Henry conosceva a memoria le mappature dei simboli, e in base ad essi orientava il suo percorso. Sapeva riconoscere quando uno di quelli era stato stampato senza che fosse stato sfidato il vandalismo. Di lì, infatti, un breve vicolo dallo stesso lato del lampione, portava in una stradina sconnessa e maleodorante. L'illuminazione non estendeva fin lì il suo regno e potevano passarci solo un paio di persone, alquanto costrette. Nessun mezzo motorizzato poteva insinuarsi in quella porzione di mondo. E' incredibile come proprio al centro delle città si trovino delle zone franche di questo tipo.
Proprio su queste strade, procedendo a tentoni, possibilmente con un paio di guanti per evitare la melma e i rimasugli di qualche brava serata con troppo alcol, si possono fare interessanti scoperte. Henry incontrò la porta.
Bussò.
Bussò più forte.
- Chi è?
- Apri.
- Chi è?
- Dai non fare il cretino apri.
Come uno spiraglio si inserì tra il muro e la porta che ripiegava verso l'interno, poggiandosi sul perno posto verso la strada principale, una lama di luce ferì Henry, che fu costretto a serrare gli occhi ed a catapultarsi in ginocchio oltre la soglia.
Si coprì il viso con le braccia volgendosi verso il pavimento. Delle mani lo raccolsero e lo trascinarono una decina di passi più in là.
- Pazienta ancora un attimo.
Qualcosa avvolse la sua testa. Si sentì spingere, tirare, stringere. Gli stavano facendo indossare qualcosa, come una specie di maschera.
- Ok...ora puoi aprire gli occhi.
Spalancò le palpebre.
Un ambiente di medie dimensioni, quadrangolare, come fosse un vecchio magazzino, ora adibito a centro conferenze o simile. La platea poteva contenere forse un paio di centinaia di persone su delle sediolette in plastica con il poggiamano. Al palchetto si accedeva da due rampe di scalini laterali. Il tavolo bianco e ampio sembrava rubato da una sala operatoria. Alle spalle, una tela da proiettore si stendeva sul muro.
Si portò le mani al volto, e capì che indossava una maschera fatta forse in juta ma non ne era sicuro (di certo gli era strettissima), ma al posto degli occhi c'era una visiera molto spessa in materiale trasparente, forse vetro, ma molto scuro.
- Non credo sia la tua misura questa, ma non mi va di tornare a cercarne un'altra.
- Non fa niente. Più che altro, mi piace come avete sistemato qui.
- Beh sì ci siamo dati da fare nelle ultime settimane. Ormai nel vecchio mattatoio non c'era più pace. Da quando quella vecchiaccia ha cominciato a urlare a destra e a manca di aver parlato con un fantasma vicino al muro che dava sulla chiesa...
- Questa mi manca. Pensavo fossero state le indagini della polizia.
- Beh sì, ma quello dopo l'ondata dei giornalisti...
Un energumeno uscì dal piccolo stanzino laterale e si unì senza troppi preludi alla compagnia. Henry ne fu sorpreso e, perché no, spaventato per un istante.
Un breve silenzio percorse la compagnia.
- Ah! Lui è Enrico, ti ha trascinato fin qui.
- Ciao...mi stavi parlando dei giornalisti.
- Ah sì! Beh...praticamente Enrico quella sera dimenticò la caldaia accesa, e siccome lo scarico lo abbiamo fatto uscire dalla grata sotto al muro nord...
- Quello di fronte alla chiesa.
- Quello...insomma la signora aveva portato a pisciare il cane e s'è aspirata tutto il gas che s'era accumulato lì sotto. Sul muro c'era, e c'è ancora, un murales che raffigura una specie di balena, e quella sciroccata è corsa alla polizia a dire che aveva parlato con una balena vicino al mattatoio. Puoi immaginarti quello che è successo.
- Camicia di forza?
- Macché! Ma dove sei stato negli ultimi due mesi?!
- E' una lunga storia.
- E' una breve battuta per non dire un tubo. Comunque, hai presente l'acquario di Boston?
- Quella con le specie in via d'estinzione?
- Esatto. Beh...praticamente mentre tentavano di far nascere il piccolo dell'ultima balena esistente...le è preso un colpo. Morta. Stecchita. Andata. Con il cucciolo ovviamente, la speranza della nuova generazione.
- Questo quando?
- Il giorno prima della signora schizzata.
- Questo spiega molte cose.
- Ora capisci.
