 Nome: Antonio Zagabria Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.
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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
sabato, 07 marzo 2009, 23:03
Arjun si era appena seduto. Abhida stava riempendo una brocca d'acqua. "Come va con tuo fratello?" gli domandò senza voltarsi. Arjun scherzò - "Che domande sono? Lo conosco da quando è nato, mica da ieri". Voleva evitare di affrontare l'argomento. Trovava che i cinque anni di reclusione in accademia avessero fatto male a Julius; adesso era altezzoso e distaccato.
Abhida sembrò intuire quello che stava pensando. "Per favore, sii comprensivo con lui. La guardia imperiale è la nostra tradizione più importante, è normale che lui sia orgoglioso di farne parte." Arjun si scandalizzò. "Come puoi prendere proprio tu le difese di Julius? E' il tuo ragazzo e non è ancora neanche venuto a trovarti". "Sono passati cinque anni da quando stavamo insieme, e non ci siamo sentiti da allora. E' una cosa vecchia." Arjun sapeva cosa stava pensando: la vera ragione era la sua malattia. La malattia che in cinque anni l'aveva invecchiata di quindici e che tra altri cinque l'avrebbe resa simile a un mostro, con denti marci e pelle come squame. Probabilmente era l'unica cosa a cui pensava da quando Julius era tornato. Arjun non parlò più.
Ma non era solo orgoglio, continuò a pensare dopo aver fatto un mormorio di approvazione. Julius sembrava del tutto rimosso dalla realtà. Nelle discussioni era insopportabile: evitava ogni critica sottintendendo (o addirittura dichiarando esplicitamente) che i fatti studiati al di fuori dell'accademia non erano la vera conoscenza ma una versione mutilata.
E aveva preso quell'abitudine idiota di far decidere a un dado le sue azioni. Non andava a dormire se non uscivano determinati numeri, non mangiava se non ne uscivano altri. "Altro che tradizione più importante dell'impero", pensava Arjun, "Quello mi sembra un club per imbecilli".
[Venti giorni prima]
Tutti gli allievi dell'ultimo anno sono radunati in quello che viene chiamato "il formicaio", la sala dalle pareti di vetro usata per le cerimonie ufficiali. L'occasione è un commiato. Dopo aver vissuto per cinque anni in questo edificio, isolati dalla famiglia e dal mondo esterno, le nuove guardie imperiali hanno terminato l'addestramento e stanno per tornare a casa. Il direttore dell'accademia parla ai giovani allineati in fila.
IL DIRETTORE: Nel rispetto della nostra tradizione sarò breve. Vi siete dimostrati degni di far parte della nostra istituzione militare più antica e rispettata. Non c'è nessuna chiave del nostro sapere che vi sia sconosciuta, e non c'è nessuna posizione nella nostra società più alta e sacra di quella che occupate adesso. State per tornare alle vostre case, ma vi terrete pronti per tutta la vita ad accorrere alla chiamata dell'impero. Il regalo d'addio è un dado d'oro da cento facce. Il Professor Migliardi vi spiegherà cosa farne.
MIGLIARDI: Il dado ha cento facce, e avete nel manuale una tabella con l'attività relativa ad ogni faccia. Alcune sono dedicate allo svago, altre ai bisogni del corpo, molte all'esercizio. Tutte le facce dalla uno alla venticinque sono per la pratica della ferocia. Questo vuol dire che mediamente un quarto della vostra giornata sarà dedicato ad esercitarvi in quella che è effettivamente l'arma più potente a nostra disposizione, la tecnica segreta su cui poggia il potere dell'impero.
Come è d'uso nel nostro metodo didattico, vi darò due spiegazioni diverse del significato del dado. Ricordate che non c'è posto per la verità assoluta nel regno delle parole, e così sarete liberi dalle illusioni.
*UNO*
Le nostre responsabilità ci impongono un grado di efficienza che sfiora l'infallibilità. Poche organizzazioni hanno raggiunto quest'obiettivo nella storia del nostro pianeta, e tutte hanno un particolare in comune: i loro membri erano totalmente distaccati da abitudini, desideri e bisogni. All'interno delle nostre mura questo scopo è stato raggiunto sottomettendo completamente la vostra volontà a quella del maestro. Quando volevate dormire lui vi ordinava di combattere. Quando avevate bisogno di sfogare la vostra energia lui vi costringeva a restare seduti per giornate intere senza poter spostare un muscolo. Mentre tutti gli uomini comuni fuori di qui vivevano le loro giornate secondo schemi familiari, voi non sapevate cosa vi sarebbe stato ordinato tra un minuto: dovevate essere pronti a tutto. Ora siete delle armi formidabili senza punti deboli, e dovrete rimanere tali anche fuori. Non avrete più un maestro, quindi prenderete i vostri ordini dal dado. E quando l'impero vi chiamerà non ci sarà nulla a rallentarvi: non la pigrizia, non il dolore, non la stanchezza, non la paura. Sarete abituati a fare quello che bisogna fare, anche se non è quello che desiderate.
*DUE*
Voi guerrieri siete i custodi del sacro. La nostra tradizione rifiuta il ruolo dei sacerdoti perché solo chi vive a contatto con la morte e la violenza può essere il mediatore verso il divino. Obbedendo al dado vi affidate completamente al destino, come si conviene ai messaggeri dell'assoluto. Il vostro volere diventa una sola cosa con il volere di Dio, e per questo i vostri colpi saranno infallibili come i fulmini dell'ira divina.
[Venti anni dopo]
"Non riesco a crederci. Metà del mio esercito è in giro per il paese, impegnato a stanare e massacrare la guardia imperiale, e questo idiota si presenta qui come se niente fosse?"
Zumuzzho, una volta capo dei ribelli, ora governava col titolo di Presidente. Era grosso e chiassoso.
Sua madre era stata la moglie di un governatore. Il governatore era stato ucciso dei ribelli durante un attacco, lei rapita. Zumuzzho era nato tra i ribelli - impossibile stabilire chi fosse il padre - e fu arruolato appena si dimostrò in grado di stare in piedi e reggere un mitra. A dodici anni era probabilmente il più violento del gruppo, a venti ne era il capo.
E aveva tutto quello che serviva. Non era solo brutale ma anche astuto. Possedeva la capacità di individuare piccoli particolari sfuggiti a tutti gli altri, e su questi particolari costruire strategie che ribaltavano la situazione. Questa capacità si era rivelata essenziale per i successi dei ribelli negli anni passati e per la vittoria definitiva della rivoluzione.
Julius fu trascinato dentro mentre Zumuzzho stava ancora ridendo.
"Che onore vedere un altro guardiano dell'impero. Perdonami la mancanza di cerimonie, ma ne ho già uccisi… quanti?"
"Più di quattrocento" gli ricordò una delle sue donne sorridendo.
"Più di quattrocento. Ventisette personalmente, con le mie mani. Capirai perché non riesco più ad emozionarmi come le prime volte"
Zumuzzho era l'opposto dell'ideale della vecchia aristocrazia. Aveva la passione per la teatralità. Per questo aveva voluto ricordare che lui, l'ultimo della scala sociale del vecchio ordine, era riuscito a soffocare il cuore pulsante dell'impero.
Ma in realtà era emozionato. Emozionato per l'ironia del destino che gli portava davanti proprio Julius. Non in una battaglia, non in un massacro, ma da solo faccia a faccia, in un momento in cui aveva già vinto e poteva godersi la ciliegina sulla torta.
Julius era stato il perno del suo piano, e dopo tutto quel tempo non l'aveva ancora dimenticato.
Un piano semplice. Le sue spie gli dicono della tradizione del dado, le sue spie gli dicono che la ragazza di un novizio lavora per l'artigiano da cui si rifornisce l'accademia, Zumuzzho ha un'idea che vale la pena provare.
Abhida viene infettata con il virus della vecchiaia. Nel momento in cui si accorge dei primi sintomi sa che nessuno la sposerà. Julius l'avrebbe fatto perché stavano già insieme, ma Julius non c'é, le è stato tolto. Non può più vederlo fin quando non terminerà il suo addestramento, e sa che è abbastanza per fare di loro due sconosciuti. Sa che una volta uscito dall'accademia Julius non proverà nessun sentimento nei suoi confronti, né di amore né di dovere. Comincia a odiare Julius e l'impero, comincia a desiderare di avere l'occasione per vendicarsi, per far provare ad altri la sua amarezza.
Zumuzzho sapeva che le cose potevano anche andare diversamente, ma ci ha provato e le cose sono andate bene.
Abhida accetta di tradire l'impero come se l'occasione le fosse data da Dio in persona a causa della pietà che prova per lei. Tutti i nuovi dadi vengono truccati, tutte le nuove generazioni di guardie non si allenano abbastanza nella tecnica della ferocia e finiscono col perderla. Dopo molti anni i guardiani che ancora riescono ad usare la tecnica in modo efficace sono pochissimi.
I ribelli cominciano ad collezionare successi.
I ribelli vincono.
Zumuzzho abbandonò i suoi pensieri e tornò a concentrarsi su Julius
"Sai" - disse Julius - "con il mio sangue potresti aprire la stanza segreta".
"Non sarebbe male. Ma ho provato già con quello di tante altre guardie. Ho i miei dubbi che il tuo possa fare qualche differenza."
