Utente: zagabria
Nome: Antonio Zagabria
Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.

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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
martedì, 24 marzo 2009, 22:58
Allo scoccare del mezzogiorno Henry uscì dal portone principale e si diresse spedito verso la stazione. La luce dei lampioni colpiva i suoi occhi a fasci intermittenti; ad ogni incrocio almeno una delle lampadine si era ritirata in una morte asfittica. Quando se ne incontravano due spenti adiacenti, si poteva notare che uno era stato bersagliato con lancio di grossi proiettili grezzi, ma più probabilmente sassi. Inutile avvertire le autorità competenti; inutile sostituire i componenti. Quando questo avveniva, qualcuno si industriava a danneggiare di nuovo l'illuminazione, lasciando però sul palo un simbolo. Con piccoli pezzi di cartone ritagliati a dovere, gli spray filtravano i loro fluidi nel disegno definito e si stampavano sul supporto sottostante. Un lavoro rapido e senza sbavature.
Henry conosceva a memoria le mappature dei simboli, e in base ad essi orientava il suo percorso. Sapeva riconoscere quando uno di quelli era stato stampato senza che fosse stato sfidato il vandalismo. Di lì, infatti, un breve vicolo dallo stesso lato del lampione, portava in una stradina sconnessa e maleodorante. L'illuminazione non estendeva fin lì il suo regno e potevano passarci  solo un paio di persone, alquanto costrette. Nessun mezzo motorizzato poteva insinuarsi in quella porzione di mondo. E' incredibile come proprio al centro delle città si trovino delle zone franche di questo tipo.
Proprio su queste strade, procedendo a tentoni, possibilmente con un paio di guanti per evitare la melma e i rimasugli di qualche brava serata con troppo alcol, si possono fare interessanti scoperte. Henry incontrò la porta.
Bussò.
Bussò più forte.
- Chi è?
- Apri.
- Chi è?
- Dai non fare il cretino apri.
Come uno spiraglio si inserì tra il muro e la porta che ripiegava verso l'interno, poggiandosi sul perno posto verso la strada principale, una lama di luce ferì Henry, che fu costretto a serrare gli occhi ed a catapultarsi in ginocchio oltre la soglia.
Si coprì il viso con le braccia volgendosi verso il pavimento. Delle mani lo raccolsero e lo trascinarono una decina di passi più in là.
- Pazienta ancora un attimo.
Qualcosa avvolse la sua testa. Si sentì spingere, tirare, stringere. Gli stavano facendo indossare qualcosa, come una specie di maschera.
- Ok...ora puoi aprire gli occhi.
Spalancò le palpebre.
Un ambiente di medie dimensioni, quadrangolare, come fosse un vecchio magazzino, ora adibito a centro conferenze o simile. La platea poteva contenere forse un paio di centinaia di persone su delle sediolette in plastica con il poggiamano. Al palchetto si accedeva da due rampe di scalini laterali. Il tavolo bianco e ampio sembrava rubato da una sala operatoria. Alle spalle, una tela da proiettore si stendeva sul muro.
Si portò le mani al volto, e capì che indossava una maschera fatta forse in juta ma non ne era sicuro (di certo gli era strettissima), ma al posto degli occhi c'era una visiera molto spessa in materiale trasparente, forse vetro, ma molto scuro.
- Non credo sia la tua misura questa, ma non mi va di tornare a cercarne un'altra.
- Non fa niente. Più che altro, mi piace come avete sistemato qui.
- Beh sì ci siamo dati da fare nelle ultime settimane. Ormai nel vecchio mattatoio non c'era più pace. Da quando quella vecchiaccia ha cominciato a urlare a destra e a manca di aver parlato con un fantasma vicino al muro che dava sulla chiesa...
- Questa mi manca. Pensavo fossero state le indagini della polizia.
- Beh sì, ma quello dopo l'ondata dei giornalisti...
Un energumeno uscì dal piccolo stanzino laterale e si unì senza troppi preludi alla compagnia. Henry ne fu sorpreso e, perché no, spaventato per un istante.
Un breve silenzio percorse la compagnia.
- Ah! Lui è Enrico, ti ha trascinato fin qui.
- Ciao...mi stavi parlando dei giornalisti.
- Ah sì! Beh...praticamente Enrico quella sera dimenticò la caldaia accesa, e siccome lo scarico lo abbiamo fatto uscire dalla grata sotto al muro nord...
- Quello di fronte alla chiesa.
- Quello...insomma la signora aveva portato a pisciare il cane e s'è aspirata tutto il gas che s'era accumulato lì sotto. Sul muro c'era, e c'è ancora, un murales che raffigura una specie di balena, e quella sciroccata è corsa alla polizia a dire che aveva parlato con una balena vicino al mattatoio. Puoi immaginarti quello che è successo.
- Camicia di forza?
- Macché! Ma dove sei stato negli ultimi due mesi?!
- E' una lunga storia.
- E' una breve battuta per non dire un tubo. Comunque, hai presente l'acquario di Boston?
- Quella con le specie in via d'estinzione?
- Esatto. Beh...praticamente mentre tentavano di far nascere il piccolo dell'ultima balena esistente...le è preso un colpo. Morta. Stecchita. Andata. Con il cucciolo ovviamente, la speranza della nuova generazione.
- Questo quando?
- Il giorno prima della signora schizzata.
- Questo spiega molte cose.
- Ora capisci.
Pago della conversazione, Henry cominciò a macinare passi all'interno della struttura, circumnavigando dal fondo la sala.
La luce era abbagliante nonostante le poderose precauzioni, ed da ogni angolatura sembrava traboccasse energia, come sgorgasse dal suolo e dalle pareti.
La pelle si rifocillava di linfa vitale, immergendosi in quella marea luminosa, che Henry sfidava a viso aperto, ma sempre tenendo gli occhi socchiusi.
