 Nome: Antonio Zagabria Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.
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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
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venerdì, 16 marzo 2007, 17:19
Continuo ad osservare il mio polso,interessanti vene blu scorrono al disotto dell’epitelio,appena visibili,come invitanti frutti del peccato…gridano a gran voce una lama liberatrice.
Un cazzo di codardo non riesce nemmeno a toccare l’impugnatura del coltello. Fermo immobile sul cielo brillante bianco e nero.
“Maledetto stronzo che fai lì impalato? Vieni a darci una mano con le assi,alzati…abbiamo più bisogno noi del tuo culo che il pavimento” faticosamente, mi alzo dal mio angolo,ormai non sento quasi più né fame né sete,le gambe molli come in un sogno surreale…non importa,non posso farla finita. E mentre la lama mi guarda dal basso,come un deluso amante,mi avvicino all’avanzo di galera davanti al vetro,intento a inchiodare alcune assi all’ennesima finestra;con il suo amico…non più rassicurante di lui. Mi sbatte un’asse in pieno petto,con uno sguardo alla soda caustica mi intima ad aiutarli.
Tic tac tic.L’ennesima asse piantata, ormai l’Hotel Cilindro assomiglia più al braccio della morte che all’aristocratico Hotel milanese che tutti conoscono. Una fortezza inespugnabile,cadaveri che si barricano nei loro sepolcri.
LUCE
Come tutte le mattine l’ha svegliato,frettoloso è salito in auto,veloce verso il proprio ufficio.
Bello,giacca e cravatta, Mercedes.
Figlio dell’autoerotismosocialmenteindotto.
CURVA
CURVA
INCROCIO ROTONDA
TANGENZIALE
RITARDO
Non ha mai avuto bisogno della mano di una donna,ne aveva due sue.Per mantenerle sempre lisce e funzionali l’unica cosa di cui necessitava era il suo lavoro ben pagato.
ROTONDA
CAMION
VICINO VICINO
DESTINO
I 50.000 euro frenano invano, 650 euro by Armani, sembrano doversi fondere con la carrozzeria.
FRASTUONO SILENZIO
BUIO
L’uomo si ridesta contornato dai resti della sua vettura,tutta la tangenziale è ferma, il camion anche,buio è notte. Tutto è immobile non vi è nessuno nelle auto abbandonate.
Qualcosa si muove. C’è. Qualcuno.
.
Nicolas esce dal suo lucente involucro, dolorante, un rivolo di sangue solca il suo volto,poco importa. Alla penombra dei lampioni cammina tra la fila sterminata di auto vuote,spente. In lontananza qualcosa si muove,sempre più lontano, sembra stia fuggendo.
Presto gli alti palazzi cittadini accolgono la figura di Nicolas,case vuote,vie deserte,nemmeno i gatti rovistano nei cassonetti,nessuno.
In lontananza qualcosa si muove, dejà vue. Bloody Armani si avvicina. Dentro una casa,dalla finestra, si appresta una bambina, capelli d’oro, occhi lucidi, sei anni, coppia a piangere. La piccola correndo apre la porta, salta addosso all’incidentato,come un padre. L’abbraccia, mano nella mano si allontanano, i singhiozzi non si placano.
HOTEL CILINDRO – HALL
Buio come il resto della città, le luci all’interno sono accese, dalle ampie porte di elegante perspex da esposizione 4 figure. I due si avvicinano.
Un grosso uomo calvo e tatuato, un giovane smagrito e sporco,un vecchio geriatricamente vestito, una giovane donna indossa solo una leggera vestaglia di pizzo blu semitrasparente, lunghi capelli rossi ondulati, occhi verdi. Piange,ma assai più contenuta della bambina.
Le porte si dischiudono e la famigliola neobinucleare fa la sua entrata, gli occhi dei presenti divengono stranamente allegri,si sgranano “cos’è successo” l’infante anticipa tutti, l’aitante barbone risponde “non c’è più nessuno…siamo rimasti solo noi qui…” naturale l’affermazione in una situazione tanto paradossale. Senza dire altro,ognuno nel suo silenzio si assopisce, ognuno nel suo angolo della Hall dal pavimento a scacchiera, dal capo di Nicolas cade ancora una goccia di sangue,fermandosi nel perfetto centro di una piastrella bianca. Non quella nera.
Frastuono,la porta di perspex viene dischiusa da qualcosa dalla stazza di una BMW 3.20,irrompe nella Hall. Un essere degno di una puntata speciale di natale per discovery channel, un lumacone nero di 400kg, non produce versi propri, se non lo sguisciare della sua pelle. Non pensa Nicolas,prende con sé la bambina e scappa verso il Bar,la piccola urla,mentre lo scivoloso amico con l’imbarazzo della scelta si scaglia sul più lento. Il geriatrico paladino,ancora parzialmente inginocchiato e solo,emana un’urlo di rabbia e sfida. Urlo al quanto comico. La molle parca recide il filo,veloce spalanca le fauci, del tutto simili a un tubo senza fine di circa 2 metri di diametro.
