo di giornale, per accrescere l'impressione di drammaticità della situazione, ma il poco spazio ce lo impedisce.
Stavolta è diverso, la paternità del bambino è decisamente equivoca, ed il peccato è mortale. Poi anche la bocca di lei. Il corpo alla fine è lasciato per terra, come un guscio vuoto, ma con gli occhi ancora in grado di muoversi sinistramente di vita propria.
Maledetti cinesi, la colpa è sempre loro.
Io sono vostro amico.
Juanitez inizia a scopare la troia, mentre nuovi ricordi, probabilmente tutti fittizi iniziano a prendere vita costringendo il bastardo a raccogliere e scagliare la pesante lampada da lettura della squillo, raramente utilizzata. Una lampadata in faccia, ed il viso del quasi angelo viene sfigurato. Poi si alza, prende il bambino in braccio, lo tasta. Rigor Mortis? Forse.
Poco importa, la nuova consistenza rigida del corpo è sufficiente a colpire a morte la puttana.
IV.
Funziona così, doppio omicidio dal nulla. Comunque nulla di nuovo per Juanitez. A dire il vero forse sì, l'abitudine era giocare a morte coi bambini, ora si gioca coi grandi.
La scintilla definitiva. La carne mangiata trasforma e si trasforma in altro. Il primo adulto che ammazza. Mica male.
Loro vogliono fare tutto quello che vogliono. Che giro di vite... Ma che cazzo vuol dire?
Il bambino si rigenera le ferite, come una salamandra politica.
La bocca sa di marcio, e lo sballo sta diventando insostenibile per il maledetto pedofago.
Esce dalla porta e mira alla capa delle troie.
Coi capelli viola, quarantenne e con un occhio rovinato.
Irrompe urlando:
“Maledetta mignotta mangiacazzi, fammi capire chi è questo bambino.”
Lo tiene per caviglia il feretro ancora vivo del figlio del diavolo, senza nessuna ferita.
“Lascialo andare, è la nostra mascotte.”
“Mi puzza di bugia.”
Istantaneo il lancio del bambino contro il muro.
Clack. Collo rotto. Riparabile nel giro d qualche minuto.
Un codice di comportamento comune. Sì, sì.
Alle spalle di Juanitez si manifesta il Cesare, un po' adirato per le violenze subite dal figlio.
Il ricordo di un monaco, morto bruciato in fiamme nere.
L'ossessione di Juanitez attraverso i ricordi, l'arrivo al bordello e la conclusione della faccenda.
L'assunzione del pedofago nelle schiere di livello medio-alto di colui che bucherà il quartiere Africano di Roma durante l'emersione dell'Inferno, il padre del figlio del diavolo, ergo...
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venerdì, 30 marzo 2007, 18:32
Il presidente del paese parlava nella piazza principale della capitale, infondendo slogan villani da pubblicità di biscotti per la prima infanzia. La gente restava a bocca aperta, sperando in un avvenire migliore. Una classe dirigente inadeguata, per un paese che stava per precipitare nell'abisso del terzo mondo.
Uno Stato tuttavia democratico, in cui formazioni rivoluzionarie vengono giustamente etichettate come sovversive e meritevoli di passare l'eternità in carcere. Funzionava così.
Una cellula terroristica formata da una sola persona. Un folle, visto il suo progetto anti-politico di natura spontaneista. Nessun golpe, nessuna successione, solamente l'eliminazione di un simbolo, l'apice, un po' per antipatia personale, un po' per il licenziamento del padre, causante il di lui suicidio, che ha sconvolto la sua tarda adolescenza.
Il nome della formazione: Gli Alchemioterapici. Aldilà di un possibile simbologismo tale appendice dell'Orzata Nera, ricollegantesi blandamente all'alba dei Luther Blisset, è un concentrato di nonsense.
Una manifestazione governativa, con manifestanti pagati provenienti dall'intero paese, chi in pullman e chi in treno, dalle isole maggiori come dalle regioni alpine.. Ideologie vaghe e soffuse, nulla di particolarmente notabile. Un vago senso di nausea colpiva il passante occasionale per quella manifestazioni, e nelle infradiciottenni poteva causare amenorrea. Occhiali scuri, bandiere nere, bandiere del ventennio, accompagnate da bandiere da supermercato e musica in grado di convincerti ad acquistare. Metterti a proprio agio prima di romperti il culo e sezionarti.
Un finanziere, dall'occhio ingannato, aveva provveduto a sottrarre una grossa carabina, caricata con un unico colpo massiccio, di quelli utili allo sfondamento delle serrature, in caso di irruzioni in covi di malavitosi particolarmente ben barricati.
Il suo viso non aveva nessuna espressione. In seguito lo si sospettò essere un collaborazionista degli “Amici Azeri”, che come circa altre quindici neosorte organizzazioni terroristiche rivendicò l'attentato.
Facente parte del servizio di sicurezza, abbandonò il suo stato di addetto all'ordine pubblico e portò la carabina all'interno di uno dei bagni ad utilizzo dei politici che avrebbero parlato in quella sede. Non nel bagno... Nella piazza.