La stanza segreta era impenetrabile e si diceva che entrarvi conferisse il segreto della ferocia, la tecnica che permetteva alle guardie imperiali di divorare spazio e materia con un semplice sforzo di volontà. Un centinaio di uomini potevano piegare un paese in un attimo. Zumuzzho aveva sbavato per quel segreto. Quasi tutti i territori governati avevano abbandonato l'impero dopo che lui aveva preso il potere. Senza quell'arma non poteva riconquistarli.
Ma dopo un po' si era rassegnato. Il sangue delle guardie imperiali non aveva aperto la porta come si diceva, il sangue del figlio dell'imperatore non aveva aperto la porta - probabilmente le informazioni su come accedere alla stanza erano incomplete - aveva concluso Zumuzzho. E in quel caso la tecnica era persa per sempre.
Non perché le guardie erano addestrate a non parlare sotto tortura, ma perché il segreto della tecnica della ferocia non poteva essere comunicato con le parole.
Era un segreto pratico, una sorta di iniziazione il cui potere poteva essere mantenuto solo attraverso l'esercizio e poteva essere passato solo da chi già l'aveva. Ma nessuno lo aveva più. Tutte le guardie che non avevano smesso di allenarsi per vecchiaia avevano smesso a causa dei suoi dadi. Le poche che si trovavano al limite e ancora avevano qualche potere erano state massacrate per prime per paura che potessero rappresentare comunque un vantaggio troppo grosso per l'impero.
"Le guardie con cui hai tentato di aprirla non avevano più il segreto della ferocia. E' per quello che la porta non si apre. Io ce l'ho ancora"
Zumuzzho forzò un sorriso beffardo, ma all'improvviso era divorato dal dubbio. In fin dei conti Julius era sopravvissuto per tutto quel tempo al setacciamento dei suoi uomini. Com'era possibile?
Julius continuò - "Il primo giorno, quando tornai a casa, tirai il dado e venne fuori il numero 65. Sul manuale c'era scritto che in questo caso andava rilanciato. Lo lanciai altre nove volte, e uscì sempre il 65. 65 per dieci volte di fila. In questo caso, diceva il manuale, bisogna invertire la tabella. La pratica della ferocia non si fa più con i primi 25 numeri ma con gli ultimi 25. Immagino che le tue spie non ti avessero procurato una tabella completa".
Fissò Zumuzzho in silenzio per qualche secondo, poi visto che non rispondeva, riprese.
"In questo momento ti starai chiedendo quanto è probabile che quello che dico sia vero. Se potrai farmi fuori come speravi o se la tua vita sta per terminare."
"Non ho nessun dubbio che potrò farti fuori" - sbottò finalmente Zumuzzho - "Perché dovrebbero aver inserito una possibilità del genere nella tabella ?"
"Sono convinto che chi ha progettato il sistema del dado fosse ossessionato dal destino. Se il dado tramite cui il destino parla dovesse essere compromesso, allora il destino stesso risistemerà le cose tramite il dado. L'evento ha una probabilità praticamente nulla, e invertire la tabella potrebbe non servire a niente, ma è… diciamo così, se è destino che la cosa vada per il verso giusto, è come lasciare una possibilità aperta a questo destino"
Julius chiuse gli occhi e cominciò a concentrarsi sulla tecnica. Anni addietro si era ritrovato ad essere l'unico superstite della guardia imperiale. L'unica persona al mondo a possedere ancora la tecnica della ferocia. E l'aveva praticata, non per un quarto ma per la totalità del suo tempo. Si era dedicato a quell'unico esercizio per far crescere la sua abilità a dismisura, e compensare il fatto di essere rimasto l'unico. Tutto ora dipendeva da un'unica domanda: era arrivato a un livello sufficiente per distruggere da solo l'esercito di Zumhuzzo?
Sentì i vortici di energia che compongono la realtà fisica cambiare verso di rotazione, prima attorno a lui, poi sempre più oltre, espandendosi come un'onda. Le guardie di Zumuzzho vennero ingoiate dal vuoto, Zumuzzho venne ingoiato, il suo esercito venne ingoiato, tutto il paese, tutto il mondo venne ingoiato.
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lunedì, 10 marzo 2008, 21:45
State per vedere le immagini del matrimonio tra Huang Longshi e Liu Manrong, l'evento più atteso dagli appassionati di pettegolezzi rosa. Come vi avevamo anticipato la nostra telecamera è stata l'unica ammessa al ricevimento. Purtroppo tutto l'audio è andato perduto a causa di un guasto tecnico, ma abbiamo deciso di trasmettervi comunque le riprese con un commento aggiunto dallo stesso Ran Baosheng, il nostro inviato al matrimonio. Ci scusiamo del problema, convinti che nulla potrà togliere al particolare senso di commozione che solo un avvenimento privato di personaggi famosi può destare nel'animo di persone sensibili.
Sono Ran Baosheng, l'uomo con i capelli ben pettinati e il viso privo di espressione che vedete sullo schermo. La signora che sto intervistando in questa scena è la mamma di Huang Longshi, che come noterete è moto agitata. Anzi, è imbestialita. Tra qualche secondo... ecco, urla e piange. Avevo provato a farle qualche domanda di circostanza, qualcosa del tipo "Che si prova ad essere la mamma del più grande campione di go esistente?". Invece la vedete che urla frasi confuse sputacchiandomi in faccia. Si dispera per il matrimonio, sostiene che il figlio sarà infelice. Ora si calma. Le ho chiesto di spiegarmi la faccenda, dice che i livelli intellettivi dei due sposi differiscono di parecchi ordini di grandezza. Longshi ha giocato delle partite che vengono considerate opere d'arte, è abituato a volare col pensiero nei paradisi più sublimi. Finiranno per non avere nessun argomento di conversazione e dunque si annoieranno. La noia, ecco cosa spaventa questa donna. La classica reazione isterica della mamma possessiva ed egoista nel giorno in cui il figlio si libera definitivamente dal suo abbraccio soffocante. Mi racconta un aneddoto che dimostra che la sposa non è altro che un'oca stupida e superficiale. Non lo riporto perché lo ritengo crudele e probabilmente esagerato.
Qui siamo invece nel salone, dove il padre dello sposo sta approfittando di nascosto delle delizie del buffet (ufficialmente ancora chiuso). Attiro la sua attenzione con un'altra di quelle domande generiche di cui parlavo, che ovviamente non ricordo. Aiutandosi con ampi gesti delle mani, tipici di un anziano carismatico ma noioso, mi descrive la storia e il significato di questa centrale in cui si celebrerà la cerimonia, gentilmente prestata dal nostro insuperabile, invincibile imperatore a scopo propagandistico. Il succo del discorso è che la Shao Yukou, intitolata allo stregone taoista che scoprì il principio su cui si basa, è stata la prima centrale della storia a generare energia sfruttando le maree. Il signor Huang si rattrista perché ha lavorato tutta la vita e non ha mai avuto il tempo di capire qualcosa di alchimia, dunque non può parlarmi della centrale da un punto di vista tecnico. Per terminare gli chiedo se è contento del matrimonio, e mi risponde che non è contento, ma se i ragazzi si vogliono bene lui non vuole fare il guastafeste. Il motivo per cui non è contento è che la ragazza ha una cattiva reputazione. Accompagnandosi con i soliti gesti ampi e vivaci delle mani mi racconta un aneddoto che dimostra che la sposa non è altro che un essere maledetto dal diavolo, una donna a metà che non può partorire figli ma solo animali morti. Non lo riporto perché lo ritengo basato su leggende e malelingue. (Ad ogni modo può essere utile dire che secondo questa storia il coniglio di compagnia di Manrong sarebbe il suo unico figlio sopravvissuto).
Vorrei intervistare il prete ma mi informano che è muto. Comunque lo inquadriamo qui mentre gioca a Mahjong in attesa che cominci tutto. Lui è quello a sinistra con la pelle scura. Normalmente non gioca a Mahjong, ma per oggi il go è da evitare. Hanno tutti paura che Huang Longshi decida di intervenire per fare il brillante.
Finalmente troviamo lo sposo. Si fa preparare dal cameriere un maracaibo dopo l'altro, e li beve in un sorso, senza la classica fettina di limone. Senza dubbio a causa dell'effetto dell'alcol, mi dice che sta per fare la più grande cazzata della sua vita. Che è praticamente impossibile per un uomo normale soddisfare gli appetiti sessuali della signorina Liu, e che lui si sta preparando spiritualmente ad essere l'uomo più cornuto della Cina. Mi racconta un aneddoto che non riporto per rispetto verso la sensibilità dei nostri spettatori, ma potrebbe essere utile citare il fatto che questa storia è coerente con quella dei parti di animali. In questa sequenza, mentre lo vediamo ridere, gli sto chiedendo perché allora non lascia perdere e non trova un'altra ragazza da sposare. In fin dei conti è il grande Huang Longshi, idolo del paese. Non dovrebbe rassegnarsi a una vita coniugale di corna e delusioni. Non riesco ad ottenere una risposta vera e propria. Qui fa un discorso che alternativamente tira in ballo le aspettative dei genitori, le scelte sbagliate, la responsabilità di fronte alla nazione. Purtroppo ricordo di non averne capito bene il senso neanche nel momento in cui me lo spiegava, quindi non posso riassumervelo. Il cameriere sembra avere preoccupazioni più ragionevoli: non ci sono i limoni. Nessuno vorrà bere un maracaibo senza la classica fetta di limone, e la festa rischia di essere un flop. Intuisco che la mancanza di limoni dev'essere dovuta a un suo errore, perché mi supplica di fare una corsa a procurarmeli. In cambio mi racconterà una storia tremenda sulla sposa, un vero scoop. Preso dalla compassione mando Yan il cameraman a occuparsi della faccenda, quindi da qui in poi sono dietro la telecamera.
