Utente: zagabria
Nome: Antonio Zagabria
Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.

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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
martedì, 24 marzo 2009, 23:04

“Ricordo ancora tempi migliori, in cui tutta la terra era nostra, prima di essere confinati qui, ricordo perchè mi è stato raccontato, e per questa stessa ragione cerco di lasciare un ricordo, perchè qualcuno che non sarò io si ricordi di noi, di come è stato, di quello che eravamo... prima la terra era nostra, poi ci siamo trovati in una terra chiusa da un confine invisibile che delimita invalicabilmente ciò che è nostro da ciò che non lo è. Non l'abbiamo deciso noi, è solamente successo. Nulla di quello che avremmo potuto dire avrebbe cambiato le cose... a volte semplicemente le parole non bastano.”




E' mattina presto, a casa Kauffman, una brezza di scirocco sposta le due bandiere sulla veranda che dà sul mare, quella americana e quella nazista, un nuovo sogno ed un vecchio modello. La svastica, il simbolo del sole... un buon simbolo per l'America... la luce che guida il mondo.

Dentro casa, oltre la veranda, Einrich Kauffman, ministro del dipartimento energia e industria, osserva con aria stolida un piatto di uova e bacon, mentre riflette sulla giornata di ieri. Approvato un nuovo decreto per evitare di sottostare alle leggi di Kyoto. Ovviamente tutti favorevoli... troppi soldi da reinvestire, per guadagnare la sopravvivenza dopo la nostra morte. Non ne vale la pena agli occhi di nessuno dei vecchi cinici del consiglio... lui però ha un figlio, vede un futuro davanti a lui, o almeno spera. Vota come gli altri, l'anima venduta ormai molti anni addietro per una poltrona e una cifra spropositata di dollari. Purtroppo ciò non gli impedisce di pensare... Esce dalla veranda. Guarda la bandiera americana e l'altra... comincia a domandarsi se non sia la maledizione dei grandi quella di perdersi nei dettagli... la fame di possesso che guida un popolo ad eccellere prima o poi deve portare ad esaurire le sue opzioni... ma non si può arrestare il processo una volta iniziato.Si dirige verso il sentiero che dà sulla spiaggia, in cerca di ristoro il mare osserva e basta, non giudica... al mare non importa di nulla.




"Una striscia di terra... tutto è cominciato per questo un confine di cristallo che ci separava dal male, ormai crollato, aprendo le porte al conflitto, speravamo che la civiltà che avevamo costruito ci avrebbe protetto, speravamo che tutto sarebbe tornato come prima.

Posso solo dire a postumi che non siamo la società guerriera che speravamo di essere, ognuno di noi convinto che la santità della nostra causa, la difesa di ciò che ci ha dato natali e tutto il resto."

Stronzate, solo ora me ne rendo conto.”



Kauffman si avvia verso il bagnasciuga, verso la sottile striscia di sabbia che dà sul mare, a fianco a casa sua nel tentativo di riprendersi dallo sconforto, e lì per qualche momento riacquista controllo di se. L'aria tersa riesce per qualche istante a rinfrancarlo, ma un refolo di scirocco porta alle sue narici un odore dolciastro e marino, putrido... arenato dietro una duna c'è un piccolo corpo, lasciato lì dalle onde, una piccola balena, morta da qualche giorno, un altro infante senza futuro... come tanti altri. Portandosi le mani alle tempie per massaggiarle cerca di scacciare dalla mente il sussurro del vento, che come lo spettro dei morti futuri guardandolo con odio gli sibila "tu l'hai fatto...". Ridendo amaramente l'uomo si domanda cosa direbbero i suoi vicini se sapessero che conversa con lo spettro di una balena. Si allontana dall'ennesimo presagio di morte e si avvia verso un bar che dà sulla strada.. almeno un caffè per tirarsi su.




"Prima i primi lavori per tentare di rendere il confine più stabile, mentre centimetro dopo centimetro la terra veniva risucchiata dai nostri confini, sempre meno cibo, come se dio si stesse dimenticando di noi, sempre più povertà.

Guardo i miei figli affamati e non so come rispondere alle loro mute richieste, nulla sembra aver senso, colei che amo ridotta allo stremo dalla fame, il ventre gonfio, per il parto ormai prossimo e la pelle tesa come mai prima, ricordo come sembrava bella un tempo, ora è diventata una macabra rappresentazione della nostra terra, il corpo scavato dalla fame ed invecchiato, la pelle opaca e quasi trasparente di una vecchia sui lineamenti che ancora ricordo. La amo ancora come una volta, ma il suo è il volto di una sconfitta che tra poco incomberà su di noi. E' ancora giovane ma sembra già vecchia, eppure non è passato nemmeno un anno dal disastro, da quando il nostro mondo ha cominciato a sfuggirci dalle mani. Siamo tutti invecchiati precocemente, almeno così penso... la fatica di cercare di esistere credo."




La porta del bar cigola aprendo un panorama vuoto e desolato, decine di tavoli che avrebbero dovuto accogliere torme di turisti e viaggiatori sono vuoti. Tutto per la nuova autostrada. Avrebbe dovuto essere costruita almeno cinque anni fa, ma dopo essere arrivato al senato Kauffman aveva mandato all'aria il progetto. Non portava voti, e poi... l'autostrada così vicina alla sua villa ?

Non era il caso. Un altro piccolo universo distrutto da un decreto. Solo il lieve ticchettio di una macchina da scrivere proviene dal lato del locale. Uno dei tanti scrittoruncoli cerca l'ispirazione in una tazza di caffè, macchie di zucchero a velo sulla camicia a righe mostrano che ha già mangiato. Uno dei tanti scrittori senza futuro. Senza futuro come tutti ormai. Dietro al bancone una cameriera osserva il mondo con occhi defunti attendendo che giunga qualcosa a cambiare il suo destino.




"Non sono mai stato un guerriero... qualcuno mi definirebbe un filosofo. Pensare a come portare ai miei figli un futuro migliore era il mio pensiero primario, cercare di sviluppare la società... quasi sempre qualcun altro lavorava per me... anche ora sono fortunato. Ci sono ricchi anche tra i poveri, più fortunati tra gli sfortunati... io mi considero fortunato ma la mia fortuna è la mia maledizione... me ne rendo conto ora, perchè sono sopravvissuto a molti degli altri, li ho visti finire... quanto meno è mia responsabilità cercare di ricordarli. Quasi non riesco a capire... dico quasi... non poteva continuare per sempre... prima o poi le risorse dovevano finire.

Come se un dio crudele si fosse stancato di darci quel minimo necessario alla sopravvivenza, la manna che una volta benediceva le nostre tavole. Ora viviamo di stenti, a un passo dalla carestia, attendendo l'arrivo dell'inevitabile.”




Sull'altro lato della casa già dal primo mattino Eva, la moglie di Kauffman bada ai fiori del loro giardino. Un giardino nella sabbia, nonostante quello che dicono quegli sciocchi liberal. Si può fare. Piace tanto a quel nuovo presidente quindi sente di poterlo usare anche lei. Sparge nella terra fresca polvere di zolfo e magnesio da un sacchetto posato a terra, un residuo di odore di uova marce si sparge nell'aria, ma bisogna fertilizzare bene... la zona vicino alla spiaggia è un po' carente di risorse nutritive e gli ibis sono così fragili...Le verdure vecchie sepolte nella terra per dare un po' di sostentamento alle piante... tanto ci sono sempre molti avanzi a tavola e il piccolo non mangia mai le verdure bollite...




“Poi la guerra è arrivata, com'era arrivata la fame. All'improvviso. Ci piove addossò l'inferno, e noi non possiamo fare nulla per difenderci, ma dobbiamo provare, nello spasmodico tentativo di non morire, per lasciare un futuro ai nostri figli. Non comprendiamo nemmeno che si tratta di un nemico... all'inizio l'improprio occupante sembra soltanto un ospite un po' indiscreto... sembra voglia convivere, pelle scura con pelle chiara... sembra non ci siano problemi. Finchè non cominciano a morire... i tetti delle case esplodono e migliaia di civili muoiono senza nemmeno capire cosa sia stato. Sospettiamo che i pochi che hanno provocato i nostri ospiti abbiano causato la nascita del conflitto... ma loro sono morti... e il nemico continua a colpire... dunque forse non c'è un vero motivo... forse non c'era modo di evitarlo... loro volevano quello che era nostro, ed in qualche modo ce l'avrebbero tolto. "




Kauffman beve un caffè nero seduto al bancone... i tavoli sono sporchi per incuria, o forse per la plastica a buon mercato che li costituisce in gran parte. Totalmente non riciclabile, venefica come il cianuro una volta dispersa e con la curiosa tendenza a trasformarsi in una poltiglia molliccia una volta invecchiata. Come molte parti del sogno americano anche la plastica è cominciata come una benedizione dal celo e si è trasformata in un cancro. Come John Wayne e i suoi western... un simbolo dell'America, uno dei suoi eroi. Morto di cancro per i test nucleari in Texas. Per Kauffman la svastica è quello. Un simbolo della ricerca della purezza. Della purezza americana. Ogni eroe dell'Americanità si aspetta di poter morire per il suo paese. Da buon bianco cristiano. Ma condannare il mondo intero per questo sogno ? Per qualche dollaro in più... un altro titolo di western per quello che ricorda. Per il sogno americano quello che dice un western non può essere sbagliato... un uomo e la sua pistola... una volta era così semplice.




“I nostri soldati sono valorosi, sono motivati... sono stupidi.

Centinaia di morti solo nel primo periodo... una guerra inutile, una guerra da combattere per il nostro onore... l'unica cosa rimasta.