Come una droga, un frutto proibito, un segreto celato dalla trama degli eventi, quella vita che scorreva di nuovo e di nuovo ancora nelle vene, sussurrava ad Henry che quella era la strada giusta. Il sorriso affiorò sul viso come per effetto della dilatazione termica.
- Sei pronto?
- Sì. E' da un po' che mi preparo. Ho fatto molte ricerche in tutte le biblioteche nazionali. Avete preparato tutto come stabilito?
- Certo.
Annuì con un gesto che denotava una certa solidità di ideali.
Henry si sedette su una sedia, poi cambiò posto, prima più vicino al palchetto, poi in fondo, destra, sinistra. Studiava ogni punto di vista, ma solo da una prospettiva estetica.
- Sai, con tutte quelle scartoffie che mi sono capitate tra le mani, credo di aver scartato anche materiale interessante, ma di letteratura sull'argomento ce n'è per un millennio di studio. E io non avevo molto tempo, o meglio, ce l'avevo ma ne sprecavo tanto. Sfogliando le pagine mi imbattevo qualche volte in piccole descrizioni idilliche, rappresentazioni bucoliche, romanzetti. Talvolta incisioni, disegni, schizzi di paesaggi...Daniel mi stai ascoltando?
E come se lo stava ascoltando. Si era piazzato un paio di posti dietro di lui, giusto per riuscire a mettere i piedi sul sedile di fronte.  Le braccia si raccoglievano sulla nuca per sorreggere il cranio sospeso nel vuoto. Ma alle parole di Henry, ridestò l'attenzione, drizzò la testa. Un sottile velo d'acqua salata gli copriva gli occhi.
- Racconta...
- Eh, cosa vuoi che ti racconti, avresti dovuto vederli. Se te lo dicessi così, non sarebbe diverso da ciò che ci raccontavano i nostri nonni la sera davanti al camino.
- Già...
Entrambi avrebbero parlato per ore, riportando per l'ennesima volta tutte le storie e le descrizioni che ognuno aveva ereditato dalla memoria dei propri vecchi. Ma non lo fecero. In effetti, non lo facevano mai.
Henry prese il portafoglio dalla tasca, e sfilò la foto di suo padre. La accarezzò. Suo padre si era impegnato così a lungo nelle sue ricerche sul passato, che ne aveva assorbito i modi ed i costumi. Ricordava come era felice quando lo lasciavano ascoltare quei pochi radioamatori che ancora trasmettevano sulle onde dell'etere, seduto in poltrona a guardare il caminetto lambire con le sue fiamme l'aria circostante. In quella foto appare al bar del suo amico e socio Edward, seduti a studiare le carte ed a stamparne degli appunti. Com'era ridicolo con quella sua camicia a righe, le bretelle, e quella stupida macchina da scrivere che non funzionava mai. Solo lui sapeva rimetterla in funzione dopo che il foglio si incastrava nel meccanismo in fondo a destra. Eppure gli piaceva così tanto usarla.
Daniel spezzò il suo ricordo.
- Ancora non ho capito come hai fatto a trovarli.
- Ogni tanto qualcosa sfugge ancora alla censura.
- Di che periodo erano?
- La maggior parte del Medioevo, ma mi è capitato persino qualche cosa del Rinascimento.
- Beh...dovrebbero aspettarselo che a quel tempo ci si cimentassero parecchio sul mondo e sulla natura.
- Nel Medioevo?
- No certo.
- Ah beh. Allora sì. Mah, credo che sia una questione di quantità. Purtroppo quelle sono lingue che la macchina non riesce mai a decodificare del tutto. Forse perché spesso non ci riescono neanche gli uomini.
- Ma...con tutti questi studi...sei riuscito a capire quando...quando cominciò tutto?
- Se dicessi che non c'ho provato mentirei enormemente. Se dicessi che ci sono riuscito, forse mentirei di più. Ma un'idea mia personale me la sono fatta.
- Trecento? Cinquecento? Mille anni fa?
- Secondo me...non più di centocinquant'anni fa.
- Eh! Com'è possibile che sia successo tutto quanto in così poco tempo?!
- Poco...è relativo ai mezzi. Ho letto un libro di tale Nostradamus...disse che nell'anno Duemila sarebbe cominciata la fine del mondo.
- Ti prego non cominciare con queste storie. Ne ho sentite in quantità. Il mondo non è finito, si è solo scaldato un po' troppo. Succede quando vivi in una serra di mezzo miliardo di metri quadrati.
- Sì ma secondo me non è stata una serra dal principio.
Daniel poggiò i piedi per terra e avvicinò le orecchie ad Henry.
- Che intendi dire?
- Le mie ricerche riguardano questo...non ne sono sicuro ma secondo me c'entra il cambiamento di come l'uomo viveva prima rispetto ad ora.
Daniel fece cadere le spalle, si alzò con flemma e diresse i passi lontano da Henry.
- Sì, come no, non ci sono più le mezze stagioni.
- Veramente noi non le abbiamo mai avute.
- Hai capito.
L'attesa consumò ancora alcuni minuti, finché si sentì bussare.
Daniel comparve in compagnia del suo fido scudiero.
- Enrico, sai che fare. Mi raccomando, vacci piano, è un pezzo grosso, mica come Henry.
Si guardarono con Henry e ne risero come due adolescenti.
In un attimo la porta si aprì quel tanto necessario per far entrare il tizio sulla soglia. La procedura era la stessa, senza molta delicatezza, ma stavolta la misura della maschera era quella giusta.
Tempo per l'uomo di ricomporsi, si alzò e distintamente saluto i presenti.
- Salve fratelli.
- Salve dottor Richardson. La stavamo aspettando con impazienza.
- Non preoccupatevi fratelli, procede tutto come previsto.
Detto questo, si precipitò con lentezza verso il palchetto. Portava con sé una piccola valigetta di cuoio nero, molto elegante ma evidentemente logora.
Henry lo seguì agitato.
- Dottore, volevo renderle noti i risultati della mia ultima ricerca.
- Grazie fratello, il tuo apporto è a dir poco prezioso. Senza i tuoi servigi, la nostra opera sarebbe impossibile.
Henry annuì soddisfatto.
Il dottor Richardson prese le sue carte e cominciarono a discutere talvolta con rigore, talvolta animatamente. Alla fine sembrava fossero giunti ad una felice conclusione in accordo.
- Bene, allora non ci resta che aspettare.