Dopo di chè torno alle sue mansioni di ordine pubblico, abbastanza spossato e confuso.
Il presidente iniziò a parlare:
“Dinnanzi alla deriva massimalista delle forze della sinistra disfattista del nostro paese, occorre una risposta popolare unidirezionale, non possiamo lasciarci trasportare nel buco nero del rimuginamento della loro invidia. Molti partiti stanno prendendo le distanze, anche nella loro stessa coalizione. Dobbiamo presentarci uniti al prossimo vo...”
“Bang.”
Il cervello del presidente schizza via innalzandosi come un piccolo geyser. L'unica grossa pallottola entrata ad altezza nucale, dall'occipitale, esce dalla zona opposta del parietale, portandosi via buona parte del resto nel neurocranio. Per almeno sette secondi nessuno capisce nulla, ed il tempo si ferma. L'assassinio di Kennedy stranamente non passa nella mente di nessuno.
Si può ragionevolmente parlare di decapitazione, visto come sia stata risolta la testa del presidente.
Sporco di sangue e con la faccia sbarrata c'è il vice presidente, con l'arma fumante in mano, che non pare capacitarsi di quello che sia successo. Ha appena ammazzato il presidente.
Nessuno si era accorto del fucile che aveva in mano. Possibile?
La colonna di sangue e neuroni alzatasi in aria è nei giorni seguenti divenuta un simbolo per molte delle organizzazioni terroristiche uscite fuori dal fango primordiale che erano i vari centri sociali o pacottaglia di questo tipo. Alcune organizzazioni erano di sinistra, altre anarchiche, ed un paio addirittura fasciste. Su un muro isolato della stazione di Pescara, dattiloscritta la rivendicazione degli Alchemioterapici, bollata immediatamente dalla autorità (un carabiniere sciocco), come falsa.
Ben coscienti della deriva oltanzista del governo, noi, gli Alchemioterapici ci siamo semplicemente limitati ad eliminare il suo capo, causando un bel po' di magagne per appropinquarci dei seguenti punti o temi:
1.La loro Bellezza: ovvero la rivalutazione di bellezze architettoniche in Italia snobbate, come ad esempio il cimitero del Verano, a nostro parere non abbastanza valorizzato.
2.La nostra Bellezza: ovvero la lotta contro le case editrici italiane che continuano a snobbare i nostri scritti.
3.Il vero piacere: ovvero la legalizzazione delle droghe e del sesso communitario, compreso quello a base di cloruro di sodio.
4.Il vero sentimento patriottico: ovvero l'annessione forzata della Slovenia e della Croazia al Friuli-Venezia Giulia.
5.La vera Forza: ovvero la costruzione di un cannone ottico abbastanza grande e potente da riuscire a sparare rifiuti e detenuti sulla luna.
6.L'asse metallico: ovvero la ricerca di una lega metallica per proprietà simile alla buona lana di Salamandra, conosciuta ai nostri giorni come amianto.
7.L'unità linguistica: ovvero il ritorno di tutti i paesi di lingua neolatina (sudamerica compreso), all'unica vera lingua pura, ovvero il Latino.
8.L'amore per la religione: ovvero rendere eleggibile chiunque, animali compresi, alle seguenti cariche: deputato, senatore, pontefice cattolico.
9.Il nostro vero amore: ovvero rendere legali le unioni non convenzionali, ovvero quelle tra uomo e uomo, donna e donna, uomo ed edificio, donna ed automobile, e famiglia media e pianeta.
10.Il nostro volere: ovvero l'edificazione di una banca della volontà in cui sommare le volontà individuali, individuate nella regione lombare del midollo spinale, in modo tale da garantire a chiunque la necessaria dose di volontà qualora ne senta il bisogno.
11.La vera giustizia: ovvero introdurre il massaggio elettrico per reati come l'ateismo, la masturbazione, l'abuso di ossigeno, l'uso di sigarette, il cattivo uso di energie solari, e lo spreco di saliva.
Come effettiva rivendicazione di quanto successo in data XX Marzo in Piazza dell'Untore, sveleremo il meccanismo che ha portato all'eliminazione dell'ormai ex presidente dell'esecutivo:
Attraverso l'uso di diverse droghe psichiche derivate dalla psilocibina, somministrate per via aeree, è stato possibile ottenere un ipnosi generale che ha permesso ai nostri uomini di uccidere il presidente.
Firmato, Gli Alchemioterapici.
Nessuno ha in seguito dato alcun credito a tale manifesto, anche perché quasi immediatamente strappato poiché ritenuto abusivo.
Il vice-presidente del consiglio dopo appurate perizie psichiche è stato dichiarato sano di mente, ma vista la totale assenza di droghe ipnotiche, o di tracce delle stesse (si ricorda ai lettori che droghe esaltanti come la cocaina non rientrano nella categoria delle droghe ipnotiche) è stato condannato per omicidio volontario, alto tradimento, ed un po' di altri capi d'accusa, dei quali non era neppure troppo colpevole.