Abbiamo dalla nostra quello solo le armi che dio ci ha dato, e siamo qui per difenderci da un nemico che ci è superiore come un gigante. I più stupidi credono di poter vincere, e caricano con la sicurezza dei fanatici. I più furbi sanno che cadremo tutti e quindi tanto vale morire combattendo... il tempo della speranza è finito, ora resta spazio solo per i folli e per gli zeloti.”




Stanco delle riflessioni torna verso casa, a piedi per una volta... come a dare a se stesso modo di credere di stare facendo qualcosa per migliorare le cose. Senza salutare la moglie in giardino, con fare assorto si dirige in studio e accende la TV per vedere quali delle menzogne che lui e i suoi compari hanno deciso sta raccontando il telegiornale. Un nero alla casa bianca... Sospira. Un tempo non sarebbe successo.... un tempo la gente credeva nel sogno americano. E i negri non ne facevano parte com'era giusto che fosse... neri ed ebrei... come diceva lui. Gli ebrei con le loro banche avevano mandato a puttane l'America ed ora la gente si aspettava di risolvere tutto con un negro? La gente è stupida. E' anche vero che se non lo fosse però nemmeno le sue bugie avrebbero funzionato. Alza il volume della TV che con le voci di una guerra distante cerca di distrarre il popolo disattento dai suoi problemi, dalle azioni di chi lo comanda e non si fa vedere sullo schermo... dalle lobby che si nascondono dietro tutto... Riscaldamento globale? Basta un reality a cancellare per mesi il ricordo del problema.... Dopo tutto sono solo voci... e non accadrà oggi... almeno così dice la TV... Kauffman sa che non è vero... lui conosce gli indizi... e sa che non toccherà alla sua generazione pagare per il disastro... si domanda se valga la pena parlarne con qualcuno della stampa per divulgare la notizia... l'idea è stupida e idealista... ma per un po' non riesce a togliersela di testa.

No... non funzionerebbe... non funziona mai. La gente dimentica comunque e quelli che parlano muoiono... come per le sigarette... la gente ora sa... la gente continua a fumare... la gente muore... la gente dimentica, o più semplicemente non gliene frega niente.




“Arriviamo alle porte dell'inferno, dove la battaglia infuria più feroce,i cardini ormai infranti, nulla a difenderci veramente dal nostro nemico, solo i nostri corpi e le nostre anime, la nostra volontà di non cedere. Vedo un mio commilitone riverso, lacrime di sangue cadono dove il suo corpo si è conficcato nel portone, incastrando ancora per un po' la porta, come una serratura di carne, a proteggerci... forse per qualche minuto le armi nemiche non arriveranno ai nostri bambini. Le porte dei nostri confini si erano chiuse grazie al sangue versato dei nostri uomini... Ora il nemico spera di riaprirle con la stessa moneta... E' sempre stato così... il sangue di un popolo versato per aprire confini a un altro... Spazio vitale... qualcuno avrà spiegato così questo genere di cose... ma in realtà non importa realmente... è che siamo diversi noi e loro, quindi la cosa non poteva continuare."




Sono le sei di sera, a casa Kauffman, al piano di sopra William, otto anni, sta facendo il suo primo incontro con i numeri irrazionali, nel calcolo dell'area del cerchio. Sente da subito un odio viscerale verso quella lettera greca che oggi gli rende la vita impossibile. Sa come sfogarsi però, un sorriso maligno indica che tra poco i compiti per la serata saranno dimenticati. D'altra parte sono così i bambini... non sanno tenere la concentrazione. Comincia a giocare con il suo passatempo preferito da un po' di tempo... per quello che durerà... sa che mamma non gli permetterà di giocarci ancora a lungo quindi si sbizzarrisce come può.



"Poi la vedo... i bastoni non sono bastati a distruggerci ed ora usano la più terribile delle armi.

La forza del sole in un raggio di morte. Offusca il celo con la sua bellezza ed esplode in un inferno di fuoco.

Muoiono a migliaia.

Sono rimasto solo ora, tra le macerie di quello che fino a poco fa chiamavo casa.

Non si può combattere contro un dio."



Emma Kauffman estrae un altro porcino dalla cesta posata sul tavolo della cucina e comincia ad affettarlo per l'insalata della sera. Tempo dieci minuti ed anche quell'incombenza è fatta. La cena è quasi pronta e la pentola dello stufato borbotta allegramente spargendo nell'aria un odore delizioso. - A tavola tutti- dice con voce stridula. Suo marito è nello studio a pensare ma ha sentito... lei sa che ha sentito. E' così nervoso ultimamente... deve essere per le elezioni... gli altri hanno vinto ed ora continueranno con le loro falsità e le loro storie a imbonire gli americani... Sospira... lascia che sia suo marito a occuparsi delle questioni politiche... però col bambino la storia è diversa William è così disattento... dovrebbe applicarsi di più per studiare... starà facendo i compiti...




“La luce indugia ancora un po' nell'aria... è quasi il crepuscolo mentre osservo la devastazione... mi manca l'acqua ed ho fame... un groppo di bile mi blocca lo stomaco e l'odore acido di morte mi attanaglia le narici... quell'odore che ormai da tempo ci circonda... ora sublimato nel fuoco... sento un odore strano nell'aria, lasciato dall'esplosione di fuoco, un odore pulito di fuoco... come se anche l'odore di quello che eravamo stesse lentamente sparendo... come se volessero cancellare il nostro ricordo... un corpo accanto a me ha la gamba recisa, ma non sanguina... mi sorprendo a domandarmi perchè... come se avesse importanza”



Sale le scale verso la stanzetta del figlio, e vede che come al solito invece di fare i compiti giocherella. Si avvicina sorridendo comprensiva, poi aggrotta la fronte -William smettila di giocare con quel formicaio e buttalo via come ti avevo detto... non vedi che perde ?-.

Il figlio sposta la lente dalla parete di vetro del formicaio, e fa il muso. Poi obbedisce e si avvia verso il bagno... sa che sua madre fa passare poco spazio tra parole e fatti e ricorda che gli ha promesso una sberla se non buttava il formicaio.

Alza la tavoletta del water e appoggia il formicaio. Apre il coperchio di plastica nera e volta verso lo scarico il formicaio, precipitando la sabbia nell'acqua.


"Il celo si apre dal nero plumbeo che lo copriva a mostrare un bianco splendente... il mondo intero si capovolge, collassando su se stesso. Vedo un tunnel bianco e vorticante, pieno di acque chiare e pulite, calde... mi si avvicinano gli spruzzi che scacciano la polvere che riempie i miei polmoni. Un ultimo scherzo della mente, un ultimo miraggio.

Le acque mi inghiottono e finalmente raggiungo gli altri... la morte... la pace forse."

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sabato, 07 marzo 2009, 23:03
Arjun si era appena seduto. Abhida stava riempendo una brocca d'acqua. "Come va con tuo fratello?" gli domandò senza voltarsi. Arjun scherzò - "Che domande sono? Lo conosco da quando è nato, mica da ieri". Voleva evitare di affrontare l'argomento. Trovava che i cinque anni di reclusione in accademia avessero fatto male a Julius; adesso era altezzoso e distaccato.

Abhida sembrò intuire quello che stava pensando. "Per favore, sii comprensivo con lui. La guardia imperiale è la nostra tradizione più importante, è normale che lui sia orgoglioso di farne parte." Arjun si scandalizzò. "Come puoi prendere proprio tu le difese di Julius? E' il tuo ragazzo e non è ancora neanche venuto a trovarti". "Sono passati cinque anni da quando stavamo insieme, e non ci siamo sentiti da allora. E' una cosa vecchia." Arjun sapeva cosa stava pensando: la vera ragione era la sua malattia. La malattia che in cinque anni l'aveva invecchiata di quindici e che tra altri cinque l'avrebbe resa simile a un mostro, con denti marci e pelle come squame. Probabilmente era l'unica cosa a cui pensava da quando Julius era tornato. Arjun non parlò più.

Ma non era solo orgoglio, continuò a pensare dopo aver fatto un mormorio di approvazione. Julius sembrava del tutto rimosso dalla realtà. Nelle discussioni era insopportabile: evitava ogni critica sottintendendo (o addirittura dichiarando esplicitamente) che i fatti studiati al di fuori dell'accademia non erano la vera conoscenza ma una versione mutilata.

E aveva preso quell'abitudine idiota di far decidere a un dado le sue azioni. Non andava a dormire se non uscivano determinati numeri, non mangiava se non ne uscivano altri. "Altro che tradizione più importante dell'impero", pensava Arjun, "Quello mi sembra un club per imbecilli".


[Venti giorni prima]

Tutti gli allievi dell'ultimo anno sono radunati in quello che viene chiamato "il formicaio", la sala dalle pareti di vetro usata per le cerimonie ufficiali. L'occasione è un commiato. Dopo aver vissuto per cinque anni in questo edificio, isolati dalla famiglia e dal mondo esterno, le nuove guardie imperiali hanno terminato l'addestramento e stanno per tornare a casa. Il direttore dell'accademia parla ai giovani allineati in fila.

IL DIRETTORE: Nel rispetto della nostra tradizione sarò breve. Vi siete dimostrati degni di far parte della nostra istituzione militare più antica e rispettata. Non c'è nessuna chiave del nostro sapere che vi sia sconosciuta, e non c'è nessuna posizione nella nostra società più alta e sacra di quella che occupate adesso. State per tornare alle vostre case, ma vi terrete pronti per tutta la vita ad accorrere alla chiamata dell'impero. Il regalo d'addio è un dado d'oro da cento facce. Il Professor Migliardi vi spiegherà cosa farne.