Passarono molte ore, e la porta cominciò ad aprirsi sempre più frequentemente. Le mani di Enrico cominciarono a sanguinare quando la sala si era riempita solo per metà. Non tutti erano avvezzi a quella pratica, e alcuni si fecero prendere dal panico, affaticando molto il compito degli addetti. Uno di questi portò sotto braccio un cestino coperto da una tela a quadri. Tutti i presenti gli si avvicinarono, prendendo qualcosa dal cesto. Tutti tranne Henry, Daniel, ed il dottor Richardson. Henry si avvicinò furtivamente: sembravano funghi, ma molto lunghi e sottili. Motivo in più per star lontano da quel tipo.
Henry non era stato iniziato alla cerchia dei decisori, ma poteva comprendere molto nettamente sia le ragioni simboliche sia quelle strettamente pratiche della procedura. La grande luminosità forniva una grande potenza simbolica al messaggio che si apprestavano a fornire a quella gente; d'altra parte, la luce rendeva i corpi e gli spiriti più potenti ed allo stesso tempo malleabili, e la maschera lasciava in un comodo anonimato reciproco tutti gli astanti.
Sul palchetto si avvicendavano Daniel con il tizio che era entrato con il cesto; sembrava molto conosciuto dal dottor Richardson. Si poteva ipotizzare che si stessero tenendo aggiornati riguardo qualcosa, forse il numero dei presenti.
Per qualche minuto non entrò nessuno, il tipo sussurrò qualcosa al dottor Richardson, poi si ritirò.
Il dottore si alzò in piedi. Ben presto tutti i posti furono occupati. Henry scelse un posto a sinistra, non troppo lontano dal palchetto. Quando tutto fu pronto, il dottor Richardson fece per schiarirsi la voce:
- Fratelli. Sappiamo tutti perché siamo qui. Qui, oggi, tutti insieme, decidiamo di riappropriarci della nostra storia. Io sono solo un funzionario, un umile magistrato, un semplice notaio della nostra volontà. Vi ringrazio fratelli, vi ringrazio per la vostra forza, per la vostra fiducia, per la vostra tenacia. Non è facile per nessuno vivere in clandestinità, rischiare per qualcosa che non è una certezza. In questi anni ci siamo tenuti in stretto contatto per fare quanto meglio possibile, e credo che siamo riusciti a fare molto più di quanto avessimo sperato. Mi sento profondamente debitore ad uno di voi che ha lavorato molto, e che ora esporrà le sue tesi per mia bocca. La ringraziamo profondamente professor Defoe.
Henry annuì sorridendo ma contraendosi in un'ostentata umiltà.
- Sappiamo, fratelli, che un tempo, non troppo lontano, la nostra Terra era un pianeta fertile e rigoglioso. Nelle verdi pianure cresceva vegetazione di ogni sorta, coltivata dai nostri padri per il sostentamento delle famiglie, ma anche ammirata dagli occhi di ogni uomo che si soffermava ad apprezzare i colori e la vitalità della natura. Animali di tutte le forme, grandezze, colori, estensioni; pacifici, ruminanti, pigri, scattanti, infidi, mastodontici, industriosi, feroci. La nostra Terra, fratelli, un tempo era la culla della vita.
Il discorso continuò per molto tempo, ma Henry distolse l'attenzione ben presto, essendo ormai poco sensibile a retoriche di quel genere. In un momento il dottore si infiammò:
- Fratelli! Io vi dico che tutto ciò è stato distrutto dal sistema, da Loro! Fratelli! Ci hanno strappato secoli di storia dalla memoria, ma non sono riusciti ad oscurare tutto! Fratelli!  Sono stati Loro a distruggere il pianeta!
Il vociare in platea crebbe a dismisura. C'era chi non credeva, chi cercava di capire, chi chiedeva al vicino, chi aveva già compreso tutto da molto, molto tempo.
- Fratelli! La coltre di fumo e polvere che copre le nostre città e intristisce i nostri sogni, non è il prodotto di un vulcano, di un meteorite, o di tutte le idiozie di cui ci hanno nutriti da quando eravamo in fasce! Fratelli! Quelli non sono che i fumi di gigantesche macchine a combustione di cui Loro tappezzarono la Terra! Produssero armi, produssero merci, produssero altre macchine!
Il trambusto cominciò a farsi preoccupante. Qualcuno si alzò in piedi in preda alla frenesia di urlare qualcosa, o magari già era pronto ad imbracciare le armi. Molti però rimasero freddi, o forse paralizzati, ad ascoltare le parole del dottor Richardson.
- Fratelli. Ciò che ora è per noi prezioso come l'oro e più, una volta era abbondante come la terra e il vento. Loro avevano una possibilità per tornare indietro, ma non la colsero allora, e ci hanno condannato oggi a spegnerci, piano piano, con le nostre ridotte capacità energetiche e produttive.
Fratelli! Noi dobbiamo riprenderci la nostra storia! Dobbiamo riprenderci la nostra energia ed il nostro futuro! Fratelli! Dobbiamo riprenderci, il Sole!
Le ultime due sillabe esplosero in un urlo che scosse l'anima di ognuno dei presenti. Non fecero in tempo ad ammortizzare le vibrazioni, che il dottor Richardson tirò via la tela da proiettore.
Sul muro, un'enorme svastica, dorata, massiccia, inscritta in un pentagono dal fondo blu notte e dai contorni rosso fuoco, si impose all'attenzione di tutti. Ogni suono fu attutito. Ogni voce fu assopita.
Henry la guardò con estatica passione. L'aveva scoperta in degli antichissimi manoscritti. Colei era il Sole, era la Grandezza, era il Valore. Tutto tendeva a Lei come tendeva al Sole. Emanava potere e coraggio, calore e fermezza. Era la mediatrice perfetta tra l'uomo e la Verità. La distanza che separa le due estremità non contigue della svastica è uguale al prodotto del braccio centrale per la radice di due. Esattamente come la diagonale di un quadrato, al quale la sfericità del Corpo Splendente è ontologicamente irriducibile, ostacolata dall'impalpabilità trascendente del pi greco.
Il dottor Richardson continuò a inoculare parole di saggezza e sapienza alla folla, ma Henry era ormai perso nelle sue personalissime riflessioni. Si ridestò quando sentì il dottore dire:
- Ora, fratelli, è giunto il tempo del riscatto. Uniamoci oggi nella Sacra Confraternita della Svastica. Uniamoci oggi lavorando tutti per lo stesso scopo, guardando nella stessa direzione.
Così dicendo, si rivolse alla svastica, dando le spalle al pubblico.
- Facciamolo, tutti insieme fratelli, spogliamoci del fardello della nostra triste epoca, e fissiamo con coraggio il destino.
Afferrò con una mano la maschera. Era chiarissimo. Tutti lo seguirono. Henry fu un attimo titubante, ma quando tutti si prestarono senza tentennamenti, si preparò.
- Fratelli! Ora!
Luce.