L'unico appartenente alla formazione terroristica responsabile di uno degli attentati meglio riusciti della storia, nel suo bunker situato in una cantina della capitale, con le unghie a punta e la mano scarnificata dalla potassa, con la pancia piena di sale indispensabile per l'uso dei suoi poteri di possessione psichica, con un coltello da pecorino conficcato nel parquet e nel corpo di uno scarafaggio, con la chiave craniale del bunker appesa alla cintola, con la cannuccia usata per bere il cocktail di latte ed lsd ancora nel tazzone vuoto, con la mazza da Hockey firmata da un teppista irlandese conosciuto in una notte di mezzo autunno, con le varie calamite a forma di cactus, ha continuato a dormire raggomitolato dentro il suo metro e sessanta di altezza, le sue ossa curve, i suoi capelli caduti. Rinchiuso in un bunker, ma in grado di possedere con le sue capacità mentali il corpo di chiunque, compresi gli schiavi salariati del fast food situato al piano terra dello stesso palazzo, che provvedono ancor oggi a sfamarlo, ed a portargli il sale che gli serve a far campare il suo cervello ingordo.
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venerdì, 09 marzo 2007, 17:14
La sera in cui guardai i suoi occhi fissare il cielo immobili, capii che era morta da circa un mese, con sul viso i capelli biondi che si sforzavano di tendere al bruno. Lei era un vampiro atipico, non del tipo con i denti aguzzi che suggono il sangue al volo da arterie carotidee, era uno di quelli che posseggono vene carnivore sui polsi e che con una scusa qualsiasi ti attirano in un vicolo, e polso a polso ti dissanguano senza che tu te ne renda conto.
Cambiava colore dei capelli a seconda della stagione, seguendo un ordine preciso, bianchi d'inverno, rossi in primavera, biondi d'estate e castani in autunno. L'avevo conosciuta un giorno prima che i suoi capelli divenissero rossi, di sfuggita, ed il giorno dopo rivedendola col capello di colore diverso pensai che fosse una sorta di punk sfigata, che cambiava colore dei capelli tingendoli a seconda dell'umore. Quando mi si avvicinò per la prima volta pensai che da me volesse solo una sigaretta, com'è costume tra le avvenenti giovani del nostro tempo. Mi chiese invece cosa stessi ascoltando nel lettore mp3. Gli risposi d'istinto: “Verdena.” Poi andò via. Quel giorno non avevo alcun lettore mp3 con me. Probabilmente si riferiva al giorno precedente, quello in cui l'avevo vista per la prima volta. Non ero passato inosservato, e ciò in qualche modo m'inorgogliva. Magari però, faceva solo domande a vanvera.
Una sera l'ho vista andare in giro a braccetto con il peggiore, colui che chiamavo ai tempi BaffoSpritz, ultracattolico, che vedeva nella bestemmia la forma più grave di oltraggio all'uomo prima ancora che a Dio.
Parlando di tale personaggio con il mio Carlo, che abitava nello stesso collegio dello stolto, a proposito delle conquiste del mio arcinemico in fatto di donne, questi mi disse che il baffuto non si vedeva da diverso tempo nel collegio. Tempo dopo tornò, e Carlo mi tenne aggiornato, motivando il periodo di assenza del tipo, con la sua permanenza in ospedale per un paio di settimane, a causa di grosse perdite ematiche. Si era tagliato i polsi in un vicolo, ma aveva rimosso tutto l'accaduto. La famiglia l'aveva invitato a tornare a casa, temendo in un nuovo gesto simile al precedente, ma era troppo spaventato e non intendeva uscire dal suo alloggio neppure per mangiare, figuriamoci se poteva prendere un treno. Il suo compagno di stanza si occupava della sua sussistenza alimentandolo con prodotti da discount, come un animale domestico.
Poi la rividi, verso la fine di Aprile. I capelli sempre rossi, mi si avvicinò, evidentemente si ricordava di me.
“Ciao, ascolti sempre grunge preteradolescenziale?”
“Capita, ascolto molte cose.”
“Cosa ci fai qui a Roma?”
“Studio, o perlomeno questa qui è la motivazione ufficiale.”
“E quella ufficiosa?”
“Rimorchiare straniere in supermercati vicini alla stazione, scroccare alcol, droga e godere di corpi la cui volontà è annacquata.”
“Quindi sei qui a Roma per lo stesso motivo per cui vi sono anch'io.”
“Anche tu ti cimenti nell'impresa di scopare le passanti?”
“In un certo senso.”
“Una sera ti ho vista in giro col mio arcinemico numero 4, BaffoSpritz.”
“Chi? Tu mi spii con sistematicità?”
“Ti ho vista in giro, mica ti spio. Ti ho vista con un pirla decisamente cattolico, italiano, benché da quanto affermato poco fa i tuoi gusti sessuali parrebbero orientati verso un edonisticoe amore lesbico tra te e: svedesi, giapponesi, inglesi, o gente di altre etnie e culture che passi per la città eterna.”
“Quindi mi spii. Hai anche delle mie foto?”