MIGLIARDI: Il dado ha cento facce, e avete nel manuale una tabella con l'attività relativa ad ogni faccia. Alcune sono dedicate allo svago, altre ai bisogni del corpo, molte all'esercizio. Tutte le facce dalla uno alla venticinque sono per la pratica della ferocia. Questo vuol dire che mediamente un quarto della vostra giornata sarà dedicato ad esercitarvi in quella che è effettivamente l'arma più potente a nostra disposizione, la tecnica segreta su cui poggia il potere dell'impero.

Come è d'uso nel nostro metodo didattico, vi darò due spiegazioni diverse del significato del dado. Ricordate che non c'è posto per la verità assoluta nel regno delle parole, e così sarete liberi dalle illusioni.

*UNO*

Le nostre responsabilità ci impongono un grado di efficienza che sfiora l'infallibilità. Poche organizzazioni hanno raggiunto quest'obiettivo nella storia del nostro pianeta, e tutte hanno un particolare in comune: i loro membri erano totalmente distaccati da abitudini, desideri e bisogni. All'interno delle nostre mura questo scopo è stato raggiunto sottomettendo completamente la vostra volontà a quella del maestro. Quando volevate dormire lui vi ordinava di combattere. Quando avevate bisogno di sfogare la vostra energia lui vi costringeva a restare seduti per giornate intere senza poter spostare un muscolo. Mentre tutti gli uomini comuni fuori di qui vivevano le loro giornate secondo schemi familiari, voi non sapevate cosa vi sarebbe stato ordinato tra un minuto: dovevate essere pronti a tutto. Ora siete delle armi formidabili senza punti deboli, e dovrete rimanere tali anche fuori. Non avrete più un maestro, quindi prenderete i vostri ordini dal dado. E quando l'impero vi chiamerà non ci sarà nulla a rallentarvi: non la pigrizia, non il dolore, non la stanchezza, non la paura. Sarete abituati a fare quello che bisogna fare, anche se non è quello che desiderate.
 
*DUE*
 
Voi guerrieri siete i custodi del sacro. La nostra tradizione rifiuta il ruolo dei sacerdoti perché solo chi vive a contatto con la morte e la violenza può essere il mediatore verso il divino. Obbedendo al dado vi affidate completamente al destino, come si conviene ai messaggeri dell'assoluto. Il vostro volere diventa una sola cosa con il volere di Dio, e per questo i vostri colpi saranno infallibili come i fulmini dell'ira divina.



[Venti anni dopo]

"Non riesco a crederci. Metà del mio esercito è in giro per il paese, impegnato a stanare e massacrare la guardia imperiale, e questo idiota si presenta qui come se niente fosse?"

Zumuzzho, una volta capo dei ribelli, ora governava col titolo di Presidente. Era grosso e chiassoso.

Sua madre era stata la moglie di un governatore. Il governatore era stato ucciso dei ribelli durante un attacco, lei rapita. Zumuzzho era nato tra i ribelli - impossibile stabilire chi fosse il padre - e fu arruolato appena si dimostrò in grado di stare in piedi e reggere un mitra. A dodici anni era probabilmente il più violento del gruppo, a venti ne era il capo.

E aveva tutto quello che serviva. Non era solo brutale ma anche astuto. Possedeva la capacità di individuare piccoli particolari sfuggiti a tutti gli altri, e su questi particolari costruire strategie che ribaltavano la situazione. Questa capacità si era rivelata essenziale per i successi dei ribelli negli anni passati e per la vittoria definitiva della rivoluzione.

Julius fu trascinato dentro mentre Zumuzzho stava ancora ridendo.

"Che onore vedere un altro guardiano dell'impero. Perdonami la mancanza di cerimonie, ma ne ho già uccisi… quanti?"

"Più di quattrocento" gli ricordò una delle sue donne sorridendo.

"Più di quattrocento. Ventisette personalmente, con le mie mani. Capirai perché non riesco più ad emozionarmi come le prime volte"


Zumuzzho era l'opposto dell'ideale della vecchia aristocrazia. Aveva la passione per la teatralità. Per questo aveva voluto ricordare che lui, l'ultimo della scala sociale del vecchio ordine, era riuscito a soffocare il cuore pulsante dell'impero.

Ma in realtà era emozionato. Emozionato per l'ironia del destino che gli portava davanti proprio Julius. Non in una battaglia, non in un massacro, ma da solo faccia a faccia, in un momento in cui aveva già vinto e poteva godersi la ciliegina sulla torta.

Julius era stato il perno del suo piano, e dopo tutto quel tempo non l'aveva ancora dimenticato. 

Un piano semplice. Le sue spie gli dicono della tradizione del dado, le sue spie gli dicono che la ragazza di un novizio lavora per l'artigiano da cui si rifornisce l'accademia, Zumuzzho ha un'idea che vale la pena provare.

Abhida viene infettata con il virus della vecchiaia. Nel momento in cui si accorge dei primi sintomi sa che nessuno la sposerà. Julius l'avrebbe fatto perché stavano già insieme, ma Julius non c'é, le è stato tolto. Non può più vederlo fin quando non terminerà il suo addestramento, e sa che è abbastanza per fare di loro due sconosciuti. Sa che una volta uscito dall'accademia Julius non proverà nessun sentimento nei suoi confronti, né di amore né di dovere. Comincia a odiare Julius e l'impero, comincia a desiderare di avere l'occasione per vendicarsi, per far provare ad altri la sua amarezza.

Zumuzzho sapeva che le cose potevano anche andare diversamente, ma ci ha provato e le cose sono andate bene.

Abhida accetta di tradire l'impero come se l'occasione le fosse data da Dio in persona a causa della pietà che prova per lei. Tutti i nuovi dadi vengono truccati, tutte le nuove generazioni di guardie non si allenano abbastanza nella tecnica della ferocia e finiscono col perderla. Dopo molti anni i guardiani che ancora riescono ad usare la tecnica in modo efficace sono pochissimi.

I ribelli cominciano ad collezionare successi.
I ribelli vincono.


Zumuzzho abbandonò i suoi pensieri e tornò a concentrarsi su Julius

"Sai" - disse Julius - "con il mio sangue potresti aprire la stanza segreta".


"Non sarebbe male. Ma ho provato già con quello di tante altre guardie. Ho i miei dubbi che il tuo possa fare qualche differenza."

La stanza segreta era impenetrabile e si diceva che entrarvi conferisse il segreto della ferocia, la tecnica che permetteva alle guardie imperiali di divorare spazio e materia con un semplice sforzo di volontà. Un centinaio di uomini potevano piegare un paese in un attimo. Zumuzzho aveva sbavato per quel segreto. Quasi tutti i territori governati avevano abbandonato l'impero dopo che lui aveva preso il potere. Senza quell'arma non poteva riconquistarli.


Ma dopo un po' si era rassegnato. Il sangue delle guardie imperiali non aveva aperto la porta come si diceva, il sangue del figlio dell'imperatore non aveva aperto la porta - probabilmente le informazioni su come accedere alla stanza erano incomplete - aveva concluso Zumuzzho. E in quel caso la tecnica era persa per sempre.

Non perché le guardie erano addestrate a non parlare sotto tortura, ma perché il segreto della tecnica della ferocia non poteva essere comunicato con le parole.

Era un segreto pratico, una sorta di iniziazione il cui potere poteva essere mantenuto solo attraverso l'esercizio e poteva essere passato solo da chi già l'aveva. Ma nessuno lo aveva più. Tutte le guardie che non avevano smesso di allenarsi per vecchiaia avevano smesso a causa dei suoi dadi. Le poche che si trovavano al limite e ancora avevano qualche potere erano state massacrate per prime per paura che potessero rappresentare comunque un vantaggio troppo grosso per l'impero.

"Le guardie con cui hai tentato di aprirla non avevano più il segreto della ferocia. E' per quello che la porta non si apre. Io ce l'ho ancora"

Zumuzzho forzò un sorriso beffardo, ma all'improvviso era divorato dal dubbio. In fin dei conti Julius era sopravvissuto per tutto quel tempo al setacciamento dei suoi uomini. Com'era possibile?

Julius continuò - "Il primo giorno, quando tornai a casa, tirai il dado e venne fuori il numero 65. Sul manuale c'era scritto che in questo caso andava rilanciato. Lo lanciai altre nove volte, e uscì sempre il 65. 65 per dieci volte di fila. In questo caso, diceva il manuale, bisogna invertire la tabella. La pratica della ferocia non si fa più con i primi 25 numeri ma con gli ultimi 25. Immagino che le tue spie non ti avessero procurato una tabella completa".

Fissò Zumuzzho in silenzio per qualche secondo, poi visto che non rispondeva, riprese.

"In questo momento ti starai chiedendo quanto è probabile che quello che dico sia vero. Se potrai farmi fuori come speravi o se la tua vita sta per terminare."

"Non ho nessun dubbio che potrò farti fuori" - sbottò finalmente Zumuzzho - "Perché dovrebbero aver inserito una possibilità del genere nella tabella ?"

"Sono convinto che chi ha progettato il sistema del dado fosse ossessionato dal destino. Se il dado tramite cui il destino parla dovesse essere compromesso, allora il destino stesso risistemerà le cose tramite il dado. L'evento ha una probabilità praticamente nulla, e invertire la tabella potrebbe non servire a niente, ma è… diciamo così, se è destino che la cosa vada per il verso giusto, è come lasciare una possibilità aperta a questo destino"

Julius chiuse gli occhi e cominciò a concentrarsi sulla tecnica. Anni addietro si era ritrovato ad essere l'unico superstite della guardia imperiale. L'unica persona al mondo a possedere ancora la tecnica della ferocia. E l'aveva praticata, non per un quarto ma per la totalità del suo tempo. Si era dedicato a quell'unico esercizio per far crescere la sua abilità a dismisura, e compensare il fatto di essere rimasto l'unico. Tutto ora dipendeva da un'unica domanda: era arrivato a un livello sufficiente per distruggere da solo l'esercito di Zumhuzzo?