Nubi. Scosse. Fumi.
- Signor Defoe, non si preoccupi, ora è in buone mani.
Era un po' tutto sottosopra, l'arredamento era sottosopra. Anche la disposizione. Anche l'ambiente. Ci volle un po', ma capì di non essere in quel magazzino.
- Signor Defoe, non si faccia pregare, stiamo tutti aspettando lei.
Un uomo dal volto affilato, magro, con gli occhi sporgenti e mobilissimi. Il suo pallore mal si intonava con l'ambiente circostante. Il sorriso serrato accompagnato solo dallo sforzo delle sopracciglia non plasmava un aspetto rassicurante.
Tutto intorno c'erano molte persone: la platea, un piccolo palchetto, ma del tutto diversi dall'ambiente in cui ricordava di essere entrato. Ora era sul palchetto, ma relegato sulla sinistra, sistemato perpendicolarmente alla linea naturale degli altri presenti.
La testa si volgeva qua e là, tentando di aggrapparsi ad una certezza visiva. La mandibola stava lentamente indebolendo la morsa, lasciando Henry in un'espressione inebetita.
L'uomo spigoloso si sciolse in una forzata smorfia di compassione, dileggiando l'interlocutore:
- Signor Defoe...Siamo tutti amici...Le vogliamo bene. Ma ora deve dirci la verità.
- La verità?
L'uomo gli voltò le spalle e si indirizzò verso il centro dell'aula.
- Signori, come potete ben vedere, i precetti della setta ottundono la mente e preparano gli adepti al silenzio. Ma noi sappiamo, signori, sappiamo, signor Defoe, non c'è più nulla da nascondere. Le stiamo solo offrendo una benevola possibilità di riscattarsi.
- Ma lei chi è?
Un breve ghigno si nascose nelle pieghe del viso ossuto.
- Signor Defoe, lei è accusato di aver cospirato contro lo Stato, di aver preso parte a riunioni segrete per destabilizzare la nostra società, di essersi introdotto in un culto blasfemo e demoniaco per spargere il male nel mondo.
- Cosa??
- Si tranquillizzi signor Defoe, le diamo cinque minuti per discolparsi.
Si guardò intorno. Niente vie di fuga. Si alzò di scatto, ma uno strano tizio in uniforme dietro di lui, lo rimise a sedere senza troppi complimenti.
L'accusatore mostrò i suoi denti bianchi e aguzzi accennando un gesto che in altri uomini denota simpatia.
- C-cosa? Ma io...Io non ho fatto nulla. Io sono uno studioso. Mi hanno commissionato una ricerca, ed io l'ho fatto. Mi sono trovato in quella situazione...
- Lei conosce il signor Waley vero?
- Chi?
- Daniel Waley.
- Sì...
- Siete amici d'infanzia, e da tempo l'ha iniziata al culto.
- Daniel...
L'uomo inclinò la testa da una parte e guardò Henry di striscio.
- Tre  minuti signor Defoe. Non sta utilizzando bene il suo tempo.
- Io...Se io sono colpevole di qualcosa, allora è di aver cercato la verità, quella verità che ci è occultata dal governo. Se un crimine ho commesso, è contro l'asservimento, contro il silenzio.
- Lei adorava il demonio signor Defoe. Nel luogo dove stava assistendo al rituale, sul pavimento era cosparso zolfo in grandi quantità. Lo zolfo richiama simbolicamente gli inferi, signori.
- Non è vero!
- Due minuti, signor Defoe.
E cominciò a sventolare una bustina trasparente davanti ai suoi occhi, contenente una polverina gialla.
- L'abbiamo trovato sulle sue scarpe.
- E' un complotto!
L'omino sogghignò di nuovo.