Lo stesso suono che si potrebbe udire in un cartone animato,l’anziano viene aspirato dalla bestia come un sugoso spaghetto,rimane solo il ricordo di un uomo.
Come impazzito il nero mostro fugge dall’albergo.
Come impazzito il cielo si tinge di un verde abbagliante, inusuale e fastidiosa alba accoglie l’orrendo giustiziere che aggrovigliandosi in mezzo alla deserta strada inizia a corrodersi e presto diviene cenere.
Sconvolte le menti dei presenti, lo sguardo infastidito e bruciato dalla luce. Un nuovo giorno con le sue labbra venefiche.
Erno morti tutti perché? Disastro naturale, guerra nucleare,piaghe divine o iniziativa pubblicitaria Coca-cola? Davvero importa? Forse questo è l’inferno, e Dio ha deciso di punirci per la nostra corruzione, e non ci è possibilità di redenzione se non la sofferenza eterna; o forse siamo solo gli ultimi dinosauri dopo il meteorite…probabile.
Amo la piccola Pamela,mentre inchiodo le assi la guardo, è splendida nella sua infanzia, ora probabilmente sta facendo un incubo, è visibilmente sudata. Mentre una goccia di sudore scivola lungo il collo, giù dalla scollatura della magliettina rossa….non si merita tutto questo,non si merita di morire lentamente. Sorseggio il bicchiere d’acqua appena portatomi da quella troia sconvolgente di Nadia,non parla molto,meglio così; anche l’ultima asse è stata fissata ed esausto mi abbandono sulla regale sedia d’attesa,un morbidissimo cuscino di piume di struzzo mi sostiene dolcemente.
Alba. Fastidiosa luce verde trapela appena dalle finestre barricate, anche l’ampia porta di perspex è del tutto rinforzata con diverse pesanti travi all’entrata, ottima strategia, si può visualizzare tutto ciò che vi è all’esterno essendo completamente al sicuro. Tutti dormono nei divanetti infondo alla Hall,nessuno osa salire le scale. Silenzio,passo dopo passo mi avvicino a Pamela, un leggero bacio sulla fronte mentre le scosto i capelli. Si sveglia “che c’è?” placo la vocina assonnata avvicinando il dorso dell’indice alle sue labbra,tace. La sua piccola manina scivola nella mia,mentre l’invito a seguirmi di soppiatto verso la porta.
Insopportabile il nuovo sole. Sole mortale,tenuto distante solo da un tendone anteposto all’entrata come una tettoia squisitamente concava, sposto le travi, pesanti, scricchiolanti, un leggero tonfo quando toccano terra,ma nessuno si veglia. Il mio piccolo angelo non capisce mentre si para gli occhi dalla violenta luminescenza. La porta è aperta.”vieni qui tesoro, abbracciami” sussurro mentre anticipo qualsiasi sua domanda “ti porto via da qui”. Il mio volto a fianco del suo, rialzandomi la sorreggo tra le braccia, apro la porta. Il calore è insopportabile, almeno quanto tenere gli occhi aperti, posso sentire friggere qualcosa in lontananza. Un bacio ancora alla mia bimba. Una carezza lungo i biondi capelli.
Mi sforzo di tenere gli occhi aperti.
Lo stesso suono attutito simile a quello delle travi, il corpicino a peso morto quando cade per terra. Non è stato difficile lanciarla,leggera come un gattino, il suo urlo come un sommesso miagolio, tremendamente alto. Arretro tornando dietro la porta, senza mai distogliere la visuale. Eccola per terra impietrita, la pelle inizia a bruciare come cartavelina, un ultimo urlo altissimo. Come un pupazzo di neve, ogni parte dle suo corpo si tramuta in fragile cenere, collassando su sé stessa.
Il dono più grande che potessi farle: la libertà. Dietro di me schiamazzi,urli da parte della troia…ma a nessun’altro farò questo dono, nessuno di loro si merita di uscire da questo inferno, se sono qui è perché vi è un motivo…
Il carcerato mi ha confessato di aver nascosto l’occhio di vetro del vecchio padre nel proprio retto,prima della perquisizione all’entrata del San Vittore, per paura che glielo rubassero… Meti, tipico nome da albanese, come Gianni tipico nome da barbone, e in fine Nadia,usuale nome da troia…siamo tutti rifiuti nello stesso cassonetto,Dio non deve amare la raccolta differenziata.