Sentì i vortici di energia che compongono la realtà fisica cambiare verso di rotazione, prima attorno a lui, poi sempre più oltre, espandendosi come un'onda. Le guardie di Zumuzzho vennero ingoiate dal vuoto, Zumuzzho venne ingoiato, il suo esercito venne ingoiato, tutto il paese, tutto il mondo venne ingoiato.

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venerdì, 06 marzo 2009, 22:15

L'ospitalità di Andrea si era ridotta dello stesso ordine di grandezza della sua statura a riposo. La sinuosa linea che accompagna la colonna vertebrale si stava progressivamente contorcendo come un gambo di un girasole nella metropolitana.

Erano passati ormai due anni da quando si era impegnato nelle in profonde ricerche sugli insetti delle foreste della Nuova Guinea. I suoi coinquilini e quei pochi amici che di tanto in tanto andavano a trovarlo, coscienti della sua maniacale profusione di risorse nel suo lavoro, tentavano di distrarlo, ma con scarsi risultati. Ad ogni loro tentativo di abbozzare un discorso qualsiasi, rispondeva sempre allo stesso modo. Anche se tiravano in ballo gli argomenti più disparati, nella sua tesi ne trattava un aspetto o un particolare. E' facile capire quanto non fosse per niente chiaro che diavolo di lavoro stesse buttando giù. Nessuno era riuscito a stare dietro ai suoi monologhi intricati e deliranti, ma la sensazione è che non sarebbe bastato neanche un entomologo. Ormai non frequentava più l'università da un anno, "roba per post-liceali ancora cogli ormoni ingarbugliati!".

Solo dalla sua stanza si poteva accedere al piccolo balcone, che dava su di un palazzo di sei piani, risalente al primo dopoguerra, ma quasi del tutto abbandonato. Molte delle finestre erano murate, e qualcuno dai piani superiori del palazzo di Andrea si era divertito a lanciargli uova e proiettili di vernice. Andrea passava molto tempo lì, sperando di carpire il segreto che celava un immobile abbandonato nel centro città. Inclinando un poco la testa verso sinistra si scorgeva il Piazzale delle Rose, da una strana angolatura che non permetteva ai passanti di accorgersi di un osservatore da quel balcone. Non era un problema, visto che lo sforzo necessario per guardare era sopportabile per 4-5 secondi, non di più. Fu da lì che osservò la manifestazione: non aveva mai visto un sommovimento di quella grandezza, e, dopo tanti anni passati nell'ambiente universitario, quando finalmente la Storia ha chiamato una generazione a raccolta, lui si era fatto trovare in bagno.


Il giorno dopo la manifestazione, poco dopo l'ora di pranzo, il campanello trillò per un paio di interminabili secondi nella testa di Andrea, che era in casa da solo. Il trillo non si arrendeva. Andrea neppure. Ma il trillo insisteva. Avrebbe voluto smontarlo a martellate. Mal sopportava tutto ciò che disturbava la quiete casaligna, come il telefono. Ma il campanello in particolare. Una delle invenzioni più cretine che l'uomo abbia mai partorito: non poteva nemmeno sapere chi fosse dall'altra parte della porta! Se l'altro avesse dovuto bussare urlando un "C'è qualcuno?" almeno qualcosa se ne poteva cavare. Sesso, età, provenienza, opinione politiche, numero di zampe. Così proprio no.

Aprì senza chiedere.

Un distinto omino in giacca e cravatta si materializzò agli occhi di Andrea, completo di mocassini neri, pantaloni antracite e cinta in pelle nera serrata da una fibbia recante le iniziali P.C.

Sbarbato a dovere, capello corto pettinato con un grumo di gel e occhi gelatinosi dal colore acqueo. Il mento sfuggente dava quel tocco di insignificanza in più al bambolotto.

Il sorriso inutile dell'omino irritò Andrea:

- E tu chi cazzo sei?

- Amico! Sono felice che il Signore mi abbia permesso di incontrare anche oggi un mio fratello. Salve, sono Gregory.

Tese la mano. A vuoto.

- Che cazzo di nome è Gregory?

Ritirò la mano in un lampo. Fece un impercettibile salto sul posto.

- Sono venuto per illuminare la mia e la tua giornata con un messaggio di speranza, di bontà, di felicità, di serenità.

- Ne prendo due, basta che ti levi dalle palle.

- Fratello, se mi lasci umilmente accomodare nella tua dimora, il mio cuore si aprirà per accogliere ogni tua preoccupazione, e lasceremo che l'immensa misericordia del Signore perdoni entrambi per la preghiera che rivolgeremo al Signore perché ci dispensi un po' del Suo amore che non meritiamo.

Andrea inarcò le sopracciglia e osservò lo strano soggetto con sufficienza e curiosità.

- Sei mai stato in Nuova Guinea?

L'omino con un guizzo si precipitò nel corridoio dell'appartamento, prodigandosi subito in elogi sull'arredamento dal dubbio gusto pasoliniano. Accarezzò il gufo imbalsamato poggiato sul mobile e si sistemò il sorriso allo specchio romboidale appeso poco sopra. Era di pessima fattura: la cornice di stucco dorato aveva degli strani segni al vertice destro sulla diagonale minore, segni di denti, ma più piccoli, come fosse stato rosicchiato.

L'omino si volse verso Andrea e sorrise di nuovo.

- Roditori?

- No, mi occupo di insetti.

Un sottile curvatura attraversò i muscoli della fronte dell'omino. Tralasciò.

- Allora fratello, dove ti senti più a tuo agio? Per me una stanza vale l'altra, perché il Signore è ovunque.

- Ma voi strani tizi non dovreste portare sempre una ventiquattrore?

L'omino strinse la mano destra stesa lungo il fianco. Spostò lo sguardo verso l'alto e ruotò i globi. Tornò a fissare Andrea più sorridente che mai.

- Va bene qui allora.

E si sedette sulla sedia ripiegabile in plastica bianca in salone. Andrea prese il suo posto in poltrona e sembrò sprofondare senza appello verso gli inferi. La legge dell'impenetrabilità dei corpi rigidi salvò la sua anima ancora una volta, e le molle si incastrarono le une sulle altre stridendo.


Rimasero per qualche minuto in silenzio, l'omino sfregava le sue mani con lentezza ma senza posa; Andrea lasciava oscillare lo sguardo per cogliere qualcosa che cambiasse lo scenario imbarazzante. L'omino sorrise.

- Vuoi raccontarmi di te fratello?

- Sto facendo la tesi.

- Oh beh fantastico! Mi ricordo quando la feci io...era sull'estetica di San Tommaso d'Aquino.

- Sei frocio?

- No fratello, è filosofia.

- E io che ho detto?

- E tu su cosa la stai facendo?

- Insetti della Nuova Guinea, formiche in particolare.

- Chissà magari posso aiutarti!

- Ho detto formiche, non vermi.

L'omino sorrise.

- Parlami dei tuoi amici, della tua ragazza.

Un flash etereo colpì la memoria di Andrea. Erano ormai quattro anni che non la vedeva. Il giorno della laurea triennale, mentre discuteva la tesina con brandelli di frasi raccapezzate alla meno peggio, correva con lo sguardo tra i banchi e le sedie dell'aula. C'erano solo quelle facce cerose dei parenti materni, buoi al pascolo in una gioielleria. Le bibliche perle ai porci. C'era Antonio, l'amico d'infanzia che non aveva dovuto studiare perché il padre gli aveva lasciato il suo bar tabacchi, e si sentiva realizzato. Andrea per questo lo odiava con tutto se stesso, ma Antonio non se n'era mai accorto. Erica, quel cesso che non aveva ancora capito che lui sì studiava gli insetti, ma certo non ci usciva. Il figlio del fottuto padrone di casa che andava da Andrea a fare ripetizioni di chimica, gratis ovviamente. Il pagamento dell'affitto era sempre in ritardo di tre mesi minimo, e per potersi permettere la dilazione, si prestava a qualsiasi forma di sfruttamento. Un lunedì gli chiese di tagliargli i capelli: aveva una festa e doveva assolutamente sistemare la sua pettinatura alla moda. Andrea di nascosto mischiò un po' di insetticida nello shampoo, strofinò per bene, venne su una bella schiuma verdina e profumata, poi asciugò e spuntò i capelli a tapparella del giovin belloccio. Due settimane dopo il furbone fu costretto a rasarsi a zero: dai capelli non faceva che generarsi una specie di polverina bianco-giallastra che sembrava forfora, ma se toccata e portata agli occhi, beh, c'era da chiamare il medico.

Lo sguardo si inseriva in ogni possibile angolo, analizzava ogni viso almeno per due volte, persino quando era evidente che una folta barba ne avvolgeva la superficie. Lei non c'era.

Centodieci e lode. Tra gli schiamazzi irritanti della mandria e il tocco calcato in testa da chissà quale cafone che non distingueva una tradizione americana da una locale, accese il cellulare. Lei aveva lasciato un messaggio, un sms. Corse a nascondersi e lo lesse.

Era un addio, senza mezzi termini, ma con tante chiacchiere. Non ci si capiva molto: parlava di un viaggio, un momento di riflessione, una nuova avventura, i calzini sporchi sul pavimento. Ma si complimentava per la laurea. Anche senza di lei, diceva, sarebbe diventato qualcuno.

Dopo quattro anni insieme, tutto ciò che gli rimaneva di lei, era un sms e qualche fermaglio per capelli sul comodino accanto al letto.

Si presentò in facoltà per un mese quasi ogni giorno, ma di lei, nessuna traccia.