“Senti, pensala come ti pare. Ci tenevo solo ad informarti che quel tipo con il quale uscivi, non ha smesso di cagarti, ma se ha smesso di farsi sentire è solo perché ha tentato il suicidio.”
“Ah, si, ed in che modo?”
“Si è tagliato i polsi in un vicolo.”
“Mmm, hai visto i suoi polsi?”
“No.”
“Allora come fai a sapere che se li sia tagliati da se i polsi? Anzi, come fai a dire che abbia provato a suicidarsi tagliandoseli?”
“Devo dedurre che tu sia informata più di me riguardo a quanto successo a quel porco?”
“Beh, si, sono stata io.”
Cercavo di difendere la buona fede di uno che mi stava sulle palle. Avevo il cervello in palla. I lineamenti del suo viso in effetti parevano uscire da un'altra epoca. A vederla in giro poteva sembrare una ragazzetta qualsiasi strafatta di Tuxedomoon ed alienazione, ma lei era infinitamente più vera e sincera di chiunque altro avessi avuto modo di incontrare dal giorno della mia nascita. Mi diede un appuntamento comunque. Il 5 maggio ci saremmo incontrati su un ponte del Tevere. Nessuna precisazione, mi sarei dovuto quindi fare una decina di chilometri a piedi sperando di incontrarla.
Subito dopo il concerto organizzato dai sindacati, abbastanza stanco e bruciato, chiesi a Carlo di informarsi presso BaffoSpritz riguardo alla rossa che lo aveva condotto allo stato di cose in cui si trovava adesso. Alienazione e paura. Non sapevo neppure riguardo a che nome far investigare Carlo, ma non aveva importanza. Sicuramente la tipa in questione aveva un valore particolare per l'ultracattolico.
Quando reincontrai Carlo aveva il setto nasale rotto, spezzato da un pugno in pieno viso. Quando Carlo gli aveva chiesto della rossa, il giovane era impazzito, imbastendo una cieca furia omicida, per un neofita del collegio totalmente immotivata. Per la verità BaffoSpritz era sempre stato un personaggio noto per la sua violenza, ma aveva veramente vomitato sulla decenza in tale occasione. Carlo era molto amareggiato. Non solo non avevo scoperto nulla, ma avevo anche fatto pestare un mio amico. Che situazione di merda.
Non sapevo nulla di preciso sul dove incontrarla, e tuttavia mi recai sul Tevere. Un ponte vicino all'isola Tiberina. Magari sarebbe stata lei a trovare me, ed effettivamente fu lei a trovarmi. Probabilmente avrei dovuto preoccuparmi, visto il modo in cui aveva ridotto chi mi aveva preceduto come suo aspirante boyfriend.
Comparve, intrapplata in un giubbotto nero dotato di lucidi bottoni, eccessivamente stretto anche per una magra come lei. Era il crepuscolo, le sette e mezzo di pomeriggio, o di sera.
“Alla fine ti ho trovato.”
“Non mi andava di percorrere il Lungotevere allo sbando, capiscimi. Confidavo nel fatto che mi avresti trovati tu...”
“Si, si, capisco, tranquillo. Quindi che facciamo stasera?”
“Prima un po' di conversazione, poi del sano sesso violento. Fammi un po' capire, perché il tipo coi baffi quando il mio amico Carlo gli ha chiesto di te si è trasformato in una furia menandolo a sangue?”
“Era un tipo violento, mi voleva costringere a fare l'amore con la forza, così gli ho morso i polsi sino a farlo sanguinare copiosamente.”
“Davvero?”
“No, avevo solo fame.”
“Non capisco il nesso tra l'avere fame e l'aprire i polsi della gente con cui esci.”
“Io sì, ed ora che la conversazione è finita passiamo al sesso violento?”
Inutile dire che la paura mi divorava. Mi tremavano le gambe, più del solito. Quando tremo è per nervosismo mal manifesto. Tendenzialmente la gente è convinta che sia uno di grado di mantenere la calma, ma il corpo spesso mi tradisce. Non avrei mai potuto avere il suo corpo, la paura mi avrebbe bloccato ogni muscolo. Dunque si optò per il buttarsi su una qualche scalinata per Trastevere.
Si scelse la scalinata, quella di Piazza Trilussa, e continuò il nostro cimentarci cattivo nella divina arte della conversazione.
“Mi spieghi quindi per quale cazzo di motivo hai quasi ammazzato quel tipo?”
“Sai cos'è un vampiro?”
“Si, quella gente molto sbanda che campa di fluidi ematici altrui.”
“Ecco, io sono un vampiro.”
“Quindi hai denti a punta retrattili e la capacità di trasformarti in: pipistrello, lupo, nebbia, mandria di topi? Se fosse così non si spiegherebbe come mai io ti abbia vista anche di giorno, non trovi?”
“Nel folklore pop tu ci sguazzi, vero?”
“Che vuoi che ti dica, non capisco proprio dove tu voglia andare a parare.”