- Lei è sicuro, signor Defoe, che sul pavimento non ci fosse nessuna polverina dal colore giallo. Ci sembra evidente che non sarebbe stato molto facile vedere bene il pavimento. Un minuto.
Ricordò la luce accecante. Capì che non c'era più nulla da fare.
- Che sia giudicato insieme ai suoi confratelli della svastica!
Era la fine.

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venerdì, 06 marzo 2009, 22:15

L'ospitalità di Andrea si era ridotta dello stesso ordine di grandezza della sua statura a riposo. La sinuosa linea che accompagna la colonna vertebrale si stava progressivamente contorcendo come un gambo di un girasole nella metropolitana.

Erano passati ormai due anni da quando si era impegnato nelle in profonde ricerche sugli insetti delle foreste della Nuova Guinea. I suoi coinquilini e quei pochi amici che di tanto in tanto andavano a trovarlo, coscienti della sua maniacale profusione di risorse nel suo lavoro, tentavano di distrarlo, ma con scarsi risultati. Ad ogni loro tentativo di abbozzare un discorso qualsiasi, rispondeva sempre allo stesso modo. Anche se tiravano in ballo gli argomenti più disparati, nella sua tesi ne trattava un aspetto o un particolare. E' facile capire quanto non fosse per niente chiaro che diavolo di lavoro stesse buttando giù. Nessuno era riuscito a stare dietro ai suoi monologhi intricati e deliranti, ma la sensazione è che non sarebbe bastato neanche un entomologo. Ormai non frequentava più l'università da un anno, "roba per post-liceali ancora cogli ormoni ingarbugliati!".

Solo dalla sua stanza si poteva accedere al piccolo balcone, che dava su di un palazzo di sei piani, risalente al primo dopoguerra, ma quasi del tutto abbandonato. Molte delle finestre erano murate, e qualcuno dai piani superiori del palazzo di Andrea si era divertito a lanciargli uova e proiettili di vernice. Andrea passava molto tempo lì, sperando di carpire il segreto che celava un immobile abbandonato nel centro città. Inclinando un poco la testa verso sinistra si scorgeva il Piazzale delle Rose, da una strana angolatura che non permetteva ai passanti di accorgersi di un osservatore da quel balcone. Non era un problema, visto che lo sforzo necessario per guardare era sopportabile per 4-5 secondi, non di più. Fu da lì che osservò la manifestazione: non aveva mai visto un sommovimento di quella grandezza, e, dopo tanti anni passati nell'ambiente universitario, quando finalmente la Storia ha chiamato una generazione a raccolta, lui si era fatto trovare in bagno.


Il giorno dopo la manifestazione, poco dopo l'ora di pranzo, il campanello trillò per un paio di interminabili secondi nella testa di Andrea, che era in casa da solo. Il trillo non si arrendeva. Andrea neppure. Ma il trillo insisteva. Avrebbe voluto smontarlo a martellate. Mal sopportava tutto ciò che disturbava la quiete casaligna, come il telefono. Ma il campanello in particolare. Una delle invenzioni più cretine che l'uomo abbia mai partorito: non poteva nemmeno sapere chi fosse dall'altra parte della porta! Se l'altro avesse dovuto bussare urlando un "C'è qualcuno?" almeno qualcosa se ne poteva cavare. Sesso, età, provenienza, opinione politiche, numero di zampe. Così proprio no.

Aprì senza chiedere.

Un distinto omino in giacca e cravatta si materializzò agli occhi di Andrea, completo di mocassini neri, pantaloni antracite e cinta in pelle nera serrata da una fibbia recante le iniziali P.C.

Sbarbato a dovere, capello corto pettinato con un grumo di gel e occhi gelatinosi dal colore acqueo. Il mento sfuggente dava quel tocco di insignificanza in più al bambolotto.

Il sorriso inutile dell'omino irritò Andrea:

- E tu chi cazzo sei?

- Amico! Sono felice che il Signore mi abbia permesso di incontrare anche oggi un mio fratello. Salve, sono Gregory.

Tese la mano. A vuoto.

- Che cazzo di nome è Gregory?

Ritirò la mano in un lampo. Fece un impercettibile salto sul posto.

- Sono venuto per illuminare la mia e la tua giornata con un messaggio di speranza, di bontà, di felicità, di serenità.

- Ne prendo due, basta che ti levi dalle palle.

- Fratello, se mi lasci umilmente accomodare nella tua dimora, il mio cuore si aprirà per accogliere ogni tua preoccupazione, e lasceremo che l'immensa misericordia del Signore perdoni entrambi per la preghiera che rivolgeremo al Signore perché ci dispensi un po' del Suo amore che non meritiamo.

Andrea inarcò le sopracciglia e osservò lo strano soggetto con sufficienza e curiosità.