L’innocente era solo lei, forse questa era la mia opportunità di redenzione. Tra poco,nuovamente, il mio sangue abbraccerà la piastrella nera della Hall.
Non quella bianca.
LUCE
REPARTO RINANIMAZIONE
Nessuno vi è al letto di Nicolas, solo, con i propri elettrodi. “coma irreversibile” esclama l’uomo da 5.000euro mensili, sfavilla il camice bianco.
Giacciono immobili, attaccati a respiratori, decine di corpi nei loro candidi e morbidi loculi.
Cigolii di rotelle, il lenzuolo a coprire il volto.
Stamattina se n’è andata la piccola Pamela.
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venerdì, 09 marzo 2007, 14:14
Eiaculazioni di flamenco e profumi arabi e indiani invadevano il vecchio locale dal sapore vintage, meta di giovani ragazzi che si pensavano nostalgici di anni non vissuti, lieti di assistere al dimenarsi allucinato di un Jim Morrison figlio del duemila, in una delle “The end” peggio riuscite dal gruppo.
La serata non era male.
Ma l’essere meritava attenzione, particolare attenzione, e neanche una lunga bevuta riusciva a distoglierlo da quel pensiero. Ma lui voleva concentrarsi, non distrarsi. L’alcool era un’abitudine, un vizio che non gli costava in termini di pelo, ma in termini di lavoro sì, eccome se l’aveva pagata cara…l’ex professore quella sera non sentiva.
Aveva un braccio addormentato, ma si concesse ugualmente l’amarezza di un flipper. Durò cinque minuti, prima che l’occhio di vetro fosse risucchiato per la terza e ultima volta declamandone la sconfitta…un laconico game over, non che si aspettasse altra risposta da un flipper, ma dentro di sé ammise di esserci rimasto male.
Pagò al bancone, l’essere lo voleva, lo richiamava.
Pagò una seconda volta. Ma il destinatario stavolta era un travestito colombiano che ritirò il denaro appena salito in macchina: un martello e una chitarra acustica poggiati sui sedili posteriori facevano da spettatori all’ormai consueto spettacolo. L’aiutante cambiava, ma, slacciati i pantaloni, la trama rimaneva sempre la stessa. Anche Lui, nel bagagliaio, a suo modo poté comprendere la situazione…per Lui sì, quella era la prima volta. Avvolto in una busta di plastica, legato, al buio e con un’acustica non certo pulita. Tuttavia era nelle sue facoltà la possibilità di comprendere. Per il professore la prima volta non fu
gradevole, come poteva esserlo per un ragazzo di quindici anni? Come poteva esserlo in un oratorio?
Da pochi mesi a questa parte ogni sera tornava a pensare alla sua classe, alle ragazze che pubblicamente gli dimostravano affetto, e a lui che invece glielo dimostrava privatamente. Le troppe scollature, ogni giorno, avevano un significato, nel suo modo di pensare. Evidentemente era lo stesso modo di pensare delle sue alunne.
Ma lui si torturava. Gemeva e ripensava a Lui, chiuso nel bagagliaio da una decina di ore. L’aveva voluto. L’aveva scelto.
Abbandonò il compagno di nottata e si diresse verso casa…ma Lo sentiva, Lo sentiva graffiare dentro. Trovò un facile parcheggio sotto casa. Scese dalla macchina massaggiandosi il braccio ancora indolenzito. Diede luce al bagagliaio, aprendolo e si caricò il pacco su una spalla. Salutò un vecchino e non badò troppo alle urla di due checche che venivano pestate a sangue da un teppista nero appena diplomato. Non è dato sapere in quale scuola e in quale indirizzo.
Salì le scale, quarto piano.
Quattro mandate prima di poter aprire la porta di casa. Lo posò nel mezzo del salone.
Mancava poco ormai, decise di spogliarsi…lo faceva sempre quando “pensava” con le sue studentesse. Si arricciava freneticamente i peli del petto, e con la mano passava convulsamente dal mento barbuto alle ascelle.
Lo scoprì.
Ora poteva guardarlo nuovamente in faccia, occhi negli occhi…anche Lui aveva la barba. Fu sollevato dal vedere che stava bene, anche se la sua preoccupazione in giornata non si era posata tanto sul Suo stato: cosa doveva farne? Non cambiò idea, rimase coerente con la sua decisione iniziale nonostante avesse tentato di ripensarci, e in effetti l’aveva fatto numerose volte. Ma ora era convinto.
Lo trascinò vicino alla sua poltrona rossa, con il cuscino di piume di struzzo; era buio ma riusciva a vederlo. Sopra la Sua testa un quadro con tende rosse. Si alzò in piedi fissandolo e si meravigliò della sua idea: chi poteva dire di avere un nano da giardino in salotto? Chi?