Pago della conversazione, Henry cominciò a macinare passi all'interno della struttura, circumnavigando dal fondo la sala.
La luce era abbagliante nonostante le poderose precauzioni, ed da ogni angolatura sembrava traboccasse energia, come sgorgasse dal suolo e dalle pareti.
La pelle si rifocillava di linfa vitale, immergendosi in quella marea luminosa, che Henry sfidava a viso aperto, ma sempre tenendo gli occhi socchiusi.
Come una droga, un frutto proibito, un segreto celato dalla trama degli eventi, quella vita che scorreva di nuovo e di nuovo ancora nelle vene, sussurrava ad Henry che quella era la strada giusta. Il sorriso affiorò sul viso come per effetto della dilatazione termica.
- Sei pronto?
- Sì. E' da un po' che mi preparo. Ho fatto molte ricerche in tutte le biblioteche nazionali. Avete preparato tutto come stabilito?
- Certo.
Annuì con un gesto che denotava una certa solidità di ideali.
Henry si sedette su una sedia, poi cambiò posto, prima più vicino al palchetto, poi in fondo, destra, sinistra. Studiava ogni punto di vista, ma solo da una prospettiva estetica.
- Sai, con tutte quelle scartoffie che mi sono capitate tra le mani, credo di aver scartato anche materiale interessante, ma di letteratura sull'argomento ce n'è per un millennio di studio. E io non avevo molto tempo, o meglio, ce l'avevo ma ne sprecavo tanto. Sfogliando le pagine mi imbattevo qualche volte in piccole descrizioni idilliche, rappresentazioni bucoliche, romanzetti. Talvolta incisioni, disegni, schizzi di paesaggi...Daniel mi stai ascoltando?
E come se lo stava ascoltando. Si era piazzato un paio di posti dietro di lui, giusto per riuscire a mettere i piedi sul sedile di fronte. Le braccia si raccoglievano sulla nuca per sorreggere il cranio sospeso nel vuoto. Ma alle parole di Henry, ridestò l'attenzione, drizzò la testa. Un sottile velo d'acqua salata gli copriva gli occhi.
- Racconta...
- Eh, cosa vuoi che ti racconti, avresti dovuto vederli. Se te lo dicessi così, non sarebbe diverso da ciò che ci raccontavano i nostri nonni la sera davanti al camino.
- Già...
Entrambi avrebbero parlato per ore, riportando per l'ennesima volta tutte le storie e le descrizioni che ognuno aveva ereditato dalla memoria dei propri vecchi. Ma non lo fecero. In effetti, non lo facevano mai.
Henry prese il portafoglio dalla tasca, e sfilò la foto di suo padre. La accarezzò. Suo padre si era impegnato così a lungo nelle sue ricerche sul passato, che ne aveva assorbito i modi ed i costumi. Ricordava come era felice quando lo lasciavano ascoltare quei pochi radioamatori che ancora trasmettevano sulle onde dell'etere, seduto in poltrona a guardare il caminetto lambire con le sue fiamme l'aria circostante. In quella foto appare al bar del suo amico e socio Edward, seduti a studiare le carte ed a stamparne degli appunti. Com'era ridicolo con quella sua camicia a righe, le bretelle, e quella stupida macchina da scrivere che non funzionava mai. Solo lui sapeva rimetterla in funzione dopo che il foglio si incastrava nel meccanismo in fondo a destra. Eppure gli piaceva così tanto usarla.
Daniel spezzò il suo ricordo.
- Ancora non ho capito come hai fatto a trovarli.
- Ogni tanto qualcosa sfugge ancora alla censura.
- Di che periodo erano?
- La maggior parte del Medioevo, ma mi è capitato persino qualche cosa del Rinascimento.
- Beh...dovrebbero aspettarselo che a quel tempo ci si cimentassero parecchio sul mondo e sulla natura.
- Nel Medioevo?
- No certo.
- Ah beh. Allora sì. Mah, credo che sia una questione di quantità. Purtroppo quelle sono lingue che la macchina non riesce mai a decodificare del tutto. Forse perché spesso non ci riescono neanche gli uomini.
- Ma...con tutti questi studi...sei riuscito a capire quando...quando cominciò tutto?
- Se dicessi che non c'ho provato mentirei enormemente. Se dicessi che ci sono riuscito, forse mentirei di più. Ma un'idea mia personale me la sono fatta.
- Trecento? Cinquecento? Mille anni fa?
- Secondo me...non più di centocinquant'anni fa.
- Eh! Com'è possibile che sia successo tutto quanto in così poco tempo?!