- Sei mai stato in Nuova Guinea?

L'omino con un guizzo si precipitò nel corridoio dell'appartamento, prodigandosi subito in elogi sull'arredamento dal dubbio gusto pasoliniano. Accarezzò il gufo imbalsamato poggiato sul mobile e si sistemò il sorriso allo specchio romboidale appeso poco sopra. Era di pessima fattura: la cornice di stucco dorato aveva degli strani segni al vertice destro sulla diagonale minore, segni di denti, ma più piccoli, come fosse stato rosicchiato.

L'omino si volse verso Andrea e sorrise di nuovo.

- Roditori?

- No, mi occupo di insetti.

Un sottile curvatura attraversò i muscoli della fronte dell'omino. Tralasciò.

- Allora fratello, dove ti senti più a tuo agio? Per me una stanza vale l'altra, perché il Signore è ovunque.

- Ma voi strani tizi non dovreste portare sempre una ventiquattrore?

L'omino strinse la mano destra stesa lungo il fianco. Spostò lo sguardo verso l'alto e ruotò i globi. Tornò a fissare Andrea più sorridente che mai.

- Va bene qui allora.

E si sedette sulla sedia ripiegabile in plastica bianca in salone. Andrea prese il suo posto in poltrona e sembrò sprofondare senza appello verso gli inferi. La legge dell'impenetrabilità dei corpi rigidi salvò la sua anima ancora una volta, e le molle si incastrarono le une sulle altre stridendo.


Rimasero per qualche minuto in silenzio, l'omino sfregava le sue mani con lentezza ma senza posa; Andrea lasciava oscillare lo sguardo per cogliere qualcosa che cambiasse lo scenario imbarazzante. L'omino sorrise.

- Vuoi raccontarmi di te fratello?

- Sto facendo la tesi.

- Oh beh fantastico! Mi ricordo quando la feci io...era sull'estetica di San Tommaso d'Aquino.

- Sei frocio?

- No fratello, è filosofia.

- E io che ho detto?

- E tu su cosa la stai facendo?

- Insetti della Nuova Guinea, formiche in particolare.

- Chissà magari posso aiutarti!

- Ho detto formiche, non vermi.

L'omino sorrise.

- Parlami dei tuoi amici, della tua ragazza.

Un flash etereo colpì la memoria di Andrea. Erano ormai quattro anni che non la vedeva. Il giorno della laurea triennale, mentre discuteva la tesina con brandelli di frasi raccapezzate alla meno peggio, correva con lo sguardo tra i banchi e le sedie dell'aula. C'erano solo quelle facce cerose dei parenti materni, buoi al pascolo in una gioielleria. Le bibliche perle ai porci. C'era Antonio, l'amico d'infanzia che non aveva dovuto studiare perché il padre gli aveva lasciato il suo bar tabacchi, e si sentiva realizzato. Andrea per questo lo odiava con tutto se stesso, ma Antonio non se n'era mai accorto. Erica, quel cesso che non aveva ancora capito che lui sì studiava gli insetti, ma certo non ci usciva. Il figlio del fottuto padrone di casa che andava da Andrea a fare ripetizioni di chimica, gratis ovviamente. Il pagamento dell'affitto era sempre in ritardo di tre mesi minimo, e per potersi permettere la dilazione, si prestava a qualsiasi forma di sfruttamento. Un lunedì gli chiese di tagliargli i capelli: aveva una festa e doveva assolutamente sistemare la sua pettinatura alla moda. Andrea di nascosto mischiò un po' di insetticida nello shampoo, strofinò per bene, venne su una bella schiuma verdina e profumata, poi asciugò e spuntò i capelli a tapparella del giovin belloccio. Due settimane dopo il furbone fu costretto a rasarsi a zero: dai capelli non faceva che generarsi una specie di polverina bianco-giallastra che sembrava forfora, ma se toccata e portata agli occhi, beh, c'era da chiamare il medico.

Lo sguardo si inseriva in ogni possibile angolo, analizzava ogni viso almeno per due volte, persino quando era evidente che una folta barba ne avvolgeva la superficie. Lei non c'era.

Centodieci e lode. Tra gli schiamazzi irritanti della mandria e il tocco calcato in testa da chissà quale cafone che non distingueva una tradizione americana da una locale, accese il cellulare. Lei aveva lasciato un messaggio, un sms. Corse a nascondersi e lo lesse.

Era un addio, senza mezzi termini, ma con tante chiacchiere. Non ci si capiva molto: parlava di un viaggio, un momento di riflessione, una nuova avventura, i calzini sporchi sul pavimento. Ma si complimentava per la laurea. Anche senza di lei, diceva, sarebbe diventato qualcuno.

Dopo quattro anni insieme, tutto ciò che gli rimaneva di lei, era un sms e qualche fermaglio per capelli sul comodino accanto al letto.

Si presentò in facoltà per un mese quasi ogni giorno, ma di lei, nessuna traccia.

Un fiume in piena, una bottiglia di spumante agitata e stappata, un'eruzione di lava basaltica. Così doveva sembrare Andrea all'omino dal sorriso smagliante, quando una slavina di parole lo colse di sorpresa. Passarono i minuti, e poi le ore, senza che l'omino mutò posizione sulla scomodissima sediaccia da pic-nic; si accarezzava talvolta il mento, corrugava un istante la fronte, asciugava con le dita sudore che non secerneva.

Non obiettò, non fece domande, non si scandalizzò, non emise alcun suono. Andrea stava raccontando tutto, dal principio, o meglio: dal principio della fine.