Riprendo gli ospiti...
Riprendo gli ospiti...
Riprendo gli ospiti... Non preoccupatevi, essendo questo un commento fatto in un secondo tempo posso già dirvi che Yan tornerà subito. Con un signore dalle fattezze italiane.
Riprendo gli ospiti...
Ed ecco tornare Yan, con un signore dalle fattezze italiane. Probabilmente viene da Liqian. Appena uscito dalla centrale ha incontrato questo tipo che sosteneva di portare proprio le fette di limone per la festa. Ora tutti si avviano alla sala dedicata al rituale. Per rispetto verso la solennità e la purezza dei nostri riti tradizionali interrompo il commento a questo punto e vi lascio alle nude immagini della cerimonia.
Finito. Huang Longshi e Liu Manrong sono marito e moglie.
Vedete la gente che si rilassa...
Altra gente che si rilassa...
Qui parlo con l'uomo di Liqian. Sostiene che i limoni che hanno permesso la riuscita della festa non sono gratuiti. Sono stati creati tramite l'uso dell'alchimia, e devono essere ripagati con una spesa di energia emotiva pari a quella spesa per la loro creazione. Con le lacrime, dice. Io ero là, posso testimoniarvi che è stato così. E' inutile che vi racconti delle brutte sorprese capitate a gente di cui non vi importa nulla, ma vi dico che Huang è stato tradito dopo neanche un'ora dal matrimonio, che il coniglio-figlio di Liu Manrong è stato ucciso dallo stesso Huang infuriato per il fatto, e che io ho scoperto che manca l'audio delle riprese dell'evento più esclusivo che mi sia mai capitato (il che vuol dire che questo commento è probabilmente il mio ultimo lavoro pagato come giornalista).
Un buon proseguimento dal vostro Ran Baosheng.
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domenica, 01 luglio 2007, 11:30
Mai nessuna rapina, che io ricordi. E' così evidente che non ho nulla che valga la pena rubare? Il telefonino da un'altra epoca, qualche banconota accartocciata sparsa per le tasche, un paio di ciondoli che hanno significato solo per me. Fuori da Mira al sabato sera c'era tutto il liceo, centinaia di motorini attorno a una pizzeria di pochi metri quadri. Il biondo passava e prendeva a tutti qualcosa. A volte li picchiava anche se gli avevano già dato soldi e catenina, solo perché stavano con qualche ragazza che piaceva a lui (e gli piacevano tutte). Poi passava accanto al mio gruppo. Non che fossimo amici, ma eravao gli unici che trovava al biliardo alle tre del pomeriggio, nella salagiochi-covo sgangherata del nostro quartiere (il "quartiere brutto", non c'è neanche bisogno di dirlo). Mi dava un'occhiata veloce, ricordava di aver giocato a carambola con me, e passava al prossimo della fila.
Di minacce invece ne ricordo tante. Qualcuno direbbe che è il karma per quell'estate che passai con Ramon a terrorizzare chiunque ci capitasse a tiro. Non ricordo come ci siamo conosciuti. Non ricordo neanche che qualifica avesse: non era il figlio di un camorrista, non era un genio delle arti marziali, non aveva avuto un'infanzia difficile. Era semplicemente convinto che nessuno potesse batterlo, e in effetti sembrava proprio così.
Allora andavamo in giro e litigavamo con tutti quelli di cui andava di moda avere paura. Eppure non importava quanti sforzi facesse, sembrava condannato a restare per sempre uno sconosciuto. Per nascondere la sua ossessione aveva progettato un piano: io andavo a spintonare e infastidire il gruppo, e lui stava nascosto finché loro non decidevano di ribellarsi. Il sottinteso era che se l'avessero visto sarebbero scappati subito togliendoci tutto il divertimento, ma la realtà è che non sarebbe cambiato nulla, perché nessuno sapeva chi fosse Ramon, neanche quelli che aveva malmenato la sera precedente. Nessun altro oltre me ricorda Ramon; non mi stupirei se un giorno dovessi scoprire che era un amico immaginario.
Ma l'equilibrio è stato ristabilito, comunque.
Spedizioni punitive? Litigi con qualcuno che pensa che tu l'abbia guardato storto, o fissato per un secondo di troppo la sua ragazza? Una banda di immigrati voleva pestarci per farsi dire come avevamo fatto a scassinare la macchinetta degli snack. Il mio socio era del loro stesso paese e ha capito che cosa stavano dicendo; una frase urlata nel loro dialetto è bastata a confonderli il tempo necessario per passare oltre e scappare. Gli incontri notturni con nordafricani ubriachi meriterebbero una categoria a parte. Iniziano con un litigio e finiscono con il mio nuovo amico che mi impartisce una lezione sulla vita (l'argomento può andare dal semplice "perchè le donne sono tutte puttane" al più interessante "la mia tecnica personale per fare viaggi astrali").
L'ultima cosa che ricordo è uno spacciatore che si lanciava addosso a un mio amico perché gli aveva raccolto da terra un pacchetto di sigarette nel quale nascondeva il fumo da vendere. Perché poi se l'e' presa anche con me? Se ricordo bene, perché mettendomi in mezzo gli ho dato del lei. Venti metri più in là, mentre la nostra amica slegava la bici e lo spacciatore da lontano continuava a urlarci che stava per ucciderci, due tipi sdraiati sul marciapiede mi dicevano che l'unico mezzo di trasporto conveniente per la città era il cavallo. "L'unico lato negativo è che ti cagano in casa. Ma casa mia è un prato!".
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venerdì, 01 giugno 2007, 17:11
Era proprio un frate spiaccicato, e doveva essersi buttato dal palazzone per poveri che gli abitanti del posto chiamano "la torre". Non mi sorprendeva che nessuno l'avesse ancora visto in un posto come quello; la cosa curiosa era l'ombrello: non solo era completamente intatto, ma era rimasto stretto nelle sue mani nonostante l'urto con il suolo. Mi venne il desiderio di avere quell'ombrello, e lo presi; erano le cinque di mattina, e tra un po' in strada sarebbero scesi i primi vecchi appassionati di jogging.
Non soffrivo di insonnia. Semplicemente le mie giornate avevano preso un ritmo sfasato rispetto a quello della gente per bene e non avevo abbastanza forza di volontà per cambiare abitudini. Mi accorsi che pioveva forte e uscii con il mio nuovo ombrello per andare all'università. Di solito mi piaceva bagnarmi, ma il senso poetico di cui mi ero autoconvinto di essere dotato, lo stesso che mi aveva portato ad appropriarmi dell'ombrello di un cadavere, mi ordinava anche di usarlo.
La lezione era una delle poche che i miei orari mi permettevano ancora di seguire. Noiosa, poco utile, un vecchio professore contento di avere almeno qualcosa da fare il pomeriggio e una manciata di studenti sbadiglianti.
"Ti servono gli appunti?"
"Eh?" - Mi voltai di scatto per la sorpresa. Avevo già visto quella ragazza ovviamente, ma non la conoscevo. In effetti non conoscevo nessuno all'università, mi sembrava una buona politica.
"Se vieni qui vuol dire che facciamo lo stesso corso, ma non ti ho mai visto a nessun'altra lezione. Magari ti servono gli appunti, no? Posso prenderli io."
"Mi stai dicendo che potremmo alternarci? Senti il problema è che io non posso andarci, non ce la faccio a svegliarmi la mattina"
"Non dobbiamo alternarci, posso prenderli tutti io e poi passarteli"
"E perché mi faresti questo piacere? Non ci conosciamo neanche"
"Così"
Per il resto del tempo non parlammo più, ma quando sbatteva la porta io mi giravo fingendo di voler vedere chi era entrato, e la trovavo sempre a fissarmi con lo sguardo estatico. Pensai che volesse prendermi in giro. Nella mia facoltà il rapporto tra maschi e femmine è di circa 50 a 1. Una ragazza non ha bisogno di atteggiamenti così teatrali se vuol'essere scopata. Poi mentre tornavo a casa successe qualcosa che mi convinse che ero diventato affascinante da un momento all'altro. Una signora piuttosto giovanile si piazzò davanti a me. "Ti va di andare a bere qualcosa una di queste sere?". Senza neanche aspettare che io formulassi una frase completa come risposta, tirò fuori una penna per scrivermi il suo numero di telefono. Poi si accorse di non avere un pezzo di carta. Allora prese dalla tasca la sua tessera d'identità e lo scrisse lì sopra. "Ecco, qui ci sono tutti i miei dati. Chiamami". Dovevo proprio essere bello. Forse avevo dormito in una posizione che mi aveva deformato l'espressione facciale in qualche modo.
Sotto casa trovai ad aspettarmi un vecchio dallo sguardo sinistro. Mi disse che aveva una proposta da farmi, così lo feci entrare dentro.
"Mi interessa il tuo ombrello. L'ho visto stamattina quando sei uscito. E' tanto tempo che ne cerco uno così, posso darti trenta euro"
"Questo ombrello ha un valore pseudopoetico per me, non penso di potermene separare."