- Poco...è relativo ai mezzi. Ho letto un libro di tale Nostradamus...disse che nell'anno Duemila sarebbe cominciata la fine del mondo.
- Ti prego non cominciare con queste storie. Ne ho sentite in quantità. Il mondo non è finito, si è solo scaldato un po' troppo. Succede quando vivi in una serra di mezzo miliardo di metri quadrati.
- Sì ma secondo me non è stata una serra dal principio.
Daniel poggiò i piedi per terra e avvicinò le orecchie ad Henry.
- Che intendi dire?
- Le mie ricerche riguardano questo...non ne sono sicuro ma secondo me c'entra il cambiamento di come l'uomo viveva prima rispetto ad ora.
Daniel fece cadere le spalle, si alzò con flemma e diresse i passi lontano da Henry.
- Sì, come no, non ci sono più le mezze stagioni.
- Veramente noi non le abbiamo mai avute.
- Hai capito.
L'attesa consumò ancora alcuni minuti, finché si sentì bussare.
Daniel comparve in compagnia del suo fido scudiero.
- Enrico, sai che fare. Mi raccomando, vacci piano, è un pezzo grosso, mica come Henry.
Si guardarono con Henry e ne risero come due adolescenti.
In un attimo la porta si aprì quel tanto necessario per far entrare il tizio sulla soglia. La procedura era la stessa, senza molta delicatezza, ma stavolta la misura della maschera era quella giusta.
Tempo per l'uomo di ricomporsi, si alzò e distintamente saluto i presenti.
- Salve fratelli.
- Salve dottor Richardson. La stavamo aspettando con impazienza.
- Non preoccupatevi fratelli, procede tutto come previsto.
Detto questo, si precipitò con lentezza verso il palchetto. Portava con sé una piccola valigetta di cuoio nero, molto elegante ma evidentemente logora.
Henry lo seguì agitato.
- Dottore, volevo renderle noti i risultati della mia ultima ricerca.
- Grazie fratello, il tuo apporto è a dir poco prezioso. Senza i tuoi servigi, la nostra opera sarebbe impossibile.
Henry annuì soddisfatto.
Il dottor Richardson prese le sue carte e cominciarono a discutere talvolta con rigore, talvolta animatamente. Alla fine sembrava fossero giunti ad una felice conclusione in accordo.
- Bene, allora non ci resta che aspettare.
Passarono molte ore, e la porta cominciò ad aprirsi sempre più frequentemente. Le mani di Enrico cominciarono a sanguinare quando la sala si era riempita solo per metà. Non tutti erano avvezzi a quella pratica, e alcuni si fecero prendere dal panico, affaticando molto il compito degli addetti. Uno di questi portò sotto braccio un cestino coperto da una tela a quadri. Tutti i presenti gli si avvicinarono, prendendo qualcosa dal cesto. Tutti tranne Henry, Daniel, ed il dottor Richardson. Henry si avvicinò furtivamente: sembravano funghi, ma molto lunghi e sottili. Motivo in più per star lontano da quel tipo.
Henry non era stato iniziato alla cerchia dei decisori, ma poteva comprendere molto nettamente sia le ragioni simboliche sia quelle strettamente pratiche della procedura. La grande luminosità forniva una grande potenza simbolica al messaggio che si apprestavano a fornire a quella gente; d'altra parte, la luce rendeva i corpi e gli spiriti più potenti ed allo stesso tempo malleabili, e la maschera lasciava in un comodo anonimato reciproco tutti gli astanti.
Sul palchetto si avvicendavano Daniel con il tizio che era entrato con il cesto; sembrava molto conosciuto dal dottor Richardson. Si poteva ipotizzare che si stessero tenendo aggiornati riguardo qualcosa, forse il numero dei presenti.
Per qualche minuto non entrò nessuno, il tipo sussurrò qualcosa al dottor Richardson, poi si ritirò.
Il dottore si alzò in piedi. Ben presto tutti i posti furono occupati. Henry scelse un posto a sinistra, non troppo lontano dal palchetto. Quando tutto fu pronto, il dottor Richardson fece per schiarirsi la voce:
- Fratelli. Sappiamo tutti perché siamo qui. Qui, oggi, tutti insieme, decidiamo di riappropriarci della nostra storia. Io sono solo un funzionario, un umile magistrato, un semplice notaio della nostra volontà. Vi ringrazio fratelli, vi ringrazio per la vostra forza, per la vostra fiducia, per la vostra tenacia. Non è facile per nessuno vivere in clandestinità, rischiare per qualcosa che non è una certezza. In questi anni ci siamo tenuti in stretto contatto per fare quanto meglio possibile, e credo che siamo riusciti a fare molto più di quanto avessimo sperato. Mi sento profondamente debitore ad uno di voi che ha lavorato molto, e che ora esporrà le sue tesi per mia bocca. La ringraziamo profondamente professor Defoe.