Era passato un anno da quel giorno in cui Andrea incontrò il suo destino, e festeggiò la ricorrenza con Gregory e tutta la Grande Famiglia. Da un anno aveva scelto la Strada della Luce, e la sua vita non era più la stessa. Al diavolo la tesi, al diavolo la laurea, al diavolo le fughe di soppiatto quando era nei dintorni il padrone di casa. Ora aveva un ruolo che tutti ritenevano importante nella sua nuova famiglia.

La missione di Gregory per aprire il cuore agli afflitti, era ora anche la missione di Andrea.

Le persone lo ascoltavano, pendevano dalle labbra di un vero Redento; in un mondo dove l'unica svolta esistenziale è dall'illusione alla disillusione, se non, peggio, alla delusione, Andrea era la speranza, il punto interrogativo che si ripropone, che lascia echeggiare vita nel vuoto emotivo.

Era la seconda settimana di aprile, stavano facendo il giro nei pressi del quartiere nord-est, popolato da appartamenti lussuosi e gente perbene, quando si imbatterono in uno abitato da una coppia molto accogliente, e per gente come loro era pur sempre una rarità inaudita. Forse sembrerebbe meglio dire che fu la coppia ad imbattersi in Gregory e Andrea, ma si deve capire che la loro era una crociata che non conosceva confini politici o giuridici; il mondo era la casa del Signore, ed erano gli altri che vi entravano senza salutare il padrone di casa. Andrea era un soldato dell'Intelligenza Superiore, o forse solo un suo maggiordomo, ma gli altri erano tutti ospiti. Entrate nella Grande Famiglia. Sedetevi al tavolo con il Signore, e parlate d'Amore.

Furono accolti in un salotto arredato in tonalità crema; un divano a tre posti, uno a due posti ed una poltroncina circondavano un tavolo a tre piedi terminante con una lastra ovale in vetro. I piedi si accoccolarono sul tappeto dalle espressioni cromatiche tendenti al bianco ghiaccio. L'uomo era sulla cinquantina, brizzolato, giacca e cravatta anche in casa, come un uniforme, sguardo bonario e sorriso caldo ma impercettibile sotto i baffi. La consorte si presentava di almeno una decina d'anni più giovane, bruna, elegante, sicuramente colta ma non abbastanza da cogliere il cattivo gusto delle sue espressioni patetiche, quasi di compassione.

La conversazione era delle più fluide e piacevoli che i due missionari ebbero la fortuna di ingaggiare. La coppia non aveva figli, ma avrebbe voluto; il Signore li aveva privati di una gioia così grande che erano stati prossimi a perdere la fede. L'uomo raccontò che un giorno andò ad una mostra sulla vita nella foresta, e fu colpito da uno scenario a dir poco sorprendente: i curatori dell'esposizione decisero di far vedere agli spettatori quella parte di vita che si svolge lontano dai nostri occhi, in quel mondo sotto i nostri piedi che istintivamente crediamo compatto. Davanti ai suoi occhi si presentava un formicaio artificiale installato in una vetrina, attaccato alla lastra più lontana dalla parete; tutto intorno era coperto di terra. La cosa stupefacente era che il formicaio era in vetro, e la trasparenza rivelò al signor Riccardo quanta vita c'era il quella porzione di mondo che non rientra mai nei nostri calcoli. Centinaia e centinaia di esemplari di formiche esotiche si muovevano in modo frenetico, disegnando un apparente caos inestricabile, ma la cui essenza era l'ordine silente e implicito della Natura. In quel momento capì che Dio aveva destinato ad ognuno di noi un destino, al quale non si può sfuggire, anche se può capitare di sbandare un momento; così, loro, pensavano che il Signore avesse sprecato il loro amore non permettendogli la felicità di essere genitori, ma capirono che quell'apparente errore nascondeva una ragione superiore. Un lungo silenzio meditativo seguì la fine del racconto. Andrea lo ruppe.

- Quale?

- C-cosa?

- Quale ragione?

Il silenzio si fece truce. L'uomo impallidì e spalancò gli occhi, ingrossando il respiro. La signora cominciò a tamburellare le dita sulla gamba mordicchiandosi il labbro inferiore. Gregory sorrise.

Rapidamente si congedò alla coppia e trascinò Andrea via con sé. Quella sera la Grande Famiglia non fu contenta. Ma ad Andrea non importava. Quello che era importante ora, era trovare quel formicaio.

Per giorni, settimane, mesi, sfogliò ogni rivista, chiamò ogni museo, ogni sala esposizione, persino le gallerie d'arte, ma non trovò nulla. Giunse quindi alla decisione di farlo da sé.

Prese l'occorrente, salutò la sua Famiglia imbastendo una scusa ridicola: andava a fare un pellegrinaggio solitario. Tornò invece alla svelta nel suo vecchio appartamento. Ovviamente aveva continuato a pagare l'affitto, anche se tornava raramente lì. Tutto era come prima, ma i coinquilini erano cambiati. Non perse molto tempo con le presentazioni, e si chiuse nella sua camera-studio.


Il lavoro non era facile, e ancor meno facile era nascondersi a Gregory. Insistette a cercarlo in casa per un paio di settimane: l'ordine tassativo era rispondere "Andrea chi?". Finché uno dei coinquilini, che lavorava in un locale fino a notte fonda, fu svegliato alle 6 di domenica mattina dal campanello. Sempre lui. Stavolta non ebbe la forza mnemonica per resistere, e tradì Andrea, che dalla sua stanza si era reso conto di tutto. Non era però affatto sorpreso, perché conosceva la tenacia del suo ex-collega e salvatore.