"Per cento euro?"
"Perché ti interessa così tanto?"
"Quell'ombrello ha poteri magici. Nel duemila il papa ha radunato i sette monaci con i poteri psichici più forti in tutta la chiesa cattolica, e ha chiesto loro di creare un'arma invincibile. Per farlo hanno utilizzato tutta l'energia generata da milioni di fedeli inconsapevoli in occasione del giubileo."
"E perché me lo stai dicendo? Non pensi che ora sarà molto più difficile che te lo dia?"
"Non si può mentire a chi ti fa una domanda tenendo in pugno l'ombrello, era un rischio che avevamo messo in conto. Tuttavia sono sicuro di poterti ancora convincere". Così dicendo aprì la sua valigetta, mostrandomi cinque orrende sculture metalliche di animali preistorici. "Pezzi autentici di Van Trespolo da Bombay. Sono tuoi se accetti, altrimenti dovremo dimenticare di essere cristiani e iniziare a fare i cattivi."
"Non facciamo le cose di fretta. Visto che ci siamo dimmi quali altri poteri ha l'ombrello."
"Ti rende un magnete per le donne, e penso che di questo te ne sia già accorto. In realtà il frate lo usava per portarsi a letto ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, quindi probabilmente si sintonizza automaticamente sui gusti di chi lo usa. Inoltre è un'arma invincibile, e conferisce una maestria nella lotta che ti rende a tutti gli effetti invulnerabile".
"Allora credo proprio che lo terrò. Quelle sculture fanno schifo."
"E' un grosso errore. Quell'ombrello dà alla testa, non è fatto per essere utilizzato da una persona normale. Perché pensi che il monaco che l'aveva rubato si sia ucciso?"
"Mi ricorda un po' il signore degli anelli."
"Io ti ho avvisato"
Per due mesi non mi separai mai da quell'oggetto portentoso, principalmente perché temevo che la chiesa avrebbe mandato qualcuno a riprenderselo, e da quello che mi aveva detto il vecchio sarei stato molto avvantaggiato nel combattimento. Come risultato parallelo ottenni anche l'effetto di portare la mia vita sessuale da nulla a più che soddisfacente, anche se questo aveva dei lati negativi: ad esempio quasi ogni settimana venivo sfidato a duello dal marito di qualche signora innamoratasi di me grazie al potere della magia cristiana.
Secondo la tradizione del posto i duelli si svolgevano in spiaggia, e lo sfidato aveva diritto alla scelta dell'arma (ovviamente io optavo sempre per un combattimento di ombrelli). Quel giorno combattevo contro Maurizio, marito della signora Lucia, padre di tre figli, uomo onesto e faticatore. Come al solito il gabbiano Ukulele volteggiava sopra le nostre teste sperando in un cadavere o almeno in qualche pezzettino di carne. Nessuno sapeva da dove venisse Ukulele e perché fosse convinto di essere un avvoltoio, fatto sta che ormai faceva parte della scenografia di ogni spargimento di sangue. Quel duello però non ebbe luogo. Un uomo si fece largo tra la folla che assisteva allo spettacolo e tirò fuori una pistola. Il vecchio dallo sguardo sinistro non aveva esagerato, l'ombrello conferiva davvero uno stato di semidivinità del combattimento. Prima che potesse premere il grilletto lo avevo già atterrato colpendolo con il manico al mento. Doveva aver pensato di sorprendermi mentre ero concentrato sull'attacco del marito cornuto, ma lo scherzo non gli era riuscito.
Tornai di corsa a casa, e da lontano vidi sotto al portone tre uomini che sembravano aspettare qualcuno. Penso che avrei potuto sconfiggerli facilmente, ma non avevo voglia di fare questa vita. Quanti killer poteva assoldare un'organizzazione come la chiesa cattolica? Ricordai la storia del monaco spiaccicato. Lui non faceva innamorare le donne, ma i bambini. L'ipotesi del vecchio era che l'ombrello si accordasse sulla frequenza dei desideri del suo proprietario, così decisi di fare un esperimento. Provai a creare in me un desiderio sessuale per uno dei tre sicari che mi aspettavano, a convincermi che mi piacesse. Scelsi il più bello, ma era comunque molto dura. Poi cambiai obiettivo: avevo notato che uno dei tre, più brutto, aveva però qualcosa nello sguardo che mi ricordava la ragazza per cui avevo una cotta alle medie. Il trucco sembrò funzionare. Mi avvicinai e tutti e tre estrassero le pistole, ma il mio obbiettivo usò la sua per sparare alla schiena dei due colleghi. Visto che il desiderio artificialmente indotto stava svanendo preferii non rischiare e colpii subito anche lui. Salendo le scale pensai a quanto tempo mi sarebbe servito per convincere la mia mente a desiderare il papa.
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martedì, 17 aprile 2007, 23:30
1.
Scena: Uno studio elegante. Gegiù, seduto alla scrivania, scrive sui registri. Di fronte, seduto, un omone dalla barba folta, e in piedi di fianco a lui il maggiordomo buono Tigre-pulcino che lo ha accompagnato. Alla destra della scrivania, in piedi, Crizia la segretaria si fa aria col ventaglio.
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Gegiù: Lei dev'essere l'addestratore di orsi. Io sono il padrone del bordello. Ho solo quindici anni, e questo posto me l'ha lasciato mia mamma prima di partire con il suo amore marinaio. Glielo dico subito per evitare commenti banali sulla mia giovinezza. Tigre-pulcino l'ha già conosciuto, e questa è Crizia, la mia segretaria. Sembra un po' tirata ma mi garantiscono che sia molto disponibile a fare sesso e anche molto brava. Io non ho mai provato, glielo dico perché me l'hanno riferito. Crizia, confermi?
(Crizia assume un'espressione di annoiato disdegno e gira lo sguardo verso destra in modo da fissare il muro anziché i suoi interlocutori. Continua a muovere il ventaglio con gesti rapidi)
Crizia (con tono aristocratico): Confermo di essere molto disponibile a fare sesso e anche molto brava.
L'omone (tutto d'un fiato, alzandosi di scatto e tendendo la mano): Io mi chiamo Giappone e sono molto lieto di lavorare con lei. Le consiglio con umiltà di non giustificare la sua età (certamente molto ridotta per una posizione del genere!) in quel modo, altrimenti qualcuno (non io) potrebbe fare invece dei commenti banali su sua madre. E se posso permettermi, perché ha deciso di non provare la signorina?
Gegiù (dopo un sospiro teatrale di almeno cinque secondi): Mi perdoni la franchezza, signor Giappone, ma vorrei esporle un mio dubbio. Vediamo come posso porre la questione... Com'è possibile che un uomo come lei, un uomo che.. sì, diciamolo senza imbarazzo, si troverebbe più a suo agio a rotolarsi nel fango in compagnia di animali selvatici che in un bordello raffinato come il mio, com'è possibile, dicevo, che un uomo del genere possa insegnare le buone maniere? Insomma, non se la prenda a male, ma è chiaro che lei non è certo un esperto di galateo.
Crizia: O di abbigliamento.
Gegiù: O di procedura per il cambiamento di nome perchè ridicolo o vergognoso o perchè rivela origine naturale.
Crizia: O di abitudini igieniche per ottenere un alito fresco o che almeno non puzzi di merluzzo.
Giappone: Voglio ricordarle che un addestratore di orsi non insegna il galateo ma il modo di trattare una donna. Diciamo che è più una questione di poesia che di etichetta. Inoltre vorrei rispondere alla giusta affermazione della dolce signorina Crizia (quella sull'abbigliamento, non quella sull'alito) chiedendole di tener presente che vengo da Posto, e nelle zone costiere la moda è certamente diversa da quella di città, visto che diamo la precedenza alla funzionalità (non dimentichi mai che discendiamo da una stirpe di gloriosi marinai).
Gegiù: D'accordo, penso di aver capito. Il nostro buon Tigre-pulcino la accompagnerà nel suo ufficio e le spiegherà come funzionano le cose. Per rispondere alla sua domanda indiscreta di prima, Crizia non mi attira minimamente perché non porta le trecce. A livello professionale non ho nulla da ridire sulla sua orrenda acconciatura da segretaria, essendo lei per l'appunto una segretaria, tuttavia a livello estetico la trovo nettamente inferiore a un glorioso intreccio di ciocche, il sublime ornamento che incorniciando il viso di una donna me la rende appetibile. Ora può andare.
(Giappone e Tigre-pulcino escono)
Gegiù: Ancora non ho capito a cosa ci serve quest'uomo peloso.
Crizia (voltandosi verso di lui): Lo sapresti se solo ti degnassi di dedicare una mezz'ora a leggere il manuale che ti ha lasciato tua mamma prima di farsi sedurre da quel porco che ora l'ha sicuramente abbandonata in qualche isola abitata da cannibali o maniaci sessuali.
Crizia (calmandosi e rimettendosi composta): Comunque ti faccio un riassunto: la nostra scuderia è composta prevalentemente da ragazze la cui età va dai quattordici ai diciassette anni. L'impiego di minorenni in questo paese è consentito solo a patto che vengano seguite costantemente e che venga evitato loro qualsiasi tipo di trauma.