“Cercherò si spiegartelo, i miei vasi sanguigni, sono prensili. Possono aprirsi, fuoriuscire, ed in modo invasivo, a mo' di sinciziotrofoblasto dal corredo cromosomico raddoppiato, entrano nei vasi sanguigni altrui, succhiandone il sangue e potenzialmente causandone la morte.”
“Il paragone con animali intrauterini conosciuti anche come archeobambini è abbastanza pretenzioso. Comunque succhiare sangue in quel modo può causare la morte della gente che succhi in tempi anche molto brevi.”
“Un maschio adulto, mia preda preferita, ha circa un sei litri di sangue. Io con un litro e mezzo ci ceno, se si tratta di gentaglia però non rifiuto l'indigestione. Non ci vado per il sottile, io...”
“Ah bene. Ecco, ma se sbagli persona e becchi ad esempio un malato di Aids, per via del transito cosi diretto del sangue non rischi di contrarre anche tu la stessa malattia?”
“Ora ho solo voglia di baciarti.”
“Baciarmi nel senso di mettere le labbra sulle mie ed eventualmente la tua lingua nella mia bocca, oppure baciarmi nel senso di fondere le nostre vene e sistemare l'argomento “mangiar fuori” in una ventina di secondi.”
“Vediamo quanto coraggio hai.”
Uscimmo altre volte insieme, fino alla decisione finale di stare assieme. Lei, vecchia un paio di secoli e mezzo, ed io che avevo meno di un decimo dei suoi anni. Non poteva bere il sangue di altri, poiché innamorata del mio avrebbe vomitato del sangue alieno, assuefatta dal sapore che ormai per lei era assimilabile al concetto di vizio, se non di droga. Non capivo cosa ci trovasse, ma quando facevamo l'amore, capitava che dal suo corpo una qualche vena fuggisse e si incatenasse alla mia carne. Evitò, dopo il primo tentativo di succhiarmi il sangue, durante il coito, attraverso i suoi vasi vaginali, causa mia perdita subitanea di erezione. Evidentemente non conosceva il discorso relativo alla natura non muscolare, ma cavernosa del membro maschile. Da quel gesto capii che non era solita scoparsi le sue vittime, poiché questo ero io per lei, una vittima dalla quale non si poteva separare.
Un'estate passata assieme, con lei sempre più debole, bionda e consumata. I racconti delle scorpacciate finendo soldati e civili moribondi, durante le ultime grandi guerra, i plaboy latini ridotti a pesare sei chili e ventuno grammi in meno, le gambe di donna fatte sbiancare assieme a calde gote accese dal vino, e via dicendo, sino alla fine di agosto. L'astinenza alimentare, il suo semidigiuno l'avevano fatta sprofondare in una sorta di letargo. Non avevo con sangue a sufficienza per lei. Magra come un'anoressica una sera si era fermata a guardare le stelle, il cielo apparentemente immobile. Rimase così per un mese, senza dare segni di vita, con lo sguardo rivolto al cielo.
Poi capii che in effetti era morta. Mi informai attraverso vari esperti, che nulla però sapevano di vampiri che si nutrissero attraverso vasi sanguigni antropofagi. Mi domandavo se fosse forse l'unica della sua specie.
Aprii un polso coi denti, deponendo il mio sangue sul suo, le vene ripresero a vivere, ed in poco tempo tutto in lei si schiuse dallo stato di letargo in cui si trovava.
“Puoi rendermi come te?” Le chiesi una volta ripresasi.
“No, non se ne parla neppure. Io ti voglio mangiare un po' alla volta. Se arriverai a quarant'anni con un aspetto da uomo maturo, allora ti renderò simile a me, una divinità a tutti gli effetti, ma fino ad allora non me lo chiedere più.”
“Pensavo che fossi definitivamente morta.”
“Per liberarmi della maledizione che mi tiene incatenata a te debbo ucciderti.”
“Allora fallo, tanto ora come ora non ho molto da perdere.”
“Tu credi?”
“Si, io credo.”
Nulla di epico, nulla di degno di nota. Niente di cosi straordinariamente intenso. Solo la scontatezza di un dialogo ascoltabile per strada, magari in un quartiere in cui si agitino persone un po' drogate.
Nulla di nuovo, solo il periodico riciclare modelli e stereotipi preesistenti, assimilare tutti in cinque, sei o al massimo sette organismi massificati, dove tutti ricadono, in un modo o nell'altro.
“Uccidimi, avanti.”
“Sei così fissato con le botte, il sangue, e tutte queste mitologie da assassino represso. O ammazzi qualcuno per davvero o stai zitto, parlarne in questo modo è patetico.”
“Ma io non voglio ammazzare nessuno, voglio che mi ammazzi tu.”
“Cambia nulla? Sangue mio, sangue tuo, sangue di un passante, se non lo devi mangiare è assolutamente uguale. Non cambia un cazzo, te lo assicuro.”
“Se la metti così allora facciamoci una scopata seria, e quando vengo succhiami tutto dai pelvi.”
“Mi hai rotto le scatole anche con ste manie da morte perfetta, da eutanasia da samurai. Ti prego smettila di vomitare luoghi comuni.”