Henry annuì sorridendo ma contraendosi in un'ostentata umiltà.
- Sappiamo, fratelli, che un tempo, non troppo lontano, la nostra Terra era un pianeta fertile e rigoglioso. Nelle verdi pianure cresceva vegetazione di ogni sorta, coltivata dai nostri padri per il sostentamento delle famiglie, ma anche ammirata dagli occhi di ogni uomo che si soffermava ad apprezzare i colori e la vitalità della natura. Animali di tutte le forme, grandezze, colori, estensioni; pacifici, ruminanti, pigri, scattanti, infidi, mastodontici, industriosi, feroci. La nostra Terra, fratelli, un tempo era la culla della vita.
Il discorso continuò per molto tempo, ma Henry distolse l'attenzione ben presto, essendo ormai poco sensibile a retoriche di quel genere. In un momento il dottore si infiammò:
- Fratelli! Io vi dico che tutto ciò è stato distrutto dal sistema, da Loro! Fratelli! Ci hanno strappato secoli di storia dalla memoria, ma non sono riusciti ad oscurare tutto! Fratelli! Sono stati Loro a distruggere il pianeta!
Il vociare in platea crebbe a dismisura. C'era chi non credeva, chi cercava di capire, chi chiedeva al vicino, chi aveva già compreso tutto da molto, molto tempo.
- Fratelli! La coltre di fumo e polvere che copre le nostre città e intristisce i nostri sogni, non è il prodotto di un vulcano, di un meteorite, o di tutte le idiozie di cui ci hanno nutriti da quando eravamo in fasce! Fratelli! Quelli non sono che i fumi di gigantesche macchine a combustione di cui Loro tappezzarono la Terra! Produssero armi, produssero merci, produssero altre macchine!
Il trambusto cominciò a farsi preoccupante. Qualcuno si alzò in piedi in preda alla frenesia di urlare qualcosa, o magari già era pronto ad imbracciare le armi. Molti però rimasero freddi, o forse paralizzati, ad ascoltare le parole del dottor Richardson.
- Fratelli. Ciò che ora è per noi prezioso come l'oro e più, una volta era abbondante come la terra e il vento. Loro avevano una possibilità per tornare indietro, ma non la colsero allora, e ci hanno condannato oggi a spegnerci, piano piano, con le nostre ridotte capacità energetiche e produttive.
Fratelli! Noi dobbiamo riprenderci la nostra storia! Dobbiamo riprenderci la nostra energia ed il nostro futuro! Fratelli! Dobbiamo riprenderci, il Sole!
Le ultime due sillabe esplosero in un urlo che scosse l'anima di ognuno dei presenti. Non fecero in tempo ad ammortizzare le vibrazioni, che il dottor Richardson tirò via la tela da proiettore.
Sul muro, un'enorme svastica, dorata, massiccia, inscritta in un pentagono dal fondo blu notte e dai contorni rosso fuoco, si impose all'attenzione di tutti. Ogni suono fu attutito. Ogni voce fu assopita.
Henry la guardò con estatica passione. L'aveva scoperta in degli antichissimi manoscritti. Colei era il Sole, era la Grandezza, era il Valore. Tutto tendeva a Lei come tendeva al Sole. Emanava potere e coraggio, calore e fermezza. Era la mediatrice perfetta tra l'uomo e la Verità. La distanza che separa le due estremità non contigue della svastica è uguale al prodotto del braccio centrale per la radice di due. Esattamente come la diagonale di un quadrato, al quale la sfericità del Corpo Splendente è ontologicamente irriducibile, ostacolata dall'impalpabilità trascendente del pi greco.
Il dottor Richardson continuò a inoculare parole di saggezza e sapienza alla folla, ma Henry era ormai perso nelle sue personalissime riflessioni. Si ridestò quando sentì il dottore dire:
- Ora, fratelli, è giunto il tempo del riscatto. Uniamoci oggi nella Sacra Confraternita della Svastica. Uniamoci oggi lavorando tutti per lo stesso scopo, guardando nella stessa direzione.