Gegiù: Credevo fosse per questo che ogni giovedì mi vesto da prete e perdo una giornata intera a rassicurare le ragazze sul fatto che dio le ami ancora, cosa che intimamente considero e spero falsa. E ogni volta che qualcuna partorisce la devo convincere ad affidarmi il bambino e riprendere il suo lavoro. E poi devo pagare il cuoco.
Crizia: Lasciami finire. La legge impone l'impiego di due figure. La prima è il consigliere spirituale, e su questo risparmiamo grazie al tuo bizzarro hobby. La seconda figura professionale obbligatoria è l'addestratore d'orsi, nome pittoresco che designa un profondo conoscitore delle necessità emotive delle donne. Il suo compito è quello di fare un colloquio preliminare con i clienti per assicurarsi che conoscano almeno le basi del come comportarsi con una ragazza, in modo che la stessa non venga traumatizzata.
Crizia (dopo una breve pausa, ricordandosi): E comunque vorrei farti notare che nessuno ti obbliga a farti consegnare quei bambini. Lo fai solo perché ti piace mangiarli. Una passione disgustosa e poco igienica, se posso dire la mia. Ce l'aveva anche tua madre; a volte penso che tu lo faccia solo per ricordarti di lei.
Gegiù: Mah. Certo che... hai visto che personaggio? La cosa più triste è che si vantano anche di venire dalla costa, come se fosse un pregio. Loro sono liberi perché respirano l'odore del mare, e noi invece saremmo i tristi prigionieri della città. Comunque ho deciso, non chiamo più il cuoco dei bambini. D'ora in poi me li preparerai tu.
Crizia: Sono completamente negata in cucina. Non ho la minima idea di come si faccia.
Gegiù: Dovrai imparare. Mi sembra che tu guadagni abbastanza, considerando il fatto che non hai le trecce, no? Il figlio di Rosa fa tre giorni domani, direi che è pronto.
2.
Scena: La stanza di Amara.
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Giappone: Come è andata? Tutto bene con il contadino?
Amara: Il cafone... è appena andato via. Oggi non mi ha tirato le trecce mentre scopavamo.
Giappone: Gliel'ho suggerito io. Mi ha detto che lo trovava molto eccitante e posso capirlo, ma ho pensato che fosse meglio di no.. con quelle manone da zappatore...
Amara: Infatti mi faceva male.
Giappone: Mi ha anche detto che durante l'atto aveva progettato di urlare..un attimo, l'avevo segnato sul foglietto, dov'è..ecco, aveva intenzione di urlare (leggo): “ahhh ahhh, sei una mucca! Sei come la mia mucca! Ahhh ahhh!”. Io gli ho consigliato di cambiare mucca con pecora. Per una questione di suono, ma anche di collegamenti mentali. Spero che tu abbia gradito.
Amara: Veramente mi sembra che non abbia fatto molta differenza, ma sicuramente è perché non ci ho fatto caso. In compenso quando l'ho ringraziato per non avermi tirato i capelli era tutto contento. Dice che i tuoi consigli funzionano, e ora li proverà con le ragazze del paese.
Giappone: Ci sono molte ragazze a Montesacco? Credevo fossero solo campi.
Amara: Sì, infatti penso che parlasse di Maddalena e Putria, le figlie. Prima o poi le conoscerai; quando la moglie non è a casa e non sa con chi lasciarle se le porta dietro.
Giappone: Bene, allora non vedo l'ora di conoscere le piccine. Quindi... io vado.
Amara: No, aspetta. Ti volevo ringraziare per tutto il lavoro che fai per noi. E' molto più facile la vita da quando ci sei tu. Tu non sei un normale addestratore di orsi.. sei qualcosa di più.
Giappone: Uh...prego...grazie..beh allora...ci vediamo dopo ok?
Amara: Resta un altro po'. Ti...ti piacerebbe tirarmi le trecce? Sono sicura che tu sai farlo senza farmi male.
3.
Scena: La stanza di Amara
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Gegiù: Mentre arrivavo ho visto uscire il vichingo. Di che parlavate?
Amara: Niente, mi chiedeva com'era andata col contadino di Montesacco, quello che si porta sempre la zappa dietro.
(Gegiù allunga la mano per accarezzare i capelli di Amara, che si ritrae di scatto)
Amara: Senti Gegiù, vorrei parlare col prete. Domani fa il giro no? Da me non è mai venuto.
Gegiù (colto alla sprovvista): Beh certo ma..no aspetta.. da dove viene quest'idea del prete ora? Di che gli vorresti parlare? Queste cose sono per le persone superstiziose.
Amara: Sì lo so ma... vorrei vederlo lo stesso. Ho dei dubbi che vorrei risolvere.
Gegiù (allungando di nuovo la mano verso le trecce): Va bene, va bene, poi ne parliamo.
Amara (ritraendosi di nuovo, e finendo per sedere sullo spigolo del letto): Gegiù, ora sono stanca. Ho avuto già dodici clienti oggi.
Gegiù (alzandosi in piedi di scatto): Finora non eri mai stanca per me, non è che il gigante ti sta mettendo in testa idee strane?
Amara: Ma no, no.. è solo che.. capisci...ti ricordi di mandarmi il prete domani?
4.
Scena: Lo studio. Gegiù entra sbattendo la porta. Crizia è sempre in piedi al solito posto
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Gegiù: Amara se la fa col ciccione e a me dice che è stanca! E ora vuole anche vedere il prete.
Crizia: Che saresti tu.
Gegiù: Lei è l'unica che mi conosce di persona, non posso travestirmi.
Crizia: Stavolta ti tocca assumerne uno vero.
Gegiù: E' troppo rischioso. Se lo faccio andare solo da Amara si chiederà perché nessuna delle altre vuole vederlo, e se lo faccio andare da tutte... diciamo che non sono sicuro che sappia fare il lavoro bene come lo faccio io. Da quando è entrata in vigore questa storia del consigliere spirituale i bordelli hanno perso il 30% delle ragazze al di sotto dei diciott'anni. Il nostro non ne ha persa neanche una.
Crizia: Probabilmente hai ragione. Magari lui non conosce quei passi che citi sempre tu riguardo l'amore di dio per la prostituzione. Inoltre non ti potresti più impicciare degli affari delle ragazze.
Gegiù: Serve qualcuno che non si sia mai visto al piano di sotto.
Crizia: E chi? Tigre-pulcino lo conosce sicuramente.
Gegiù: Potresti farlo tu. Dirò che domani Don Centurione non può venire e come sostituto abbiamo una sacerdotessa degli Aipareos.
Crizia (agitandosi un po'): Ma devo fare tutto io? Domani dovrò già pensare a prepararti il figlio di Rosa, non ho ancora comprato il libro. E poi che sarebbero gli Aipareos?
Gegiù: Ma non lo so, era per dire che inventerò una cosa credibile. Guarda che situazione.. e non voglio neanche pensare che si sia innamorata di quel porco barbuto. Ho deciso, lo licenzio. Così se ne ritorna a Posto dalla sua famiglia di pescatori, a godersi il mare e la fame. Ogni volta che lo incrocio gli leggo negli occhi quel senso di superiorità... poi però la nostra città gli piace.. gli piacciono i soldi e le ragazze raffinate dalle lunghe trecce.
Crizia: Lo odi perché ti ricorda il marinaio che ha portato via tua mamma, vero?
Gegiù: Come ti viene in mente?
Crizia: Anche lui era di Posto
Gegiù: Non c'entra niente!
Crizia: E l'ha sedotta parlandole del mare...
Gegiù: Basta. Che discorso stupido! Smettila!
Crizia: D'accordo
5.
Scena: L'ufficio di Gegiù. E' sera, e la stanza è illuminata solo da candele. Al centro un tavolino apparecchiato. Crizia serve la cena, vestita da cameriera.
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Gegiù: Ma perché hai voluto combinarti così, con la cuffia e il grembiule?
Crizia: Per farti notare che ultimamente vengo impiegata in mansioni che vanno ben oltre quanto stabilito dal mio contratto.
Gegiù (masticando): Il bambino è uscito proprio bene, complimenti. Poi di che voleva parlare Amara?
Crizia: Si è innamorata di Giappone. Voleva sapere come fare a lasciarti.
Gegiù (sbattendo il pugno sul tavolo): E tu che le hai detto? Le hai consigliato di restare con me e dimenticare l'orso?
Crizia: Le ho detto che era tutto a posto, non doveva preoccuparsi di lasciarti.
Gegiù: Chi se ne frega, tanto da domani non mette più piede qui dentro. Aspetta. Perché le hai detto che non deve preoccuparsi?
(Crizia guarda da un'altra parte, non risponde)
Gegiù: La carne è avvelenata, vero? Tu..sei più cattiva di mia mamma. Anche tu mi hai tradito per un uomo dall'animo più sensibile. Voi donne siete tutte uguali.
Crizia: La sua sensibilità è infinitamente più grande di quanto tu possa immaginare. L'ho conosciuto bene oggi mentre tornavo dal corridoio delle ragazze. Mi ha detto che assomiglio alla sua pecora, o mucca, non ricordo ma è uguale. Nessuno mi aveva paragonata a qualcosa prima d'ora, capisci? Lo trovo stupendo.
Gegiù: Sei la vergogna delle segretarie!
Crizia: Tu non puoi capire. Le sue braccia sono forti. Il suo alito non puzza di merluzzo, profuma di terre lontane.