“Cosa facciamo allora?”
“Facciamo così, tu da oggi sarai il mio cordone ombelicale, il mio porcellino, mangerai in modo tale da garantirti un seimila kilocalorie al giorno, che ti serviranno a garantire a me il corretto quantitativo di sangue necessario alla mia sopravvivenza. É possibile?”
“E' possibile.”
A letto era tanto brava, e nuda era tanto bella. Mi ero ridotto al rango di cordone ombelicale effettivo, ruolo in cui ancora oggi a tre anni di distanza mi trovo. Le variazioni del mio peso sono controllate direttamente da lei, come un'onda che viaggia nel tempo. Mangio per due, mangio per me e mangio per lei. È come se fossi incinto. Tuttavia, va benissimo così. Nei periodi in cui sto troppo male poi, lei cerca il cielo in terrazzo, e rimane in quella posizione per giorni, settimane, mesi, non temendo il sole, nemico per antonomasia della razza a cui appartiene.
“Ci sono altri o altre anatomicamente e fisiologicamente assimilabili alla tua stessa razza?”
“No, o meglio non più. Ero presa dall'ossessione di essere unica, così li ho ammazzati tutti.”
“Essere unica, eh?”
Ogni tanto mi passa nelle vene il suo sangue anziché prendere il mio, un po' sbadatamente, e non rimpiango nulla della mia adolescenza a base di etanolo e thc. Il ciclo delle stagioni è ormai da tre anni per me scandito dai suoi capelli.
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lunedì, 05 marzo 2007, 18:02
Di lui non si ricorda mai nulla nessuno, è un tipo solo oramai, senza alcuna connotazione caratteriale ne' fisica particolare, un esempio di antropometrica media, i caratteri somatici nazionalpopolari, come la lunghezza delle ossa, misurabile attraverso l'altezza. Vive nella sua casa all'ultimo piano di un edificio circolare, a forma di cilindro. Un vasto attico con varie vetrate in grado offrire una visuale completa della città. Il suo pavimento a scacchi sporco di sangue della minorenne che ha seviziato per mesi, l'amenorrea non è sopraggiunta, ed i cicli mestruali sono venuti periodici, macchiando il bianco del pavimento. Il nero si vede unto di sangue solo in controluce.
Non si ha altra scelta quando si nasce in una famiglia disadattata. Sua madre era la tipica mignotta meridionale, di quelle vestite con fuseaux ovviamente aderentissimi, e magliette rosse dalle quali nei caldi giorni d'estate, quando i sensi si accendono come lampadine al neon sistemate in un arco voltaico, che una goccia di sudore si avvicina ai seni, dando una sensazione di confusione davanti al luogo dove andrà a finire. In quei giorni, scattano i problemi. Lei, la madre del giovane non dava peso alla cosa. Tutti la credevano una troia, ma in realtà si teneva solo stretto il suo uomo, con il suo essere così tremendamente provocante. Guardandole il viso, per via del colore scuro dei capelli, ed il sinistro pallore della carnagione rispetto alla media regionale, ci si poteva aspettare di trovarsi davanti un delizioso neo, sensuale come il resto del corpo. Un'imperfezione che non costa nulla, che non fa bagnare la bocca. Non riesce a diffamare la media di un fisico attraente come miele per un orso, ma forse, con quell'istante di caducità, rende più umano il corpo da spolpare con le membra. Sua madre, dopo aver fatto morire il padre d'infarto, mentre si regalava il terzo orgasmo della giornata, in fronte alla trentina fatti avere dal marito, a causa della sua infernale frigidità. Priva di svago erotico, ma non volendo rinunciare alla sua devozione familiare, ha molestato il figlio, che a distanza di giorni, in un'esplosione di autolesionismo, in giro per un cimitero di notte, dopo aver distrutto per la rabbia esplosiva una tomba si è appropriato dell'occhio di vetro trovato in essa, inglobandolo dolcemente nel suo retto. L'occhio, sporco di aldeidi collose, si è unito nel corridoio anale con una parete intestinale, dando al giovane un dono empatico tutto nuovo. La capacità di capire le persone guardandole negli occhi, nel sentire quello che sentono, nella gioia e nel dolore. Invece di una pista di cocaina ci si può mettere ad aspettare fuori da un ippodromo, basta avvicinarsi ad uno che ha vinto per farsi una sbandata davvero seria. Mica male, per uno che invece si è ridotto a vivere sul pavimento di un attico di un palazzo altissimo di forma cilindrica. Lecca gli scarafaggi che ha liberato settimane prima, in vista di una fonte di nutrimento da sfruttare nelle settimane successive., Anche la giovane minorenne, che vecchia non può essere a causa della sua età anagrafica, il cui valore assoluto è inferiore a sedici, si nutre di tali insetti. La sua adolescenza, quella dell'uomo che nei fascicoli della polizia ha il nome in codice di Caino, è stata segnata dal suo dono empatico. Si avvicinava alle ragazze della scuola, e capiva al volo chi avrebbe scopato con lui e chi no. In una scuola con quattrocento ragazze, almeno un paio saran disposte a farlo un pompino, forse solo a pagamento, ma comunque era una possibilità. Il controllo sulla sfera sessuale separa comunemente un maschio adolescente da un maschio adulto. L'adolescenza finisce col primo coito. Un uomo esaurisce il suo iter di crescita dopo la prima scopata. Non per nulla agli studenti che perdono la verginità con distanza maggiore dall'età della nascita, competono risultati più brillanti nelle rispettive carriere scolastiche o universitarie. La prima scopata blocca ogni processo di apprendimento sulla propria coscienza, e si rimane bestie. Lui l'aveva subita a dodici anni la prima scopata, gli si concederà l'essere rimasto un po' bimbo.