Così dicendo, si rivolse alla svastica, dando le spalle al pubblico.
- Facciamolo, tutti insieme fratelli, spogliamoci del fardello della nostra triste epoca, e fissiamo con coraggio il destino.
Afferrò con una mano la maschera. Era chiarissimo. Tutti lo seguirono. Henry fu un attimo titubante, ma quando tutti si prestarono senza tentennamenti, si preparò.
- Fratelli! Ora!
Luce.
Nubi. Scosse. Fumi.
- Signor Defoe, non si preoccupi, ora è in buone mani.
Era un po' tutto sottosopra, l'arredamento era sottosopra. Anche la disposizione. Anche l'ambiente. Ci volle un po', ma capì di non essere in quel magazzino.
- Signor Defoe, non si faccia pregare, stiamo tutti aspettando lei.
Un uomo dal volto affilato, magro, con gli occhi sporgenti e mobilissimi. Il suo pallore mal si intonava con l'ambiente circostante. Il sorriso serrato accompagnato solo dallo sforzo delle sopracciglia non plasmava un aspetto rassicurante.
Tutto intorno c'erano molte persone: la platea, un piccolo palchetto, ma del tutto diversi dall'ambiente in cui ricordava di essere entrato. Ora era sul palchetto, ma relegato sulla sinistra, sistemato perpendicolarmente alla linea naturale degli altri presenti.
La testa si volgeva qua e là, tentando di aggrapparsi ad una certezza visiva. La mandibola stava lentamente indebolendo la morsa, lasciando Henry in un'espressione inebetita.
L'uomo spigoloso si sciolse in una forzata smorfia di compassione, dileggiando l'interlocutore:
- Signor Defoe...Siamo tutti amici...Le vogliamo bene. Ma ora deve dirci la verità.
- La verità?
L'uomo gli voltò le spalle e si indirizzò verso il centro dell'aula.
- Signori, come potete ben vedere, i precetti della setta ottundono la mente e preparano gli adepti al silenzio. Ma noi sappiamo, signori, sappiamo, signor Defoe, non c'è più nulla da nascondere. Le stiamo solo offrendo una benevola possibilità di riscattarsi.
- Ma lei chi è?
Un breve ghigno si nascose nelle pieghe del viso ossuto.
- Signor Defoe, lei è accusato di aver cospirato contro lo Stato, di aver preso parte a riunioni segrete per destabilizzare la nostra società, di essersi introdotto in un culto blasfemo e demoniaco per spargere il male nel mondo.
- Cosa??
- Si tranquillizzi signor Defoe, le diamo cinque minuti per discolparsi.
Si guardò intorno. Niente vie di fuga. Si alzò di scatto, ma uno strano tizio in uniforme dietro di lui, lo rimise a sedere senza troppi complimenti.
L'accusatore mostrò i suoi denti bianchi e aguzzi accennando un gesto che in altri uomini denota simpatia.
- C-cosa? Ma io...Io non ho fatto nulla. Io sono uno studioso. Mi hanno commissionato una ricerca, ed io l'ho fatto. Mi sono trovato in quella situazione...
- Lei conosce il signor Waley vero?
- Chi?
- Daniel Waley.
- Sì...
- Siete amici d'infanzia, e da tempo l'ha iniziata al culto.
- Daniel...
L'uomo inclinò la testa da una parte e guardò Henry di striscio.
- Tre minuti signor Defoe. Non sta utilizzando bene il suo tempo.
- Io...Se io sono colpevole di qualcosa, allora è di aver cercato la verità, quella verità che ci è occultata dal governo. Se un crimine ho commesso, è contro l'asservimento, contro il silenzio.
- Lei adorava il demonio signor Defoe. Nel luogo dove stava assistendo al rituale, sul pavimento era cosparso zolfo in grandi quantità. Lo zolfo richiama simbolicamente gli inferi, signori.
- Non è vero!
- Due minuti, signor Defoe.
E cominciò a sventolare una bustina trasparente davanti ai suoi occhi, contenente una polverina gialla.
- L'abbiamo trovato sulle sue scarpe.
- E' un complotto!
L'omino sogghignò di nuovo.
- Lei è sicuro, signor Defoe, che sul pavimento non ci fosse nessuna polverina dal colore giallo. Ci sembra evidente che non sarebbe stato molto facile vedere bene il pavimento. Un minuto.
Ricordò la luce accecante. Capì che non c'era più nulla da fare.
- Che sia giudicato insieme ai suoi confratelli della svastica!
Era la fine.