Gegiù: E tu pensi davvero di poter possedere un uomo così? Magari ti ha promesso che vi sposerete e ti porterà lontano, vero? Sveglia Crizia! La sua città è il mondo, la sua unica amante il cielo blu. Il suo cuore navigherà senza catene. Mi hai ucciso per niente, maledetta illusa. Quell'uomo è uno spirito che corre libero, quell'uomo è un marinaio.
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sabato, 31 marzo 2007, 12:27
E chi se l'aspettava quel morso. Fefo doveva essere impazzito (come succedeva spesso ai cani della sua razza; Fabrizio lo aveva sempre saputo). Era stato suo padre a volerlo comprare. Vivevano fuori mano in una villetta a due piani, il cui livello superiore era occupato da un'altra famiglia.
Con tutte le rapine e i balordi che ci sono in giro, un bel cane è una protezione in più no? - gli diceva per convincerlo (come se non avesse già deciso). Fabrizio non si fidava, aveva fifa dei cani. Argomentava la sua opposizione facendo presente ai genitori che quasi ogni mese si leggeva di un pitbull che all'improvviso aveva dato i numeri. Quegli animali un giorno o l'altro decidevano che per una dieta equilibrata un bambino era più adatto dei bocconcini di pollo, e d'accordo, lui poteva replicare quanto voleva che l'avrebbero cresciuto bene e che sarebbe stato un cane buono, ma i padroni di quelli che fanno vedere al tg dicono mai che il loro cane è cattivo? Altro mese, altro bambino.
Alla fine Fefo era arrivato a casa, ovviamente. Il padre aveva tagliato corto con un “Perchè devi essere così strano? A tutti i ragazzi della tua età piacciono i cani”. In quella frase detta in modo sbrigativo c'erano più informazioni di quanto sembrasse. Tanto per dire, Fabrizio capì subito che terminato l'iniziale periodo d'entusiasmo sarebbe toccato a lui prendersi cura di Fefo e portarlo fuori a fare i bisogni.
Comunque: i suoi genitori erano in un paese a due ore di macchina da lì. Quasi tutti i parenti vivevano in quella zona, e la morte improvvisa di una zia aveva creato l'occasione per la classica riunione di famiglia forzata. E Fefo l'aveva morso, come abbiamo detto, e adesso girava in tondo per la stanza ringhiando. Fabrizio restò completamente paralizzato per qualche attimo, poi corse fuori di casa.
Cazzo, l'apri porta non funzionava: doveva tornare su a prendere le chiavi. Cominciò a risalire le scale in punta di piedi, col battito del cuore che gli faceva pulsare tutto il corpo fin quasi a rendergli difficile compiere movimenti precisi. Arrivato quasi alla fine pensò che probabilmente avrebbe comunque sentito l'odore, quindi tanto valeva sbrigarsi. Fece gli ultimi passi fino alla porta di corsa scacciando con forza dalla mente l'immagine di Fefo che gli si parava davanti, bavoso e ringhiante, proprio una volta arrivato. Non c'era. Prese veloce il mazzo di chiavi e poi corse giù tenendo gli occhi chiusi. Un altro brivido proprio a un passo dalla salvezza: aveva preso le chiavi sbagliate. In quel mazzo non c'era la chiave per aprire il portoncino a mano. Pensò che era un idiota, che sarebbe bastato chiudere la porta di casa la prima volta che era uscito e ora se non altro sarebbe al sicuro. Ma adesso non aveva il coraggio per tornare su, senza contare che per quello che ne sapeva Fefo poteva essere già uscito e magari si aggirava per i pianerottoli. Scese l'ultima rampa di scale e cercò la chiave della cantina; era una chiave piatta, con una macchia incrostata; a prima vista dava l'impressione di un verme schifoso che si arrampicava su per i denti.
Nella cantina se non altro era al sicuro, ma adesso che poteva fare? Analizzò la situazione. I vicini del piano di sopra erano due anziani la cui giornata tipo era: sveglia alle 5, intrattenimento a base di ruota della fortuna, ok il prezzo è giusto e jag, a nanna alle 20. Non c'era una grossa probabilità che uscissero, e in ogni caso sarebbe venuto loro un colpo solo a trovarsi di fronte al cane. Li escluse da ogni ulteriore considerazione.
Non c'era campo per il telefonino, e non era realistico sperare che passasse qualcuno in quella via isolata.
I genitori sarebbero tornati entro uno o due giorni al massimo, e non sapeva come fare ad avvertirli del pericolo. Alla fine prese da uno scaffale con le vecchie cianfrusaglie fogli di carta e un tubetto di ocra. Scrisse su almeno una ventina di fogli “Fefo è impazzito! Non entrate!”, e alzandosi sulle punte dei piedi li gettò in strada dall'apertura che c'era in alto.
Poi diede un'occhiata intorno, alla ricerca di un'arma. Decise che le uniche cose che potevano fare al caso suo erano l'attrezzo per tagliare il parmigiano e un tubo di ferro a forma di cannuccia. Si infilò il primo nella tasca dei jeans, e con il tubo in mano uscì fuori e cominciò a rifare le scale. Fefo era al piano terra, proprio di fronte al portoncino. Appena lui lo vide si lasciò prendere dalla paura, e d'istinto gli lanciò addosso il tubo, rinunciando all'unica arma decente che aveva. Non ebbe il tempo di maledirsi mentalmente per quella stupidaggine. Il pitbull, che evidentemente non aveva gradito la mossa, gli saltò addosso. Fabrizio aveva letto più di una volta qual'era l'unico modo di combattere contro un animale del genere che desse qualche possibilità di salvezza. Gli offrì un braccio da mordere come esca. Mentre i denti si avvicinavano una parte della sua mente si ripeteva “resta lucido nel dolore, o sei spacciato”, e l'altra si chiedeva se fosse davvero possibile restare lucido mentre ti veniva azzannato un braccio. Per fortuna era possibile. Con l'altra mano tirò fuori dalla tasta l'attrezzo del parmigiano e lo usò per colpire ripetutamente Fefo al collo e agli occhi. Dopò il quinto colpo i denti mollarono la presa, ma il cane non era morto. Era a pochi passi da lui, e continuava a ringhiare. Fabrizio indietreggiò lentamente fino a tornare in cantina, e richiuse la porta.
Non voleva guardare com'era ridotto il suo braccio sinistro, il dolore era sufficiente.
“Cosa vogliono dire quei foglietti, ragazzo?”. La voce veniva dall'apertura in alto, quella che dava sulla strada. Evidentemente la persona che gli stava parlando poteva vederlo da lì, mentre Fabrizio non poteva vedere lui. “Il mio cane mi ha morso. Ho il braccio che sanguina. Chiami qualcuno per favore”.
“Non ho il telefono”.
“Le do' il mio, prenda. Qui non c'è campo”
Una mano inquietante si infilò nella finestra. Enormi vene blu in rilievo, e lunghe unghie tagliate a forma di fiamma. Gli passò il telefonino.
“Ora vado a chiamare la polizia” - disse – e poi non lo sentì più.
Dopo un po' si rassegnò. Chissà chi era che gli aveva fregato il telefonino. Forse un barbone, o un vecchio demente. Avrebbe fatto meglio a non uscire e ad aspettare l'arrivo dei suoi. Si guardò il braccio: sanguinava proprio tanto.
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lunedì, 12 marzo 2007, 19:19
Una notte non avevo sonno, e passeggiavo nel parco. C'era un odore diverso da quello che ricordavo, più sfrontato. Stava arrivando la primavera con la sua malinconia fisiologica, e mentre ero assorto in questo pensiero calpestai qualcosa di vivo. La mia fu la reazione classica di chi si trova un enorme ratto schifoso tra i piedi: scalciai senza precisione e senza forza, come una femminuccia impaurita. Con gli occhi chiusi colpivo senza mira sperando che decidesse di scappare fuori dal mio campo visivo piuttosto che mordermi, quando all'improvviso mi resi conto che non riuscivo più a muovere le gambe. Tutti i miei muscoli sembravano impegnati in una sorta di sforzo interno, una tensione che impediva loro di compiere un qualsiasi movimento efficace. Non potevo più inalare aria, ma avevo aperto gli occhi e vedevo quella cosa immobile davanti a me, che mi fissava. Mentre perdevo i sensi avevo la certezza che, in qualche modo, mi stesse attaccando.
Sono davvero svenuto? A giudicare dal mio vuoto di memoria sembra probabile, eppure la logica avrebbe voluto che, una volta ripresomi, mi ritrovassi nel parco, mentre al momento del risveglio ero steso sul pavimento di casa mia, senza forze. Lo strano animale era su di me e mi toccava ora il naso ora le orecchie, in modo insicuro, come qualcuno che stia cercando l'interruttore per accendere una macchina sconosciuta. Per un giorno intero restai lì, a terra. Non sentivo abbastanza energia per alzarmi, e avevo paura che le gambe non mi avrebbero retto neanche fino al divano. Poi il dolore all'inguine iniziò a diventare insopportabile, e così trovai la forza per uscire di casa e andare dal dottore. Quell'essere, intanto, era rimasto in casa per tutto il tempo. Uscii decidendo che avrei pensato dopo al problema. Era una situazione troppo strana perchè la mia mente la prendesse in considerazione in modo serio, e il dolore ormai era fortissimo.