“Sai, io ho un fuoco dentro, una fiamma bagnata, che mi suggerisce di realizzare tutte le smargiassate che porto avanti in una giornata.”
Quando due sbandati si sfidano in tre discipline, preferibilmente stesura di racconti, gara di cucina violenta e gara di ballo, capita spesso di rimanere sorpresi dinnanzi alla foga di chi, certo di vincere in cucina e coi racconti, sceglie come terza specialità appunto il ballo, per dare un vantaggio alla sua sfidante bellissima, magra ed abile nel muoversi sincronizzandosi a determinate onde sonore meccaniche. I giochi di golf, quanto sono fascinosamente noiosi.
Ricordi di un game boy troppo tardi arrivato, ma che tanto divertimento mi ha dato. Sentire le orecchie che fischiano, e guardare la minorenne schiacciata per terra, col ventre e le gambe sporche di sangue rappreso, che si libera dalle manette e dall'effetto degli anestetici barbiturici che giornalmente il bastardo nudo le ha dato. Non è più possibile, lui ha smesso di muoversi, non ha più nemmeno la forza di metterle un dito dentro. É un vegetale. Lei si libera dalle manette ai piedi, e sollevatasi su una sedia di legno con cuscino ripieno di penne di struzzo, prova a liberarsi con la bocca delle corde che legano le mani.
L'uomo per terra ormai non ha interesse per nulla. Lo si potrebbe uccidere con un spillo punzecchiandolo all'infinito. Se una persona dice una cosa vera, ma verosimile solo per uno che ben ne' capisce di scienza, si imparano un bel po' di cose. Perché esporsi mettendosi in politica, se poi la gente la pensa diversamente. Se mi dicono Baudo, penso alla DC, di cui è emblema.
Nel terrario con le pareti di vetro nere gira voce che si agitino gli imenotteri di Baal. Grosse vespe di cui si sospetta una possibile provenienza infernale. Grossi come mantidi femmine adulte, e gialli e viola scuro, possiedono pungiglioni in grado recare terribili effetti. Intorpidimento dei muscoli, legato ad un'intensa attivazione non localizzata dei centri del dolore. Non l'ossessione per una singola regione del corpo, ma tremenda premura associata alla presenza di bestie sottocutanee, larve.
I suoi capelli sono un po' lunghi, spioventi in direzione del senso di gravità sbagliato. Viso scuro, col colorito preso dal padre. Pochi peli a dispetto della sua meridionalità. É un vegetale. È assorto in un trip tipico dell'ultimo stadio della puntura di una vespa di Baal, quello dell'allucinazione terribile e non delirante, ma deprimente, che conduce appunto al vegetale dotato di terminazioni nervose, mentre viene bruciato a mozziconi di piombo bollente. Sofferenza inerme e depravata, anche i lamenti sono banditi, il corpo non esiste, è solo un dolore dello spirito.
La ragazza si libera le mani, si alza in piedi e subito cade in terra. Iniezioni mirate di tossine nei muscoli dei nodi principali dell'apparato locomotore, limitano i movimenti della ragazza. Lisboa aveva previsto tutto. Soprannome affibiatogli per l'aver una volta parlato poco pudicamente agli amici dell'oratorio della scopata con sua madre.
Non si può muovere dal luogo in cui si trova. Non ha controllo volontario su minzione e alvo, ma visto che non mangia, le uniche escrezioni del suo corpo sono di natura sudoripara. Nulla di quello che fa, non è strettamente necessario alla sua sopravvivenza. È come se dormisse, un coma appeso su un filo d'argento spesso qualche millimetro.
Lei invece, nutrita a forza di scarafaggi, e ridotta quasi ad immagine anoressica di una bulimica, cerca un telefono da cui chiamare la polizia. Vendere la storia ad un giornale, e scriverci magari un libro.
La sua vagina è infiammata, e qualche scarafaggio coraggioso le ha forse anche deposto qualche uovo dentro. Certo a causa del ph acido, una vulva non è l'incubatrice perfetta.
La ripresa dallo stato comatoso di Lisboa dipende dal rumore che la ragazza provoca, facendo cadere una lampada, dopo che il suo piede è rimasto impigliato nel filo elettrico e si è fatto seguire per qualche metro, il rapitore si desta completamente.