Uscì dalla sua stanza e si sedette subito in poltrona, aspettando con stizza l'imminente sermone che non tardò ad arrivare. Il dorso delle mani di Andrea era costellato da luccicanti frammenti di vetro conficcati nella carne. Sottili rivoli di sangue essiccato si stendevano sulle dita come lacrime d'inchiostro ramato. Gregory le fissò. Scosse il capo.

- Non è così che troverai la tua strada. Non è col sangue che si aprono le porte del cuore.

Andrea storse la testa fissando negli occhi l'omino.

- Quelle del cuore no, ma, sai, di sangue ne serve invece, e tanto, per aprire le porte della vita. Per essere un filosofo sei una sega, fratello.

Gregory lo fissò attonito, mantenendo a fatica la sempreverde paresi labiale che gli lasciava scoperti i denti bianchissimi.

- Tu non saresti vita ma solo materia inerte se tua madre non avesse scopato con tuo padre. Fin qui ci sei?

Non rispose.

- Senti: tuo padre ci ha messo la chiave, e tua madre la serratura e così hanno aperto la porta della vita. Ti serve un disegnino? Ora: può darsi che tua madre fosse generosa già in tenera età o magari solo precocemente curiosa, quindi per essere realistici in luogo di tuo padre dovremmo mettere chissà chi, ma non è importante. Per aprire la porta, serve sempre sangue. Almeno un po'. La vita stessa nasce assetata di sangue.


Per la prima volta il sorriso di Gregory si eclissò coperto dalle labbra, serrate in uno sforzo che le rendeva pallide e violacee a tratti alterni. Le narici si dilatarono un istante, lo sguardo cadde al nadir della poltrona.

- Lo sapevo. La tua anima è ormai perduta, prigioniera della carne che la occlude, la opprime e ne soffoca il grido di libertà. Fratello, non ti rendi conto che le tue viscere ti stanno vincendo?

- Soprattutto verso l'ora di cena.

Gregory scosse il capo, poi si ridestò con gli occhi percorsi da una luce riflessa.

- Andiamo, ti mostrerò il ceppo al quale sacrificherai la tua salvezza.

Andrea sobbalzò lievemente in una risata isterica soffocata dalla curiosità.


Gregory non parlava mentre guidava. I marciapiedi scorrevano densi di anime sulla via della perdizione, o soltanto confuse dalla perversione del mondo che solcavano indifese.

Accostò in una via in periferia, poco dietro ai secchioni dell'immondizia. Da uno di questi fuoriusciva un mostro in plastica e metallo coperto di una rada peluria ferrosa.

- Devo dire che di tutte le cose idiote che ho pensato della mia vita, che mi fossi dannato l'anima per una lavatrice arrugginita è veramente la realtà che supera la fantasia.

- Civico 36, interno 9, terzo piano. Scendi.

- Che?

- Scendi, non assisterò alla tua fine. Non ce la faccio fratello.

- No misà che qui sono io che sto assistendo alla tua. Ti serve un dottore.

- Scendi!!

Andrea si catapultò fuori in un baleno. Assurdo. Gregory aveva urlato. E ora se ne stava scappando a tutta velocità con lo sportello aperto.

Si guardò intorno. Non conoscenza la zona, ci era passato solo qualche volta mentre si perdeva tra i meandri stradali della città. Stava facendo buio e non aveva neanche un giacchetto. Si strinse nelle spalle e cacciò le mani nelle tasche. A questo punto, non poteva che cercare questo benedetto civico 36, così gli sembrò di ricordare.

Fece solo qualche passo: il cancello era aperto. La cassetta postale dell'interno 9 era senza nome.

Chiamò l'ascensore, ma la luce non si accese, il che fece pensare che avrebbe aspettato molto prima di vederlo arrivare. Salì le scale lentamente. Ma che diavolo stava facendo? Si trovò davanti la porta, senza nome sul campanello. Suonò.

La porta si aprì.

- Salve fratello.

- Ma...Sara?

- Andrea...

- Ma che diavolo significa tutto questo? Che fai qui? E che significa "fratello"?

- Mi avevano detto che sarebbe arrivato il mio primo fratello.

- No cazzo, io sono il tuo primo ragazzo. Fanculo la rima.

- Sei sempre lo stesso.

- Tu...tu no...ma che hai fatto? Sembri...più grande. Saranno passati cinque anni, e invece...

- E invece?

Sembrava avesse quarant'anni. Incomprensibile.

- E invece...

- Entra ora dai...

Andrea si voltò, e scese le scale lentamente. Era brutta.

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Milva manda affanculo ad una certa età. Non cadiamo nella sua trappola dell'odio, vogliamoci bene utilizzando quello che la natura ci offre. Più sapone per tutti, non sprechiamo l'olio andato a male, qualcuno, specie in stazione, ha bisogno di una saponetta.
Il nodo della questione (tricotica)
I problemi veri iniziano quando sei convinto di starti muovendo nel giusto, e tutto va a puttane. I passanti si domandano dove tu stia andando, anche se non sei vestito in modo da attirare l'attenzione. L'odore più selvatico, quello del sudore decomposto. Saluta tutti quanti, non dimenticare nessuno. E' necessario, è necessario, è doveroso. Anche Alberto Angela me lo faceva spesso presente ai bei tempi.
La sfida non finisce mai
Mille altre sfide seguiranno questa. Occorre che i giovani si impegnino in queste imprese, oltre che al recupero della Corsica, anche attraverso una banda armata di matrice piratesca.