Il suo piedistallo a scacchi stonava un po’ con il parquet, ma a questo avrebbe rimediato.
Era magnifico! E l’aveva trovato vestito in giacca e cravatta, con una lente nel taschino, pochi capelli castani e una folta barba arruffata.
Pensava che prima o poi avrebbe cominciato a parlargli al contrario…un pensiero molto lynchiano…
“Sì…e i gufi non sono quello che sembrano…certo…”
Rise, nudo.
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mercoledì, 07 marzo 2007, 17:39
I.
Il Cavaliere veniva da un mondo impossibile. Era vestito in bianco, ma sulla sua tunica correva un storta croce nera, certo non un emblema di crociati; e la sua armatura era strana, appuntita e spigolosa, e complessa. Lo scudiero che lo seguiva, a piedi, era deforme, ed enorme e curvo, come un campanaro di romanzo gotico, ed anch'egli indossava una curiosa specie di corazza, più leggera di quella del Cavaliere, ma comunque molto più spessa, e complessa, di quella di qualunque guerriero di questo mondo.
Lo scudiero vestiva in nero, e la croce sui suoi abiti era bianca; portava un cappuccio sbrindellato, ma il volto del Cavaliere era nascosto sotto uno spesso elmo. E gli occhi del viaggiatore brillavano cupi come braci, ma erano tristi, e sperduti.
Proseguivano, strascicando i piedi pesanti, e certo chiedendosi da dove venissero, e dove andassero.
Attorno a loro, la spessa foresta pareva una distesa di scheletriti rami anneriti da inconosciute piogge acide.
“Il Re Errante ci ha ingannato, mio signore, una volta di più. Ne abbiam piene le palle di seguir crociate, di riconquistare artefatti, di fracassare città.
“Io voglio tornare a casa, mio signore.”
Ma il Cavaliere sospirò soltanto, nell'aria grigia di quel mattino di un inverno che non aveva conosciuto neve, e soltanto proseguì, muovendo il cavallo smagrito, curvo sotto il peso delle asce e della lancia che portava appese sulla schiena. All'asta della lancia, uno stendardo consumato era appeso, attraversato da molte pallottole.
“Se ricordassimo ancora dov'è la casa, Ylwric. Se lo ricordassimo. Lo abbiamo seguito per così tanto tempo da non ricordare più neanche da dov'è stato che siamo partiti.”
“Mio signore, da qualche parte oltre l'orizzonte delle dimensioni, ecco da dove siamo partiti. Giriamo i tacchi ora, e torniamo verso casa, oltre il caleidoscopio degli universi, che ci mostra soltanto mondi spezzati. Cosa ce ne importa, della guerra, e delle dispute dei Signori?
“Noi siamo per il Re Errante soltanto delle carte gettate sul suo tavolo, tarocchi che anch'egli ha dimenticato come interpretare.”
“Tu l'hai mai visto, Ylwric? Il Re Errante, intendo. L'hai mai incontrato?”
Lo scudiero ristette, per un istante credendo che il Cavaliere potesse aver incontrato il loro lontano principe.
“No, mio signore, mai.”
“Neanch'io, Ylwric. E' per questo che proseguiamo. Perchè è una questione di fede. E alla fede si crede ciecamente, senza porsi domande.”
E lo scudiero non pose altre domande, e proseguirono oltre, nella landa desolata, attraverso il marasma di mondi, trascinandosi.
II.
“Yd è qui. Ho avvertito quel leggero incresparsi che denuncia la sua vicinanza. Quel contrarsi del cuore, del mio sangue che gli appartiene, che freme all'avvicinarsi del padrone.
“Chi, cosa è Yd? Non lo so, non l'ho mai saputo.
“Gli ho strappato un'occhio, e l'ho ingoiato, per fargli del male. Ma è sopravvissuto; come potevo credere che Yd potesse morire?
“E ora torna a prenderselo.”
Violet sedeva, torcendosi, su una buffa sedia, dal cuscino imbottito di piume di struzzo, ma questo lei non poteva saperlo; le ombre che irrompevano dentro la stanza, gettate dalle finestre, disegnava curiose scale di grigi, sul pavimento a scacchi, bianchi e neri, ma pareva a Violet che fosse in quelle ombre qualcosa di sbagliato, come se alcuni angoli non sarebbero dovuti esistere.
“Non ho mai capito davvero come, per lui, venire a letto con me fosse come la zoofilia, un piacere esotico e curioso, in cui l'orgasmo era meramente secondario alla soddisfazione di una certa urgenza, un'attrazione verso la bizzarria.
“Non sono riuscita a non odiarlo – non dopo quello che mi ha fatto, non dopo la terribile intrusione che mi ha costretta a subire.”