Un fiume in piena, una bottiglia di spumante agitata e stappata, un'eruzione di lava basaltica. Così doveva sembrare Andrea all'omino dal sorriso smagliante, quando una slavina di parole lo colse di sorpresa. Passarono i minuti, e poi le ore, senza che l'omino mutò posizione sulla scomodissima sediaccia da pic-nic; si accarezzava talvolta il mento, corrugava un istante la fronte, asciugava con le dita sudore che non secerneva.

Non obiettò, non fece domande, non si scandalizzò, non emise alcun suono. Andrea stava raccontando tutto, dal principio, o meglio: dal principio della fine.


Era passato un anno da quel giorno in cui Andrea incontrò il suo destino, e festeggiò la ricorrenza con Gregory e tutta la Grande Famiglia. Da un anno aveva scelto la Strada della Luce, e la sua vita non era più la stessa. Al diavolo la tesi, al diavolo la laurea, al diavolo le fughe di soppiatto quando era nei dintorni il padrone di casa. Ora aveva un ruolo che tutti ritenevano importante nella sua nuova famiglia.

La missione di Gregory per aprire il cuore agli afflitti, era ora anche la missione di Andrea.

Le persone lo ascoltavano, pendevano dalle labbra di un vero Redento; in un mondo dove l'unica svolta esistenziale è dall'illusione alla disillusione, se non, peggio, alla delusione, Andrea era la speranza, il punto interrogativo che si ripropone, che lascia echeggiare vita nel vuoto emotivo.

Era la seconda settimana di aprile, stavano facendo il giro nei pressi del quartiere nord-est, popolato da appartamenti lussuosi e gente perbene, quando si imbatterono in uno abitato da una coppia molto accogliente, e per gente come loro era pur sempre una rarità inaudita. Forse sembrerebbe meglio dire che fu la coppia ad imbattersi in Gregory e Andrea, ma si deve capire che la loro era una crociata che non conosceva confini politici o giuridici; il mondo era la casa del Signore, ed erano gli altri che vi entravano senza salutare il padrone di casa. Andrea era un soldato dell'Intelligenza Superiore, o forse solo un suo maggiordomo, ma gli altri erano tutti ospiti. Entrate nella Grande Famiglia. Sedetevi al tavolo con il Signore, e parlate d'Amore.

Furono accolti in un salotto arredato in tonalità crema; un divano a tre posti, uno a due posti ed una poltroncina circondavano un tavolo a tre piedi terminante con una lastra ovale in vetro. I piedi si accoccolarono sul tappeto dalle espressioni cromatiche tendenti al bianco ghiaccio. L'uomo era sulla cinquantina, brizzolato, giacca e cravatta anche in casa, come un uniforme, sguardo bonario e sorriso caldo ma impercettibile sotto i baffi. La consorte si presentava di almeno una decina d'anni più giovane, bruna, elegante, sicuramente colta ma non abbastanza da cogliere il cattivo gusto delle sue espressioni patetiche, quasi di compassione.

La conversazione era delle più fluide e piacevoli che i due missionari ebbero la fortuna di ingaggiare. La coppia non aveva figli, ma avrebbe voluto; il Signore li aveva privati di una gioia così grande che erano stati prossimi a perdere la fede. L'uomo raccontò che un giorno andò ad una mostra sulla vita nella foresta, e fu colpito da uno scenario a dir poco sorprendente: i curatori dell'esposizione decisero di far vedere agli spettatori quella parte di vita che si svolge lontano dai nostri occhi, in quel mondo sotto i nostri piedi che istintivamente crediamo compatto. Davanti ai suoi occhi si presentava un formicaio artificiale installato in una vetrina, attaccato alla lastra più lontana dalla parete; tutto intorno era coperto di terra. La cosa stupefacente era che il formicaio era in vetro, e la trasparenza rivelò al signor Riccardo quanta vita c'era il quella porzione di mondo che non rientra mai nei nostri calcoli. Centinaia e centinaia di esemplari di formiche esotiche si muovevano in modo frenetico, disegnando un apparente caos inestricabile, ma la cui essenza era l'ordine silente e implicito della Natura. In quel momento capì che Dio aveva destinato ad ognuno di noi un destino, al quale non si può sfuggire, anche se può capitare di sbandare un momento; così, loro, pensavano che il Signore avesse sprecato il loro amore non permettendogli la felicità di essere genitori, ma capirono che quell'apparente errore nascondeva una ragione superiore. Un lungo silenzio meditativo seguì la fine del racconto. Andrea lo ruppe.

- Quale?

- C-cosa?

- Quale ragione?

Il silenzio si fece truce. L'uomo impallidì e spalancò gli occhi, ingrossando il respiro. La signora cominciò a tamburellare le dita sulla gamba mordicchiandosi il labbro inferiore. Gregory sorrise.

Rapidamente si congedò alla coppia e trascinò Andrea via con sé. Quella sera la Grande Famiglia non fu contenta. Ma ad Andrea non importava. Quello che era importante ora, era trovare quel formicaio.

Per giorni, settimane, mesi, sfogliò ogni rivista, chiamò ogni museo, ogni sala esposizione, persino le gallerie d'arte, ma non trovò nulla. Giunse quindi alla decisione di farlo da sé.

Prese l'occorrente, salutò la sua Famiglia imbastendo una scusa ridicola: andava a fare un pellegrinaggio solitario. Tornò invece alla svelta nel suo vecchio appartamento. Ovviamente aveva continuato a pagare l'affitto, anche se tornava raramente lì. Tutto era come prima, ma i coinquilini erano cambiati. Non perse molto tempo con le presentazioni, e si chiuse nella sua camera-studio.


Il lavoro non era facile, e ancor meno facile era nascondersi a Gregory. Insistette a cercarlo in casa per un paio di settimane: l'ordine tassativo era rispondere "Andrea chi?". Finché uno dei coinquilini, che lavorava in un locale fino a notte fonda, fu svegliato alle 6 di domenica mattina dal campanello. Sempre lui. Stavolta non ebbe la forza mnemonica per resistere, e tradì Andrea, che dalla sua stanza si era reso conto di tutto. Non era però affatto sorpreso, perché conosceva la tenacia del suo ex-collega e salvatore.

Uscì dalla sua stanza e si sedette subito in poltrona, aspettando con stizza l'imminente sermone che non tardò ad arrivare. Il dorso delle mani di Andrea era costellato da luccicanti frammenti di vetro conficcati nella carne. Sottili rivoli di sangue essiccato si stendevano sulle dita come lacrime d'inchiostro ramato. Gregory le fissò. Scosse il capo.

- Non è così che troverai la tua strada. Non è col sangue che si aprono le porte del cuore.

Andrea storse la testa fissando negli occhi l'omino.

- Quelle del cuore no, ma, sai, di sangue ne serve invece, e tanto, per aprire le porte della vita. Per essere un filosofo sei una sega, fratello.

Gregory lo fissò attonito, mantenendo a fatica la sempreverde paresi labiale che gli lasciava scoperti i denti bianchissimi.

- Tu non saresti vita ma solo materia inerte se tua madre non avesse scopato con tuo padre. Fin qui ci sei?

Non rispose.

- Senti: tuo padre ci ha messo la chiave, e tua madre la serratura e così hanno aperto la porta della vita. Ti serve un disegnino? Ora: può darsi che tua madre fosse generosa già in tenera età o magari solo precocemente curiosa, quindi per essere realistici in luogo di tuo padre dovremmo mettere chissà chi, ma non è importante. Per aprire la porta, serve sempre sangue. Almeno un po'. La vita stessa nasce assetata di sangue.


Per la prima volta il sorriso di Gregory si eclissò coperto dalle labbra, serrate in uno sforzo che le rendeva pallide e violacee a tratti alterni. Le narici si dilatarono un istante, lo sguardo cadde al nadir della poltrona.

- Lo sapevo. La tua anima è ormai perduta, prigioniera della carne che la occlude, la opprime e ne soffoca il grido di libertà. Fratello, non ti rendi conto che le tue viscere ti stanno vincendo?

- Soprattutto verso l'ora di cena.

Gregory scosse il capo, poi si ridestò con gli occhi percorsi da una luce riflessa.

- Andiamo, ti mostrerò il ceppo al quale sacrificherai la tua salvezza.

Andrea sobbalzò lievemente in una risata isterica soffocata dalla curiosità.


Gregory non parlava mentre guidava. I marciapiedi scorrevano densi di anime sulla via della perdizione, o soltanto confuse dalla perversione del mondo che solcavano indifese.

Accostò in una via in periferia, poco dietro ai secchioni dell'immondizia. Da uno di questi fuoriusciva un mostro in plastica e metallo coperto di una rada peluria ferrosa.

- Devo dire che di tutte le cose idiote che ho pensato della mia vita, che mi fossi dannato l'anima per una lavatrice arrugginita è veramente la realtà che supera la fantasia.

- Civico 36, interno 9, terzo piano. Scendi.

- Che?

- Scendi, non assisterò alla tua fine. Non ce la faccio fratello.

- No misà che qui sono io che sto assistendo alla tua. Ti serve un dottore.

- Scendi!!

Andrea si catapultò fuori in un baleno. Assurdo. Gregory aveva urlato. E ora se ne stava scappando a tutta velocità con lo sportello aperto.

Si guardò intorno. Non conoscenza la zona, ci era passato solo qualche volta mentre si perdeva tra i meandri stradali della città. Stava facendo buio e non aveva neanche un giacchetto. Si strinse nelle spalle e cacciò le mani nelle tasche. A questo punto, non poteva che cercare questo benedetto civico 36, così gli sembrò di ricordare.

Fece solo qualche passo: il cancello era aperto. La cassetta postale dell'interno 9 era senza nome.