A quei tempi giocavo anch'io a quel gioco dalle regole rigorose e per certi versi crudeli chiamato amore. Per essere precisi stavo con Arianna, una vecchia compagna di liceo. Ai tempi della scuola nessuno dei due si era interessato molto all'altro, ma eravamo rimasti in contatto per via delle conoscenze in comune: la classica compagnia di provincia dove si esce in trenta il sabato sera, e non si sente il bisogno di approfondire la conoscenza di tutti gli altri. Una sera però Arianna mi colpì con un commento riguardo al modo in cui ero vestito. Una frase comune, probabilmente un semplice complimento scherzoso, ma per qualche ragione iniziai a interessarmi a lei. Avevo notato che spesso flirtava con Alfredo, ma ad ogni modo, senza scoraggiarmi, cercai di passare sempre più tempo con lei, e dopo qualche settimana stavamo insieme. Non ricordo più che cosa mi aveva detto quella sera.
Zo, l'avevo chiamato cosi', continuava a vivere a casa mia. All'inizio lo tolleravo semplicemente perche' non sapevo cosa fare. Una persona con i piedi per terra, in assenza di intuizioni sulla natura dell'animale e sul modo migliore di liberarsene, si sarebbe se non altro rivolta alla polizia per avere indicazioni. Io, che non possedevo neanche un grammo di senso pratico, restai sospeso per qualche giorno nella sensazione di essere in un sogno. Non necessariamente un incubo, ma comunque qualcosa di talmente poco logico da non richiedere nessuna azione da parte mia, se non attendere che finisse. Dopo i primi giorni mi ero abituato a lui, e visto che non sembrava aggressivo provai a stabilire un contatto. Da quando era qui non l'avevo mai visto mangiare nulla; solo ogni tanto si arrampicava fino al lavandino della cucina e lo apriva per bere. Avevo ancora in frigo le lasagne che aveva portato mia nonna l'ultima volta che era venuta a trovarmi, e gliene diedi un po' dopo averle riscaldate in forno. Le mangio' senza farsi troppi problemi, e da allora cominciai a trattarlo come un animale domestico. In realta' sembrava dotato di un'intelligenza molto simile a quella di un essere umano (sebbene adombrata a volte da un istinto piu' forte), e anche se non poteva parlare sembrava capire qualsiasi frase che non fosse eccessivamente complessa. In definitiva era paragonabile più a un bambino che a un cane o a una scimmia, nonostante somigliasse proprio a una scimmietta. A volte gli parlavo per ore, anche se non mi avrebbe mai risposto, e quando non potevo dedicarmi a lui stava davanti alla televisione; pareva gradire in particolar modo i cartoni animati e i telefilm che andavano di moda negli anni '80, come me. La notte invece lo vedevo spesso fuori al balcone che fissava il cielo. Fossi stato appassionato di sci-fi mi sarei goduto di piu' la fantasia che si trattasse di un alieno finito qui chissà come, e che ora guardava con nostalgia nello spazio, cercando di penetrarlo con quelle sue pupille di pietra, fino al pianeta su cui era nato.
Ah, avevo scoperto di avere un tumore ai testicoli. Ricordai che il dolore era cominciato dopo averlo incontrato, e quando improvvisamente collegai la mia malattia a quello che era successo quella sera mi scagliai contro di lui. Penso di aver gridato "stronzo", e probabilmente è stata la prima cosa che gli ho detto, perche' nei giorni seguenti mi sono accorto che rispondeva a quella parola ogni volta che la sentiva, come se si trattasse di un richiamo. Non sono uno di quei punk che troverebbero divertente chiamare cosi' un animale, quindi ho deciso di usare Zo come diminutivo. Da un punto di vista razionale Zo non aveva nessuna colpa: quando l'avevo calpestato il suo istinto di autodifesa si era messo in funzione, e lui si era ritrovato a bombardarmi di onde elettromagnetiche o chissà cosa prima di capire cosa succedeva, proprio come io mi ero ritrovato a calciare inutilmente l'aria. Si era fermato in tempo per non uccidermi subito, ma abbastanza tardi da condannarmi a un destino ancora peggiore.
Lo dissi ad Arianna; chissa' cosa speravo. Ovviamente mi disse che ci doveva pensare, e la settimana dopo la vidi in giro mano nella mano con Alfredo. Non potevo biasimarla. Che altro doveva fare, accettare di passare la sua vita con un mezzo uomo? In una delle nostre conversazioni-monologo comunicai a Zo che avevo deciso di morire senza tentare altre strade. Non avevo voglia che qualche dottore provasse a convincermi a sottopormi all'operazione, per poi andarsene a casa con la coscienza a posto mentre io accettavo la condanna di essere per sempre una barzelletta vivente, un handicappato privo di cio' che la societa' considera simbolo di virilità, coraggio, affidabilità. Un essere che susciterebbe solo pena e disgusto, e mai amore.
Zo capiva bene che avrei cessato di vivere a causa sua. Ogni tanto mi accanivo sadisticamente nel farglielo pesare, quando mi prendevano i momenti peggiori di rabbia o di paura. Una volta non lo vidi per tutto il pomeriggio, e la sera mi portò dei crisantemi. Capii che doveva aver visto qualcosa in televisione riguardo le cerimonie funebri, e interpretando male le nostre usanze aveva pensato che offrire quei fiori alla persona che aveva condannato a morte sarebbe stato un gesto adatto ad esprimere scuse, e forse affetto.
Eravamo ormai nel pieno della stagione tradizionalmente dedicata all'amarezza, e proprio in quella stagione io preparavo la mia barca di disperazione, pronta a portarmi al largo nel mare della non esistenza.
Non faceva molto freddo quando partii; non misi neanche il giubbino. Zo era fuori al balcone come al solito, e quella fu la notte in cui vidi per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo. Non volevo che partecipasse agli ultimi miseri momenti della mia vita. Avevo un po' di soldi da parte, così sono venuto qui. Sulla scrivania senza personalità di questa camera d'albergo ho scritto queste due pagine pensandole come una lettera d'addio, ma ora mi rendo conto che non voglio che venga letta. E da chi poi? Ora la brucio e poi concludo tutto.
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sabato, 03 marzo 2007, 19:01
I
Andy non poteva camminare sulle piastrelle nere, l'aveva deciso lui. Sua madre non capiva cosa gli fosse preso tutto ad un tratto; fatto sta che da qualche settimana il suo ragazzo, che prima di allora le aveva sempre dato preoccupazioni per la sua fragilità fisica ed emotiva, aveva adottato abitudini bizzarre, un'autodisciplina spartana che appariva tanto crudele quanto insensata. Il giorno era il 12 gennaio, il suo compleanno. Sarebbe stata una buona scusa per saltare la lezione privata, ma Andy non aveva voluto saperne. Doveva recuperare un debito in matematica, così ogni lunedì pomeriggio andava a casa del suo professore di liceo per la ripetizione. Una bella spesa per sua mamma. Quella sera ritornò a casa con quasi due ore di ritardo, attraversò la cucina senza guardarla in faccia e si andò a chiudere in camera.
Dal giorno seguente erano iniziate le stranezze. Al mattino si cronometrava 30 minuti sotto l'acqua gelida, e quando usciva faceva fatica a respirare. La sua giornata era governata da una lista enorme di strane regole a cui sembrava aggiungersi qualcosa ogni giorno: una delle ultime era il divieto di toccare le parti nere dell'enorme pavimento a scacchi del salone. Il secondo giorno entrò in casa di scatto come faceva sempre, e dimenticandosi della nuova decisione poggiò il piede sulla linea tra due quadrati. Poi con serenità, semplicemente, si inginocchiò e comincio a sbattere la faccia a terra sulla piastrella della violazione, finchè non fu soddisfatto del sangue che gli gocciolava dal naso.
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12-Gennaio
Un incidente brutale mi ha spinto oggi verso una decisione importante. Comincio questo diario come un giornale di bordo, per ricordare questa decisione. Ho scopato con il professor Maccaro. Non sono un frocio, anche se a scuola mi chiamano tutti così. E non avrei dovuto scrivere "ho scopato con". E' stato lui a scoparmi, e non solo. Urlava che era stufo di come lo guardavamo in classe, di come lo prendevamo in giro per il suo occhio di vetro, e mentre urlava mi prendeva a cinghiate. Me l'ha ficcato in culo l'occhio di vetro, e mi sembrava che non riuscisse mai del tutto. Pensavo "ma quanto tempo ci vuole?", e ogni volta che mi sembrava aver finito stava solo riprendendo fiato prima di accanirsi con ancora più rabbia. Non posso dire a mamma che ho l'occhio del mio professore di matematica in culo, non posso dirlo a nessuno.
Da oggi ho iniziato a rendere più dura la mia vita. Un processo graduale: costruirò un animo d'acciaio. Arriverò al punto in cui nessun dolore mi farà più paura, nessuna sofferenza, nessuna umiliazione mi farà strillare pietà tra le lacrime, come strillavo quando Maccaro agitava le sue dita pelose da vecchio tra le mie chiappe.
--
II
- Cosa stai facendo? - Andy era comparso senza nessun rumore all'ingresso del salone, e guardava con le sopracciglia aggrottate la madre china sul pavimento, con una spugna in mano.
- E' tutto sporco, sembra sangue.
- E' il mio sangue. Lascialo lì.
- Ma perchè? Che è successo?