“Oh, ma dove sono, che posto è questo? Io non l'ho mai visto, io non so dove io sia. So solo di esser scesa dalla metropolitana, alla fermata di Queensway, a Londra, Inghilterra, nel 2007, Annus Domini, e d'improvviso, fuori dalla porta, ogni folla era scomparsa, ed io ero sola, qui, in questo luogo che non conosco. Il paesaggio al di fuori è ovattato dalla nebbia; l'ultima candela si è consumata poco fa.
“Ma io so che Yd sta arrivando. E so di non essere più a casa, so di essere in qualche luogo lontanissimo oltre i confini del possibile.”
Aveva conosciuto Yd per caso, proprio su una metropolitana. Violet aveva diciassette anni, allora. Yd era oscenamente carismatico, questo Violet l'aveva notato al primo istante. Le aveva sorriso, ed i suoi occhi avevano brillato, e lei era già pronta a darsi a lui, in quel breve istante. Ma uno dei suoi occhi non era vero. Era un qualcosa di vetro, e tuttavia pareva curiosamente vivo. Non c'erano iride o pupilla, in esso, ed un orribile cicatrice sfigurava quel volto altrimenti perfetto, squadrato, simile a porcellana.
E Violet era rimasta colpita da quel gruppo di uomini e donne che, ora lo sapeva, venivano da un altro tempo, un altro universo, e che Yd chiamava: la mia ciurma.
Molti erano come lui: alti, fisicamente potenti, capaci di muover gli oggetti con la forza del pensiero, di leggere la mente, di sopravvivere in letargo, di frammentare la propria autocoscienza, ed altro ancora, che Violet ignorava, che Violet non aveva visto fare.
Altri, erano di specie più curiose, roba che mai Violet aveva creduto sarebbe stato possibile vedere, proprio là, nel cuore di Londra nel XXI secolo; alcuni sembravano guerrieri venuti fuori da un Medioevo su Marte, coperti in stracci neri, incapaci di parole, con lance lunghe, ricurve, seghettate, simili a falci concepite per mietere un grano di ferro.
III.
Sfilavano adesso attraverso la campagna, marciando oltre brughiere grigie ed alberi preda dell'inverno, dove antiche foglie dorate si disfacevano, disposte in strati.
Ma d'improvviso, osservando la distanza da sotto il cappuccio sbrindellato, lo scudiero si fece immobile.
Per lunghi istanti, rimase paralizzato, osservando le distese di bianchi, grandi fiori dai petali come di velluto, a oscillare nella brezza di quel mattino sospeso in un mondo che non esiste.
“Mio signore. Mio signore!”, urlò lo scudiero, rincorrendo il Cavaliere, lento e pesante sotto la grande corazza ed il greve bagaglio.
Il Cavaliere si voltò appena, debolemente, reclinando la testa un istante sotto il pesante elmo.
“Mio signore, siamo a casa! Siamo a casa!”
Il Cavaliere parve smarrito, chè non riusciva più neanche a ricordare, di aver mai udito una simile parola: casa.
No, non detta in quel modo, con quella furia.
“Guardate, mio signore, guardate! Là davanti! Davanti a noi, oltre la bruma, vedete le sue luci? E' la Città di A.! Siamo tornati a casa, nel Regno delle Cose Perdute!”
Ed il Cavaliere strizzò gli occhi, sotto l'elmo che aveva portato, ininterrottamente, per così tanti anni, da non riuscire più a ricordare come fosse la nuda luce del sole; e, nella distanza, vide infine i portali della Città di A.; gli archi di trionfo, le torri invitte, i colonnati di granito, quadrati e sterminati.
Vide le cattedrali, e vide, lontanissima adesso, ma sempre più nitida man mano che si avvicinavano, la veste color indaco della Guardiana: la sentinella della Porta, che stava seduta sul terzo scalino in una progressione di sette, presso la Porta che era detta del Mattino. E la sua grande spada stava mollemente abbandonata nel pugno dolce, nella sua mano sinistra, ed essa si osservava la punta dei piedi, il capo reclino, la mano libera nei capelli corvini, mentre la brezza agitava la lunga veste sbrindellata, e faceva tintinnare i campanelli, e gli altri orpelli che essa portava appesi al collo, o sulle braccia.
Era la Guardiana, non c'era dubbio.
“Sì, Ylwric. Hai ragione. Siamo tornati a casa. Siamo tornati nel Regno delle Cose Perdute, il dominio del Re Errante, egemone del possibile.
“Siamo tornati nella terra dalla quale non si può fuggire; e se ora ci voltassimo indietro, per attraversare nuovamente le nebbie, per tornare sugli innumerevoli campi di battaglia degli infiniti mondi al di fuori, le brume e le nebbie inevitabilmente ci restituirebbero alla Città di A.