Chiamò l'ascensore, ma la luce non si accese, il che fece pensare che avrebbe aspettato molto prima di vederlo arrivare. Salì le scale lentamente. Ma che diavolo stava facendo? Si trovò davanti la porta, senza nome sul campanello. Suonò.

La porta si aprì.

- Salve fratello.

- Ma...Sara?

- Andrea...

- Ma che diavolo significa tutto questo? Che fai qui? E che significa "fratello"?

- Mi avevano detto che sarebbe arrivato il mio primo fratello.

- No cazzo, io sono il tuo primo ragazzo. Fanculo la rima.

- Sei sempre lo stesso.

- Tu...tu no...ma che hai fatto? Sembri...più grande. Saranno passati cinque anni, e invece...

- E invece?

Sembrava avesse quarant'anni. Incomprensibile.

- E invece...

- Entra ora dai...

Andrea si voltò, e scese le scale lentamente. Era brutta.

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venerdì, 06 marzo 2009, 22:11

Per quanto mi riguarda, potete pensare quel che vi pare sul mio conto. Fatto sta che io esisto, e mi diverto un sacco a differenza vostra.


Sedete, vi mostro qualcosa.


Quando il mio burattino (non un gioco infantile, ma un vostro simile, un pari a voi, animali che si affannano a uscir fuori dall'inutilità della loro esistenza) ebbe la sua prima fidanzatina, era ancora alle scuole primarie. Frequentava l'ultimo anno e, come io volli, superato l'esame di licenza elementare, si trasferì in una città lontana da quella in cui era cresciuto, seguendo i genitori che si spostavano per motivi lavorativi. La sua fidanzatina ovviamente restò lì dov'era e non rimase loro che tenersi in contatto sporadico tramite sms, email, social networks e queste vostre ultime trovate tecnologiche.

Ora, diciamo, il mio burattino si trova in questo momento nella città dove è nato e dove ha compiuto l'esame di quinta elementare e, come io voglio, sta per incontrare la sua ex-fidanzatina. Sono passati tre anni ed entrambi hanno quasi concluso le scuole medie inferiori.


Ascoltate, adesso, ve li farò sentire dal vivo, come se foste con loro...


Al bar, la radio passa un successo di Sanremo; al tavolo, B. passa il dito sull'orlo del bicchiere.

Arriva, in lontananza, una figura strana, paurosa a vedersi, ma la gente la saluta, o la ignora, sembra non far caso all'insolita presenza.

“Ciao!”

“...Ciao...Chi...Chi sei?”

“Non mi riconosci, vero?”

“...”

“Sono io, F.”

“...”

“Si, lo so, sembro invecchiata; e molto. Sono passati tre anni, e guarda qui: è come se si fossero triplicati a loro volta!”

“Tri...triplicati?!” B. non ha il coraggio di dirle che no, non sembrano solo triplicati, ma decuplicati, a dire il vero.

“Sono malata, B.”

“Cos'hai?” La voce rotta dai primi malcelati singhiozzi, uno sgomento e una paura senza limiti. Necessità di andare al cesso, o di cambiarsi le mutande.

“Si chiama progeria, B., è una brutta malattia. Invecchio presto, sono già invecchiata presto e a dirla tutta mi resta anche ben poco da vivere. Lo so che è una cosa triste e non so cosa altro aggiungere...”

“Tu...non mi hai detto mai niente...”

“Si, lo so...non volevo intristirti...”

“E adesso? Adesso, cosa facciamo?”

“E adesso... niente! Volevo vederti, io non lo so nemmeno se è giusto essere qui, potevo morire e non dirti niente e tu avresti solo pensato che ero una stronza che non voleva sentirti più!” singhiozzi a profusione “...però, però non volevo fare questa stronzata, io volevo salutarti, vederti un'ultima volta, dirti che...Oh, ma tu come sei rimasto bello! Tu sei cresciuto, non invecchiato come me! E adesso io sono felice, perchè sai tutto e io so che tu sei sempre bello e sei sempre il mio B. e posso anche...posso...COFF COFF!”

“F.!! F.!! Cosa succede?! Aiuto!! Aiutooooh!”

Succede che F., ovviamente, sta morendo e la cosa avviene anche in modo piuttosto teatrale: l'emozione ha compromesso la stabilità del suo piccolo cuore tredicenne inside e adesso l'infarto del miocardio la sta precipitando su un acquario di pesci rossi. L'acquario va in mille pezzi e il vetro cade dappertutto, disponendosi in mirabili costruzioni intorno al formicaio che da anni è nel giardinetto del bar. Ora, il formicaio ha un ingresso in vetro e il cuore di F. non batte più. B. piange, disperato e silenzioso e la gente arriva a fiotti da tutte le parti. Il sangue di F., tagliuzzata in più punti dal vetro, scorre libero sull'asfalto ed è raccolto prontamente dalle formiche, che lo useranno da ora in poi per costruirvi, col supporto di una piastra di agar (che diventerà così agar sangue) una bellissima chiave molle, simbolo che verrà appeso all'ingresso di vetro del loro formicaio e che, solo se evocato, farà sì che per pura magia, le porte di questo si schiudano alla comunità miniaturizzata.


...Ed io me ne sto qui, amici miei, e mi godo lo spettacolo da me voluto! Ahahah, non vi è piaciuto?

No?! Ignoranza ferale.

Perché non apprezzate mai quel che vi offro? Bah, poco importa. Intanto, me ne tornerò alle mie faccende, ad ordinare le vostre miserabili vite, come io vorrò.

E ricordate che il mio nome dovete scriverlo maiuscolo: Destino.


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venerdì, 06 marzo 2009, 22:08

Mi sveglio. Cioè, non mi sveglio, ma sogno di svegliarmi. Anzi, è un sogno realistico, quindi dovrei svegliarmi e basta. Ehi, al diavolo. Mi alzo e sono vestito solo di un costume da bagno, di quelli lunghi fino al di sotto delle ginocchia; quelli che insomma dettano stile in spiaggia. Ma chi cazzo ci va in spiaggia? Vabbè, se un giorno decidessi di andarci, mi presenterei così. Il vento soffia leggero, la sabbia mi punge le caviglie, e altri effetti pseudo-poetici alla Federico Moccia. C’è una luce forte, abbagliante, ma non vi è presenza di stelle luminose o roba simile. Penso di trovarmi in un luogo sconosciuto. Anzi, dovrei esserci. Un uomo sulla trentina, con la barba e i capelli lunghi (molto indie-rock alternativo), mi si avvicina come fare missionario. Si china verso di me, e inizia a lavarmi i piedi con dell’acqua, che prende da non so dove.

“Che cazzo fai?”

“Ti lavo i piedi, perché devi essere mondo, nel momento della profezia”.

“Di che profezia parli?”

“Guarda, non lo so. Però suona molto epico”

“Insomma, che cosa sei, il salvatore dell’umanità?”

“Tu lo hai detto.”

“No, io ho solo chiesto.”

“Ah, in tal caso non lo so.”

“Dimmi piuttosto dove mi trovo e cosa faccio qui. E a cosa mi serve un costume da bagno qui nel deserto.”

“Bello il costume, detta stile. Seguimi, prendiamo la metropolitana.”

L’uomo barbuto così mi indica la strada, fino ad arrivare a una vera e propria fermata della metropolitana. Saliamo, e prendiamo posto. Una anziana signora è seduta accanto a un giovane dall’accento tunisino, che la osservava attentamente dalla testa ai piedi. La signora se ne accorge, e stringe la borsa sul suo petto. Finisce che la signora si fa ingroppare dal tunisino.

Giunti a destinazione, ci troviamo di fronte a un cancello dorato, di quelli che mostrano in televisione quando illustrano il paradiso. Il mio amico barbone ci infila un dito, ruota la mano fino a perdere l’indice, appunto. Con un accendino, una benda, e un frammento di vetro riesce a effettuare una medicazione a dir poco assurda. Il vetro usato, lo modella poi con l’accendino; prende due formiche che passavano lì per caso, e le fa accoppiare forzatamente. Le rinchiude così nella cupola di vetro che aveva appena creato.

“Perché?”

“Non lo so, dovevo farlo.”

“Eh, dove c’è scritto?”

“Nelle regole del gioco.”

“Ma che stronzata è?”

“Ehi, non lo so. Io rispetto le regole del padre mio.”

Aperto tal cancello a furia di calci e maledizioni di vario genere, entriamo in una città surreale, di quelle che si vedono nei film di fantascienza. Insomma, navicelle spaziali, case a forma di cupole e pinguini che volano. Su uno di questi pinguini, la vecchietta e il tunisino ci davano ancora dentro.

“Come vi divertite da queste parti?”

“Ci divertiamo coi pinguini.”

“Ah, quanto frequentemente?”

“Io mai.”

“Ma non eri il salvatore dell’umanità, che sparge amore dovunque?”

“Io veramente non posso. E’ scritto.”

“Ma che salvatore dell’umanità sei?”

Ovviamente non risponde, e andiamo per la nostra strada. Subito dopo però, vedo dodici ragazzi in un campo di calcetto. Alla vista del mio barbuto amico, si chinano, e uno alla volta gli baciano l’alluce. La barba può fare questo e altro, sta scritto. La sua falsa modestia mi turba; con un coltello arrugginito, squarto il barbone, che non esita per nulla. Tanto lo dice nuovamente, che sta scritto.

Mi allontano, e mi metto in fila. Non so dove, ma mi metto in fila.

“Sai, sei invecchiata.”

“Sempre il solito.”

“Che ho fatto di male, di nuovo? Ma certo che sei un casino.”

“Mi avevi promesso che non mi avresti lasciata mai.”

“Non ti avevo promesso niente, io mantengo sempre le mie promesse. Piuttosto, avevo detto che ci avrei provato.”