Si alza, nudo com'è, e si pone vicino alla ragazza. Lei è stata nutrita non solo a scarafaggi, ma anche con lipidi abbastanza puri come l'olio di oliva, assunto in quantità ingenti per via orale. Malgrado ciò ha perso tutto questo peso. Sboccare è bello. Lisboa puliva il vomito, ma non le macchie di mestruo, che invece considerava artistiche. Dopo ogni colpo di vomito però, infettava il cavo orale della sua giovane e poco consenziente amante con gli umori proteoidei. Ora non c'è più nulla da fare, se non ucciderla. Se vive, vivrà con traumi insolubili, se muore smette di soffrire ma muoiono dal dolore i suoi genitori. Lisboa è assalito proprio da tali dubbi. Potrebbe in effetti anche essere una masochista repressa, ed aver gradito senza rendersene conto attenzioni tipiche di qualche conte francese con la passione per i nastri neri.
“Tu lo sai che Dio nell'antico testamento è un'arma di distruzione di massa? Trasforma la gente in sale e rade al suolo le capitali del vizio. Secondo te esiste una reazione chimica che trasforma la carne e le ossa in sale?”
“Non lo so...lasciami andare.”
“Forse le ossa sono già di sale. Calcio, ci deve essere del calcio. Un sacco di calcio.”
Lei nuda sente che a giorni avrà un altro mestruo. Non si può muovere come vorrebbe a causa dell'atrofia muscolare, diversamente ucciderebbe il suo carceriere o fuggirebbe urlando e bestemmiando. Suo padre nelle forze armate, sua madre in un supermercato fino ai venticinque, e poi a servire in casa. Una figlia riverita e cresciuta con affetto, pugno di ferro, e sani valori cristiani. Ora nuda, in una casa desolata nel cielo, a prendere botte e droghe da un semisconosciuto, che si è fatto solo tre fermate di metropolitana con lei, prima di cloformizzarla e portarla nella prigione del cielo.
Lui si alza ritto, e le poggia un piede sulla faccia. Le intima di leccarle il piede, lei non accetta. Un calcio in faccia, la fine del delirio deve essere segnata da un omicidio.
“Non trovi che io sia bellissimo?”
“Non so...”
“Tu sei una mignotta, ma ora ci divertiamo.”
Prendendola la trascina sino al bagno, e la poggia nella vasca.
“In un documentario sulle torture cubane ho sentito della vasca de fuego. Sai cos'è?”
“Non lo so...”
Piagnucola, il suo “non lo so...” suona con un che di piagnucolante e bambinesco.
“Funziona così, la base del Niagara ti brucia la pelle prima e la carne poi. Cosi mentre tu stai morendo bruciata da questa cosa tipo acido, ma che in più riscalda l'acqua, ti butto nella vasca, e mentre ansimi per il bruciare, ti faccio ondeggiare sopra la testa, un bell'asciugacapelli, da tirarti nel momento successivo al massimo dolore, quando la sofferenza può solo diminuire. Un sollievo, non sono disposto a concedertelo puttana.”
Così versa il Niagara, e l'acqua si scalda. Il fumo invade il bagno, come una piacevole sauna. Che si siano liberati degli ioni sodio nel vapore? Magari il nostro amico morirà per i vapori del sodio. Il sodio non è così tossico, e comunque il soluto rimane in fase liquida.
La carne brucia, e la ragazza piange. Ormai è andata, la carne si scalda fino a raggiungere la doratura. Quando le lacrime si sono seccate per la pelle bollente, subentra il divertimento. Il salvavita staccato, e vola l'asciugacapelli nell'acqua. Si agita come un paraplegico nel magma. Lui viene finalmente, e quasi sviene. Sverrebbe in piedi se svenisse ora.
Lui balla come un dannato, mentre lei muore. Si avvicina allo specchio e si compiace. Con una scopettina giocattolo stacca la spina dell'alimentazione dell'asciugacapelli dalla presa elettrica.
Lei è morta, ma lui ha ancora qualcosa da fare. Si mette con i piedi sulla vasca, uno per lato. Si piega poi con le ginocchia, ed allontanandole alla massima distanza l'una dall'altra, si apre il sedere e tenta di risolvere il suo maggiore problema, con onde peristaltiche maggiori. Dopo quasi mezz'ora è successo, l'occhio di vetro si è staccato dalla parete intestinale, e dopo dieci minuti di lotta è uscito dal buco del culo, insieme ad un buon mezzo litro di sangue. Poi lui entra in acqua, insieme alla giovane morta. Con un residuo di erezione scopa quelle ferite aperte da abrasioni e ricoperte di bolle. Viene con dolcezza e poi esce dal bagno. Solo davanti allo specchio del salone si rende conto delle bruciature da soda che si stanno aprendo su tutto il corpo. Muscoli bruciati insieme a pelle e adipe, rapida un'iniezione di analgesici dei più amici. Via il dolore, via tutto. Vestito scende per strada, con un sorriso stampato sul viso, immaginando la comicità della sua faccia dopo la fine dell'effetto degli analgesici.
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