“Siamo tornati a casa, nel luogo dove, dentro la stanza più alta della Torre di San Michele, sta il trono vuoto del Re Errante. Ed infatti qui, nel Regno delle Cose Perdute, il tempo è fermo.
“Siamo tornati a casa.”
Procedevano adesso di fianco ad uno dei colossali acquedotti che, dalla distesa salina attorno alla Città di A., giungevano fino alla grande città.
Presso una delle cappelle dedicate a Nostra Signora della Polvere, il Cavaliere si fermò, sulla sponda di un ruscello che scorreva grigio, quasi immobile e simile a specchio, sotto il cielo invernale simile ad un vetro opaco.
“Siamo tornati a casa. Siamo tornati a casa. Oh, non siamo più legati al Re Errante, non gli dobbiamo più infinita fedeltà, non dobbiamo più seguir le sue crociate, trovare i nidi dei vampiri ed i luoghi dove le bestie che mutano forme sono nascoste; mai più ad affrontare orrori muniti di tentacoli, o a inseguire navi di pirati delle dimensioni là fuori, nel gelo infinito del mare di possibilità, dentro il quale tutti i mondi mai creati galleggiano come isole baluginanti.
“No... mai più... siamo tornati... a casa... Ora possiamo... finalmente... scomparire...”
E lo scudiero annuì gravemente, mentre, lentamente, dolcemente, essi svanivano, scivolando via nel mattino invernale, divenendo polveri e vapori, disfacendosi piano, trovando infine la pace.
IV.
D'improvviso, Yd sorse, sollevandosi dal pavimento a scacchi, bianco e nero, polveroso e incrostato di antichi umori, sul quale per molte ore aveva giaciuto, dopo che Violet gli aveva strappato via l'occhio da dentro il cavo del cranio.
Sbattè le palpebre.
Un nuovo globo oculare era stato situato dentro la cavità dell'orbita; più evoluto del precedente, ma meno gradevole alla vista, più evidentemente innaturale. Una sfera di metallo lucido e privo di increspature, simile ad argento, a brillare innaturale dentro il volto squadrato di quell'uomo artificiale.
Era un gigante. Si sollevò, nella sala operatoria, e sfiorava i due metri. I capelli racchiusi in dreadlock, biondastri, raggiungevano le natiche. Era un colosso, e Violet, che egli cercava, per riprendersi l'occhio adesso rimpiazzato, lo aveva visto compiere imprese fisiche che erano addirittura oltre quello che la sua enormità fisica poteva far intuire.
Socchiuse gli occhi; e cercò, attraverso le vene della città, un luogo preciso. Aveva trovato Violet, cercandola con occhi della mente. Sapeva che non era ancora andata via. Sapeva che stava correndo, attraverso luoghi sotterranei, per sfuggirgli.
Sorrise appena, Yd, rivelando i denti irregolari, alcuni dei quali curiosamente appuntiti.
L'occhio che a Yd era rimasto brillava terribile, ma egli teneva sulle labbra quel suo mezzo sorriso; attorno a lui, era la sua ciurma.
Non pronunciò parola. Fuori dall'alta torre, in quel grattacielo in rovina, si estendeva la città; la luce del meriggio estivo, che moriva, irrompeva dentro, dorata, scuotendo le polveri. La sua ciurma stava immobile. Il capitano era stato privato del proprio occhio.
Ora doveva, lui e soltanto lui, vendicarsi.
Camminò, lentamente, ieratico, fino ad una delle enormi finestre; la aprì, metodicamente, e il cigolare dei cardini arrugginiti spezzò l'aria come una voce di uccello preistorico.
Respirò l'aria, intensa e viva, di quel giorno che moriva.
Poi, allargando il proprio sorriso, si tese appena, come un arco lieve; e in un istante precipitava attraverso l'aria, per molti piani, divenendo sempre più sfocato e irriconoscibile.
Finché infine non si disfece completamente, scivolando tra le intercapedini delle dimensioni, viaggiatore del tempo.
V.
“Ho condiviso il suo sangue. Io so che nelle vene di Yd non è il sangue cremisi; egli possiede una linfa argentea, simile a mercurio, e so che, se gli si spara, questa non fuoriesce dalle vene. L'ho visto operare su sé stesso, prendere un bisturi e togliersi via proiettili dalle budella, senza un tremito di dolore, senza un istante di esitazione: senza morire.
“Mi ha iniettato dentro le vene, da una curiosa siringa di vetro, il suo stesso elisir di lunga vita, quel mercurio curioso. Mi ha detto che i miei vasi non avrebbero potuto sopportare una totale sostituzione, essendo io troppo fisicamente fragile; ma mi ha detto che anche lui ne aveva bisogno, periodicamente, visto che la sua milza si era atrofizzata da molto tempo, incapace di produrre quel tipo di linfa nuova.