“Tu mi hai presa in giro fin dall’inizio. Sei solo un gran cialtrone.”

“Ti prego, sii più precisa. Non sono un gran cialtrone, sono un gran oratore. Non dare tutto per scontato, non è giusto.”

“Non dirmi quello che devo fare, mi sono stancata delle tue manie di protagonismo.”

“Io non do ordini, do solo consigli. Solo che metto le persone alle strette, in modo tale che i miei consigli diventino ordini morali. Sai, sono un gran oratore.”

“Sei il solito cialtrone.”

“Che noia queste ragazze di oggi. Ma dopotutto, è colpa di Federico Moccia. Lui sì che è un vero scrittore.”

“Federico Moccia? E chi è?”

“Non lo so sinceramente, né ne ho mai sentito parlare. Però fa schifo.”

“Sono d’accordo.”

“Bene, che ne dici se andiamo a divertirci in quella casa abbandonata?”

“Io non sono tipa, ho bisogno dell’amore vero.”

“Scusami, dimenticavo. Io ti amo, sei la mia vita, forever.”

Detto ciò, mi saltò addosso.

Stavolta mi sveglio veramente. Penso a come la mia vita possa avere un senso, se un giorno mi reincarnassi nel corpo di un dio dell’Olimpo. Sarei il dio di…non so cosa. Ecco, sarei il dio di tutto ciò che è indeterminato. Che detto così, non vuol dire un emerito becco di pinguino. Io penso che molto presto, scoppiamo tutti in aria. Anzi, troppo tardi perché io ne possa subire le conseguenze. Quindi chi se ne fotte. Esco di casa con del rum in mano. Prendo la bici, pronto per passeggiare senza curarmi della strada, a mio solito. A volte abbiamo bisogno di andare da qualche parte, anche se non sappiamo dove. Però ne abbiamo bisogno; ci sentiamo appagati senza sapere di che cosa, stanchi per non aver combinato nulla. Ma devo spalare così tanta merda dalla mia vita, che è meglio non farlo, perché ci impiegherei troppo tempo. Piuttosto mi dedico a trovare un luogo in cui poterne creare altra, di merda. Non ho argomenti di cui parlare, eppure mi dedico alla parola: forse aveva ragione qualcuno che diceva di non capirmi per niente. Anzi, non me l’ha mai detto nessuno.

Trovo comunque un certo appagamento nel girare tutto solo tra le campagne abbandonate al loro destino. Quando mi sento solo ho il piacere di fare quello che voglio, e con questo intendo pisciare senza chiudere la porta del bagno. Proteggo le persone a cui voglio bene, e lascio me stesso marcire sotto un ponte. Ma a me piace così, e così piaceva a quell'uomo trentenne con la barba, che diceva di conoscere il mondo senza averlo mai provato. Per voi amanti di Moccia : chi promette a vita è un bugiardo; è sincero solo chi promette di provarci. Ma sono proprio un venduto.




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martedì, 03 marzo 2009, 14:28

La serratura va aperta col sangue.

-Quale serratura? E dal sangue di chi?

Un eterno girare, intorno al medesimo cerchio disegnato col gesso su un linoleum che imita schifosamente un parquet.

La bruttezza di un pavimento del genere la si nota quando cade una sigaretta per terra, e si vede quel marrone bruciare come plastica invece che come legno.

La noia rallenta il tempo, le sigarette lo spingono avanti.

Fumare una sigaretta alla fermata del bus ti fa andare avanti nel tempo fino a fare arrivare il mezzo in questione. Conosco gente che ansiosa di laurearsi ha fumato così tante sigarette in un giorno di spostarsi di dieci anni in avanti, aihmè, ancora senza laurea. Altri hanno fumato così tanto da spostarsi in un futuro in cui semplicemente erano già morti. Prima ancora che induttrici di cancri e di malattie cardiovascolari, le sigarette ti uccidono invecchiandoti.

Esco dal cerchio. Faccio la spesa. Il solito cibo liofilizzato a cui va aggiunta acqua bollente. L'alternativa è la mensa. Questi cibi grassi solo a parole li macino perdendo chilo dopo chilo.

Ipertiroidismo, metabolismo da squalo o drago. Nessun sintomo. Nessun segno tangibile.

La vedo trentenne. Gli anni per lei sono passati più velocemente. Probabilmente a causa del suo tabagismo. Ma le sigarette dovrebbero spostarti in avanti nel tempo, non farti semplicemente invecchiare nel tempo in cui ti trovi. Ovviamente non me la spiego sta faccenda.

-Non ci vediamo da un sacco di tempo.

Le chiedo.

-Non ti trovo troppo bene.

Mi dice.

Il suo cattivo gusto. Non sono molto diverso da cinque anni fa. Mi sono addirittura dovuto fare la barba dopo averla incendiata per sbaglio.

-In cosa sono diverso da cinque anni fa?

-I tuoi occhi. Hai dovuto rinunciare a qualcosa. E' fin troppo palese.

Cinque anni fa io avevo... boh. Ho perso il conto dei miei anni attuali. Le conversazioni innaturali mi fanno venire il prurito in testa.

-Neppure io ti trovo granché. Sembri invecchiata.

-Questo è quello che ti fa una gravidanza all'anno.

-Una gravidanza all'anno? Ma il tuo corpo non mi pare abbia accusato in quel senso. Mi sembri scheletrica come allora...

-Le tue considerazioni che reputi brillanti sono profonde solo per quanto attiene le premesse. Dopo ti perdi in un oceano di mediocrità. La cosa peggiore è che tu ti nutri di questa merda che ti esce dalla bocca. Direi che è autofagia. Il problema è che ti nutri della tua stessa merda, bloccato in un cerchio dal quale non puoi uscire.

Il cerchio della merda appunto.

-A proposito delle altrui opinioni sul mio conto... sai, mantengo la mia vecchia linea.

-Cioè quella del: “gli altri sono comunque più stupidi di me”?

-Esattamente.

-Quello che dovresti fare è prendere un lungo, lunghissimo respiro. Così lungo da impedirti di parlare per un annetto. Dopo avresti sicuramente qualcosa di più interessante da dire.

-A giudicare dalla frequenza dei tuoi stati interessanti, direi che a prendere la roba sei più brava di me.

Un'ultima smargiassata, la cui risposta è un'occhiata di sdegno. Facili battute che dovrei risparmiarmi per la mia futura permanenza nei più sottosviluppati bar dell'emisfero australe.

Adagiata sull'asfalto. Così la vorrei vedere. Un paio di tonnellate di metallo raccolte sulla sua schiena. Il rapporto con le ex fidanzate deve essere simile al mio con lei. Essere ricondotti ogni tanto alla mediocrità del reale, per scordarsi del tempo e delle energie sprecate a idealizzare persone che non esistono.

Ad ogni incrocio stradale la probabilità, seppur bassa, di morire causa distrazione. A seconda del colore del semaforo dovrebbero modificarsi le percentuali di sopravvivenza. Tabelle nere piene di numeri colorati degli stessi colori delle luci del semaforo.

E poi mi torna in mente un cartone animato abbastanza pop, il padre del leoncino Simba schiacciato da un branco di gnu. Gnu, gazzelle. Gazzelle, auto della polizia.

Non ne vedo, in compenso ci sono un sacco di persone che devono andare al lavoro, o a pranzo. Istinti primari: cibo. Ragione: responsabilità.

La responsabilità diventa un'abitudine, e noi essere umani veniamo ricondotti allo stadio di automi.

Strisce bianche, come una zebra. Mi sfiora un deficiente in scooter mentre attraverso.

Dal profondo del mio midollo spinale sento il tipico formicolio che precede una maledizione. Me lo immagino schiantarsi sulla donna delle cinque gravidanze.

Può l'impatto con uno scooter a trenta all'ora ucciderla? Sicuramente c'è bisogno di qualche concausa.

Mi frugo meccanicamente nella tasca, ma ho solo un accendino. Devo essermi dimenticato di aver smesso di fumare.

Tentativo numero? 40 come minimo.


Voglio una borsa? Voglio un cappello? Posso comprare a prezzi migliori di quelli propinati dagli ambulanti. Il mio obiettivo è il bar dell'università.

-Un cornetto.

-55 centesimi.

Un prezzo quasi politico.

Lo prendo alla marmellata, delle creme non mi fido.

Paranoia? Retaggi materni? Postumi dell'esame di microbiologia?

Nulla di tutto questo. Eì solo che i grassi animali sono sensibili alla perossidazione, e quel retrogusto di aldeide volatile mi fa abbastanza cacare.

Ventidue. All'esame ventidue. Di anni forse ne ho ventidue. Un numero abbastanza insulso. Più si invecchia più il tempo procede velocemente. Di aver superato i diciotto da quasi quattro anni me ne sono accorto a malapena a dicembre scorso. Ennesima bocciatura, ennesimo tentativo velleitario, ennesima non volontà di imporsi sugli eventi. Potessi vivere in eterno mi fermerei all'università per un ventennio buono, ma per il momento, seguendo l'esempio di gente più anziana di me, l'oblio dell'università penso che me lo riserverò in toto per il post-pensione.

Strappo un pezzo di cornetto, e cerco il solito passerotto. Non mi illudo che sia sempre lo stesso, ma faccio uno sforzo di immaginazione e mi invento un segno qualsiasi per contraddistinguerlo dagli altri. Una macchia sul petto, una svastica su un'ala, un punto rosso sul becco, un modo di ondeggiare la testa preciso, etc.

Prende il pezzo di cornetto e vola via. Qualche ingombrante piccione lo importunerà. Lui dovrà solo tornare da me, ed a quel punto io staccherò la testa al piccione, lo metterò in una tasca bardato di tovaglioli da bar e lo bollirò. Non so come si prepari un brodo di selvaggina, ma penso di aver cucinato cose più complicate.