- Lascialo lì ti ho detto. Perchè hai attaccato un cuscino alla mia sedia?
- Non ti piace? E' di piume di struzzo, ce l'ha portato lo zio Giovanni dal negozio..
- Voglio che non cambi più niente nella mia stanza.
- Quella sedia di legno sembra così scomoda. Non era meglio quella che avevi prima?
- Voglio che non cambi più niente! Voglio che non cambi più niente nella mia stanza!
Sentiva che avrebbe dovuto fare qualcosa, chiedergli qualcosa. Ma Anna non trovava il coraggio di affrontare suo figlio, non lo riconosceva più. Il sangue rimase sul pavimento. Con un po' di fantasia sembrava un topolino.
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17-Gennaio
Nuova regola per la doccia. Il rubinetto non va più tutto a destra ma tutto a sinistra: l'acqua calda fa molto più male di quella fredda. Oggi ho urlato e sono uscito fuori d'istinto, ma ho già un'idea su come evitarlo dalla prossima volta. Inoltre non posso più pronunciare la lettera M nelle conversazioni, ogni errore mi costerà un buco con lo spillo nell'orecchio, senza ghiaccio.
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Anna provava un brivido ogni volta che entrava nella camera di Andy. In realtà ci entrava sempre meno, pochi minuti per dare una sistemata dopo che lui era già uscito di casa. Il numero di oggetti era diminuito rapidamente, e ormai era praticamente vuota, così le pulizie duravano molto poco. Gli unici oggetti presenti erano la sedia di legno e un armadio. Dormiva a terra, e non c'era traccia di coperte. Aprendo la finestra per far passare un po' d'aria notò che sulla sedia erano stati incollati dei pezzi di vetro rotti.
-Mamma! Hai visto nella doccia?
La voce quasi supplicante di Giulia la colpì. Mentre si trascinava in pantofole verso il bagno provava a convincersi che magari aveva visto un insetto o chissà cosa, d'altra parte aveva solo sette anni. Non aveva visto un insetto. Il box della doccia era circondato su tre pareti da assi di legno incollate all'interno, e dalle assi sporgevano chiodi lunghi 10 centimetri, inseriti secondo uno schema fitto e regolare. Quell'immagine le dava i brividi, una sensazione di panico. Era totalmente sbagliata.
-Tesoro, tuo fratello sta passando un periodo un po' difficile. Adesso metti le scarpe che ti accompagno a scuola, se no fai tardi. E non dire niente a Andy, va bene?
-Va bene - rispose Giulia decisa. Nonstante l'età riusciva a intuire quando c'era qualcosa che non andava, e sapeva che in quei casi era meglio stare zitta.
III
- Sono il professor Maccaro. Volevo avvisare che oggi non potrò dare ripetizioni a Andy. Sono mortificato, ma ho avuto un imprevisto. Certo, ricominciamo lunedì prossimo. Tante buone cose.
Agganciò il ricevitore e si voltò di nuovo verso la ragazza legata alla sedia. L'intero volto della ragazza, dai capelli alla gola, vibrava scosso dai singhiozzi, ma non c'era neanche una lacrima.
- Io capisco Caterina. Ora ti sembra un atto di crudeltà, ma dovresti provare anche tu a capirmi.
In risposta a queste parole il ritmo dei singhiozzi diventò più denso, quasi continuo.
- Non ti rendi ancora conto della fortuna di avere un uomo che ti ama. Un uomo che ti ama davvero, intendo. Io non sono uno di quei ragazzini con cui fai la scema in classe, io morirei per te. E in cambio della mia devozione totale ti chiedo solo di essere mia, soltanto mia.
- Sono tua! Sono soltanto tua te lo giuro, ma lasciami andare. Se mi ami lasciami andare ora, ti prego!
- Le parole sono false, si dimenticano. Le parole sono nemiche del vero amore, Caterina, e quello che provo io per te è vero amore. Voglio incidere le mie iniziali sul tuo petto, così non lo scorderai mai.
Abbassò gli occhi e seguì le sue forme sotto la maglietta rossa. In quel momento seppe che davvero sarebbe morto per lei, che davvero l'amava.
- Lo so che vai a letto con Di Fraia. Due occhi verdi sono meglio di un occhio di vetro vero? Non mi importa, sul serio. Non devi soffrire così.
Caterina aprì la bocca, il terrore la stava spingendo a tentare tutte le carte. Voleva dire a quel pazzo che Di Fraia non contava nulla, che amava esclusivamente lui. Voleva aggrapparsi a quell'ultima possibilità di salvezza che vedeva volare via da lei, più veloce dopo ogni frase insensata dell'uomo.
Provava a parlare, ma le parole non riuscivano a farsi largo tra i singhiozzi. Vide che ora lui stava piangendo, sommessamente. Abbandonò anche l'ultima speranza.
- Non parlare mia cara, non devi spiegarmi niente. Tu porterai inciso il mio marchio, non quello di Di Fraia. Non importa quante volte ti scopa. Mentre siete a letto insieme e lui viene premendo la faccia sulle tue tette dovrà guardare il mio nome, e saprà che tu sei mia e di nessun altro.
Fece una pausa e si avvicinò ai controlli del termostato, poi girò la rotellina per tirare su il riscaldamento.Tirò fuori un coltellino e continuò: - La prima goccia di sudore del collo che supera la linea della tua scollatura. Mio padre diceva sempre che una donna può mentire, ma il suo corpo no. La prima goccia di sudore cade sempre verso il seno più peccatore, il seno che contiene la sua essenza di donna.
Ascoltandolo Caterina sentiva proprio una goccia scivolarle lenta lungo il collo, ma pensò che era solo autosuggestione. Si sorprese a preoccuparsi di una cosa del genere. D'altra parte cosa gliene importava se le deturpava un seno anzichè l'altro? Senza capire perchè, si sorprese a desiderare che almeno il sinistro fosse lasciato intatto. Poi suonò il campanello, e il professore andò ad aprire la porta, sorpreso.
- Che ci fai qui? Non te l'ha detto tua mamma che oggi è saltato l'appuntamento? L'ho chiamata dieci minuti fa.
- Ero già uscito di casa.
- Entra allora, ormai entra. Ti presento una persona.
Arrivarono nella stanza. Andy era così insensibile ad ogni cosa, ormai, che neanche si stupì di vedere una ragazza che piangeva legata ad una sedia.
- Questa è Caterina, l'amore della mia vita. Caterina, questo è il ragazzo che porta incastrato nel sedere il mio occhio di vetro. Adesso tu siediti lì e stai buono mentre faccio una cosa.
Si avvicinò di nuovo, velocemente, con la lama in avanti- Bene, è il sinistro quello malvagio.
Mentre stava per piantarle la punta di metallo nella carne un calcio da dietro sul ginocchio lo fece cascare con la schiena a terra - Che fai, imbecille? Devo raccontare a tua mamma che fai quando vieni qui? Sarà contenta di aver un figlio finocchio?
Non si era ancora rialzato. Non per il dolore alla gamba, ma perchè non riusciva a credere che quella mezza sega gli avesse dato un calcio. Ripensandoci trovò anche completamente fuori luogo la sua minaccia precedente fatta in un momento del genere. Andy gli schiacciò il piede sulla faccia con una botta verticale, partendo da cinque centimetri di distanza dal suo naso. Poi ripetette lo stesso gesto altre 23 volte, senza che un'ombra modificasse la sua espressione.
Caterina non riusciva a sentirsi sconvolta per la brutalità inflitta a Maccaro. Non riusciva neanche a sentirsi dispiaciuta. D'altra parte essere legata ad una sedia da un uomo che minaccia di sfregiare per amore l'unica ricchezza che hai è una cosa che abbassa fortemente la tua sensibilità. Per il resto, ormai si sentiva salva. Lo scatto di quel magrolino non la sorprendeva: era abituata al fatto che i ragazzi perdessero la testa per lei a prima vista. Ma quando Andy alzò il suo sguardo lei ricominciò ad avere paura. La sua mente aveva atteso una maschera sfigurata dalla rabbia o dal dolore. Aveva considerato addirittura la possibilità di un'espressione compiaciuta, soddisfatta per averla salvata. In quegli occhi morti invece vedeva riflessa una follia più profonda di quella del professore, e una determinazione più gelida.
- Sai cosa succede quando muori?
Caterina scosse la testa
- Neanch'io lo so. Ma pensa se ci fosse davvero un inferno, o qualcosa del genere. Puoi immaginare un'eternità di dolore?
Ora era vicinissimo a lei, ma non accennava a slegarla.
- Dolori di tipi sconosciuti, dolori che ora neanche possiamo immaginare. Non pensi che sarebbe meglio prepararsi? E' un po' che io ci sto lavorando.
Non muoveva neanche piu' la testa. Qualunque sua risposta, così le sembrava ora, poteva avere implicazioni orrende. Desiderava con tutte le sue forze che almeno il terrore le paralizzasse la mente, la rendesse incapace di capire cosa stava succedendo. Ma non succedeva. E Andy aveva raccolto il coltello del professore.
- Magari ora è in uno di questi inferni, il bastardo. Lo spero tanto. Io penso che una volta lì non puoi più cambiare. Non puoi più imparare a sopportare la tortura, se non l'hai imparato quando eri vivo.
Poi si inginocchiò di fronte a lei per aiutarla. Davvero si era innamorato a prima vista.
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