“Anche Yd, occasionalmente, una volta ogni due-tre giorni, deve iniettarsi dentro questo composto; o iniziare a divenire una mummia, una cosa morta, fredda e rinsecchita. Non rende immortali, no, questo è impossibile, ha detto Yd; ma ha anche detto che può prolungare una vita di uomo per molti secoli.
“Ed io so pertanto di non poter uccidere Yd.”
Si torceva, Violet, chiedendosi poi cosa davvero fosse Yd, da quale mondo egli venisse. E sapeva che presto una risposta sarebbe arrivata.
Dentro le vene di lei, il sangue esigeva una risposta.
Per quanto in quel nuovo mondo dovesse essere inverno, una goccia di sudore scivolava sulla sua pelle, sotto la scollatura della maglietta rossa.
Non si voltò neanche, quando udì passi improvvisi, venuti fuori dal nulla, sul pavimento di marmo bianco e nero. Non ebbe un tremito.
Inspiegabilmente, tirò fuori di tasca invece un massacrato pacchetto di Lucky Strike, senza filtro, sudaticce, quasi un inspiegabile relitto di quell'altro mondo in cui essa non esisteva, più, e ne mise una tra le labbra; poi, porse il pacchetto a Yd, appena, egli fu davanti a lei.
Non si scosse neanche, Violent, quando vide che l'uomo indossava, sopra jeans, stivali e giacca, un grande mantello un tempo nero, ora di un grigio stinto, sbrindellato e consumato come lo stendardo di quel Cavaliere di cui si è detto.
VI.
“Non fumo, Violet, lo sai. La vita eterna ha il suo prezzo, soprattutto in termini di astinenze e digiuni, per quanto certo non nel senso dei monaci stiliti, se mi permetti la fragile freddura.”
Yd, come sempre, come sempre, sorrideva, con quel sorriso sardonico e ironico, un sorriso a metà, che lasciava sempre intuire i denti appuntiti sotto le labbra, senza mai rivelarli del tutto.
Gli occhi dell'uomo si mossero lontano, fissandosi su un punto oltre la finestra; verso di essa egli si mosse, guardando fuori, la distesa di nebbia, oltre la quale forse quel suo nuovo occhio d'argento poteva vedere.
E, con infinita sorpresa di Violet, sospirò pesantemente; quella sua schiena dritta davanti alla finestra, come quella dell'albero maestro di una nave che, dopo infiniti viaggi, ritorni in porto.
“E così, sei arrivata. Sei arrivata nella mia casa. Ti sei chiesta per molto tempo cosa io fossi, davvero, da dove io sia venuto.
“Ora lo sai, o lo saprai.
“Questa è la Città di A. Questo è il luogo da cui vengo.
“E' l'asse delle dimensioni, il punto zero di qualunque sestante, per un navigatore che voglia percorrere la distesa dei mondi.
“Questo è il luogo dove tutti i mondi gettano la loro ombra; ma non è nessun mondo di preciso.
“Cosa sono, io?
“Sì, dovresti saperlo. Adesso sì.
“Sono un uomo. Sono un navigatore, che ha visto mondi infiniti, che ha percorso tutti gli orizzonti possibili, che ha appreso più, molto più di quanto ad un mortale dovrebbe esser permesso.”
Si voltò allora verso la donna, aprendo il suo sorriso, forse per la prima volta in tutta la sua vita, Yd. Ma Violet attendeva, immobile e paralizzata, come fossile, e non capiva cosa volesse adesso da lei quell'essere curioso, che essa sapeva tanto propenso alla malinconia quanto alla furia.
“Esiste un trono vuoto, al centro preciso della Città di A., nel luogo che è chiamato Fortezza dei Quattro Arcangeli; nella torre che è detta di San Michele.
“Quello è il trono del Re Errante. Il re che è sceso dal proprio scranno, e si è fatto mendicante e pirata; un re che ha condiviso il letto di puttane, e che ha bucato così tante volte le proprie vene, carne e sangue fragili.
“E' un trono vuoto da molti anni. Il re vagabondo, il re zingaro, chi è che ricorda più dove egli sia, il Signore delle Cose Perdute?
“Questo è un luogo strano, Violet.
“Qui, alcuni uomini sono progettati nel grembo della madre ancor prima di nascere; e l'utero dentro al quale inizia a fiorire la loro vita è di metallo, nei sotterranei sotto le fortezze dei Patrizi.
“Dove macchine troppo antiche perchè io stesso possa ricordarne il funzionamento incontrano le arti delle vecchie streghe e degli spiriti della notte, bambini geneticamente perfetti sono creati.