Due bambini parlano tra loro di cose futili e bellissime.

-Ti ricordi quel bicchiere da caffè che abbiamo tirato sul muro del giardino?

-Sì.

-Hai presente che si è spezzato in un miliardo di pezzi piccolissimi?

Penso tra me e me che se i pezzi erano troppo piccoli, allora c'era abbastanza piombo in quel vetro da giustificarne la definizione di cristallo.

-Sì, sì, come no.

-Beh, delle formiche hanno preso tutti i pezzi e si sono costruite un formicaio bellissimo. Dentro ci hanno portato un sacco di animali morti. Vuoi venire a vederlo?

-Certo!

-Allora andiamo!

Da bambini si possono imparare abbastanza stronzate da sapere come comportarsi da adulti. Io personalmente faccio così.

Ogni singola testa di formica con un pezzo di cristallo in bocca me la immagino chinata col capo verso terra. Tutte schierate in favore di logiche di colonia, di gruppo, di società, tuttavia non possono non ricordarmi giudei ed altri semiti impegnati nella costruzione di piramidi egizie.

Anche quella è vita.

Finito il cornetto riprendo a camminare. La gelida acqua delle fontane di questa città. Ti rinfresca più di un the al melone. Al limone. Al melone d'acqua. Al melone di pane.

Il vento ha smesso di soffiare, ma l'umidità avvertita dalla mia pelle è quella tipica dello scirocco. L'inverno sta cedendo il passo alla primavera, e scostandosi bruscamente non può che evocare tempeste. Tutta questa bassa pressione è il preludio dell'ultimo temporale di 'sta sessione maledetta.

Ogni singolo passo che muovo mi illudo sia un esercizio della mia volontà. Non è così, è abitudine, il camminare è un esercizio della casualità. Avessimo in mente tutte le azioni stupide che facciamo non avremmo neppure il tempo di pensare.

Occorre rassegnarsi al caso.

Passo per il mio vecchio quartiere, quello in cui ho smesso di abitare da luglio. Sarà per imprinting ma è il mio preferito in assoluto. Palazzi alti, femmine della mia stessa specie provenienti dai verdi pascoli del Nord Europa. In termini meramente statistici, nettamente superiori alla fauna locale.

Ma l'induzionismo abbinato al razzismo ti fa passare per scemo di questi tempi.

Soprattutto dove sono diretto?

La riposta è una sola: dall'altra parte della stazione, qualunque cosa ci sia.

Ci deve essere assolutamente una serratura che si apre col sangue.

Centra niente una chiave di carne?

Forse, banalmente, per serratura che si apre col sangue, si intende quella della porta dell'altro mondo. Trovandomi malato di una forma mediamente grave di ateismo, certe domande le ho da tempo poste nel cassetto dei pensieri che fanno perdere tempo.

Tuttavia ritornano. Come i ricordi idealizzati di ex ragazze. Si riuscisse serenamente a trovare i lati negativi delle cose a distanza di tempo, la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita si assopirebbe di molto.

Mi immagino un ferroviere pronto al servizio fermarmi e dirmi:

-Guarda, tu hai tutti i mezzi per capire come stanno le cose. Devi solo fare uno sforzo di visualizzazione, mettere tutto a posto come in un tetris qualsiasi. A quel punto puoi rifare il letto e tornare a dormire senza preoccuparti di niente.

Dovrei rifare il letto prima di andare a dormire.

Il letto lo si rifà solo la mattina. No, forse lo rifaccio comunque prima di andare a dormire.

Esco dalla stazione, dall'altro lato della stazione. Sono diretto alla fermata del tram. Almeno di questo sono sicuro.

Le facce della gente fuori dalla stazione. Sono tutte sfigurate da qualcosa. Tutti hanno fretta, nessuno vorrebbe essere lì.

Le facce, le generazioni di facce, la materia che si sforza di conservare la sua forma. La materia che, cambiato nome in vita, combatte fino a perdere strati di complessità nel tentativo di conservarsi, o produrre delle copie simili a lei. Questo siamo come essere viventi. Il settanta per cento del peso secco delle feci è costituito da batteri. Mangiano cibo, e dentro di noi buona parte del cibo diventa bestie, piccolissime e bruttissime bestie procariotiche.

Questo voglio rimanere come essere vivente?

Arrivato a certe considerazioni, o le ignori, o smetti di respirare. O smetto di respirare io.

Ancora un passo, ed arriva abbastanza veloce. Non ce la farà mai a fermarsi in tempo, i freni possono anche essere buoni, ma l'ho battuto sul tempo.

Quell'ammasso di metallo pesa abbastanza da ammazzarmi.

L'uomo che implora la fortuna di ucciderlo attraversando col semaforo rosso.

L'impatto non è dove me lo aspetterei. Un colpo alle spalle mi fa sobbalzare in avanti, mi graffio sull'asfalto, ma in nessuna direzione vedo bolidi pronti a farmi esplodere le ossa e gli organi.

Alle mie spalle un ragazzo in scooter per terra. E' lo stesso di venti minuti fa

Per terra, probabilmente morto.

Anche lui deve essere passato col rosso.

Devo trovare un tabacchino.

Tentativo di smettere di fumare numero 40: fallito.

Tentativo di smettere di vivere numero 1: fallito anch'esso.

Chissà dove cazzo ho lasciato la busta della spesa.

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lunedì, 02 marzo 2009, 15:45
Scopatatamachia
Sintesi sbandafuturistantiborghese

(maconmalignifinanziamentimprenditoriali)

in UNICO ATTO


Personaggi: Balcone, TV Color mondialcasa Manico Di Scopa, Dimensione
Tempo. Sole

Balcone: Frigidume
Tv Color: Sigla TG5
Manico di Scopa: (inquietante silenzio)
Dimensione tempo: pausa di metariflessione emotiva.
Pioggia: Plic, Plic
(come d'un tratto le nubi spariscono, e comincia a
grandinare. Spunta un lucente sole)
Sole:_____________(proiettando ombre).
L'ombra del manico di scopa, allungata, si fonde con
un innocuo sacco di patate, patetico,
....... lasciato lì per disonore e fallimento.
Sacco di patate: frrrrrrrr......bang, bing, bong....tutttuu tuuttuuu
tuuuuuu (da una fatale apertura scivolano fuori in ordine entropiche
patate)
Dimensione tempo: 2 X
TV Color: delle violenze sessuali che aumentano giorno dopo giorno.
Per queste ragioni il parlamento
Manico di scopa: ieeeee...tum (cade per una raffica di vento entrata
da una finestra vicino al balcone
Balcone: Noia
Dimensione Tempo: 3X
Il manico cade sul sacco, aumentato la fuoriuscita
libera di patate.
Sole: irradia come può
Manico di scopa e sacco di patate proiettano un'ombra
oblunga, cristallina. L'ombra delle . patate appare
piccola, ed il caotico movimento le assimila a formiche.
Tv Color: Wendy,non hai sentito il mio TOC TOC
La scena di sangue cruenta, mista alla luce del sole
tinge la stanza di un acceso rosso.
Balcone: Interesse
Dimensione tempo: Tensione
Porta: clic...booooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooom
La porta si apre, con un'altra folata di vento.
Dimensione Tempo: Benòn

Fine

(escono due attori dalle quinte)
Attore I: E come lo prende in culo l'uomo?
Attore II: Non c'è neanche sulla scena.

Frutta e ortaggi raggiungono la scena, ma anche polli arrosto e varie
leccornie. Lo scrittore avrà di che ruttare


Iperfine

postato da zagabria · permalink · commenti (4)

lunedì, 02 marzo 2009, 14:04
Da tempo ormai immemore tal blog pare lasciato alla solitudine tipica della sabbia del deserto e dello sperma nelle fogne, ma avvicinandosi nuovamente la primavera è il caso di riprovare a far fermentare tutto questo materiale organico rimasto negli spazi tra i nostri denti.

Il tema della sfida è:
L'uomo e il destino.
Chiaramente deve trattare del determinismo, di come l'uomo lo prenda in culo dal destino o anche viceversa.
Giusto per rendere più divertente la sfida come elementi bonus andranno inserit:
-un formicaio di vetro
-una ex-fidanzata invecchiata di tre volte il tempo passato dall'ultimo incontro con lei (5 anni effettivi X 3=15 anni maligni.)
-la solita serratura che si apre solo in presenza di sangue.

Al solito il limite è di 3mila parole, mandate i vostri racconti a blackat@alice.it.
Mi raccomando non siate eccessivamente volgari e non prendetevela in maniera gratuita contro le minoranze etnico-religiose.

La sfida si conclude il 7 marzo!

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Milva manda affanculo ad una certa età. Non cadiamo nella sua trappola dell'odio, vogliamoci bene utilizzando quello che la natura ci offre. Più sapone per tutti, non sprechiamo l'olio andato a male, qualcuno, specie in stazione, ha bisogno di una saponetta.
Il nodo della questione (tricotica)
I problemi veri iniziano quando sei convinto di starti muovendo nel giusto, e tutto va a puttane. I passanti si domandano dove tu stia andando, anche se non sei vestito in modo da attirare l'attenzione. L'odore più selvatico, quello del sudore decomposto. Saluta tutti quanti, non dimenticare nessuno. E' necessario, è necessario, è doveroso. Anche Alberto Angela me lo faceva spesso presente ai bei tempi.
La sfida non finisce mai
Mille altre sfide seguiranno questa. Occorre che i giovani si impegnino in queste imprese, oltre che al recupero della Corsica, anche attraverso una banda armata di matrice piratesca.