“Io sono uno di questi.
“Io sono stato progettato per essere re.
“Io sono il Re Errante.
“Io ho conquistato il trono nella Torre di San Michele, un milione di anni fa, o forse pochi giorni sono trascorsi, qui non cambia nulla.”
Violet, confusa, non sapeva cosa credere, non capiva perchè Yd stesse parlandole in questo modo, non sapeva cosa ci fosse di vero, nelle sue parole; ma le bastava guardar le brume in movimento fuori dalla finestra, per sapere che Yd era sincero.
Le bastava osservare il modo in cui egli parlava, così strano, così spontaneo, per il grande ingannatore.
“Pensavi che fossi venuto a ucciderti, Violet? Pensi che io abbia ucciso il figlio, mio figlio, che portavi nel ventre perchè non desideravo esser legato a te per sempre?
“Beh, hai un mio occhio nell'intestino, amica mia.
“Temo proprio di non desiderare ulteriormente eluderti.
“Sei riuscita a farmi del male. Sei riuscita a ferirmi. Sei riuscita a farmi sentire il peso della tua assenza, non di quella del mio occhio, mentre giacevo immobile immerso nel coma farmacologico, quando i miei uomini rimpiazzavano il bulbo oculare che tu mi hai tolto.
“Ti sei conquistata la mia ammirazione.
“Vieni, andiamo.
“Ci sono infiniti mondi da predare, infinite vite da percorrere.
“Andiamo. La rotta è già stata stabilita, e tu sei nella ciurma.”
E, con propria infinita sorpresa, Violet si levò in piedi, schiacciò il mozzicone sotto i tacchi delle scarpe leggere, e afferrò la mano che Yd, il terribile, gli porgeva.
E camminò fuori, senza guardare quell'ultimo mozzicone spento sul pavimento bianco e nero, con quella scritta, Lucky Strike, che era già per lei come un souvenir da un mondo esotico, intravisto al limitare di viaggi innumerevoli.
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mercoledì, 07 marzo 2007, 16:51
Novantaquattro
Continuavo a fissare quella stupida lancetta che oscillava fra l’essere ancora in vita e l’orlo del baratro; la cosa paradossale è che la cosa che mi teneva ancora in piedi era anche la cosa che mi stava lentamente uccidendo: consumava i miei tessuti logorava il mio cervello. Più volte mi avevano invitato a smettere, ma come si fa a rinunciare a l’unica cosa che ti permette di guadagnare milioni di dollari l’anno scrivendo libri per persone che ti considerano un dio sceso in terra con lo scopo di cambiare la propria esistenza con la lettura di combinazioni di parole, a volte senza senso, partorite dalla mia mente?
Premevo ipocritamente i piedi verso il basso sperando che il bastoncino di plastica rossa pendesse sempre di più verso destra. “42” dio santo! Ero a pochi giorni dal mio trentacinquesimo compleanno e pesavo solo quarantadue chilogrammi.
Mi voltai verso lo specchio, quella figura riflessa mi procurava un senso di nausea e di incredulità; facevo fatica a credere che il mio corpo era diventato uno scheletro avvolto in un sottile strato di pelle e carne. Fissavo quella figura, gli occhi vitrei, sbarrati e inespressivi; comincia a maturare l’idea di smetterla con quella merda di ritirarmi dal mio ruolo di scriba ma un evento inatteso mi fece distogliere quei pensieri dalla mente: dall’impianto audio in filodiffusione collegato al mio pc, sentì il segnale acustico di una e-mail ricevuta. Comunicazioni della casa editrice o qualche pubblicità idiota, pensai mentre entravo nello studio e mi accomodavo sulla mia poltrona da 5000 dollari. La mail non aveva titolo e il testo era inequivocabile:
“Novantaquattro, solo quattro punti:
Scollatura di maglietta rosso shock
Occhio di vetro in culo
Pavimento a scacchi bianco e nero
Sedia di legno con cuscino di piume di struzzo.
Consegna mercoledì ore 19.37”
Un sorriso comparve sul mio viso mentre cancellavo la e-mail. Dopo mesi di silenzio i Novantanove avevano lanciato una nuova sfida a se stessi.
Mi spallai sulla poltrona in pelle chiusi gli occhi e comincia a pensare al mio racconto; i quattro punti si mescolavano formando strane trame e intrecci sempre più contorti ma poco originali e altrettanto geniali. Avevo bisogno di Lei. Aprii gli occhi e senza nemmeno rendermene conto avevo rivolto il viso e lo sguardo verso il piattino in bronzo luccicante su cui era adagiata la mia Lei. La presi tra le dita la fissai e con delicatezza la iniettai nel braccio destro.
Il resto è cronaca per giornali scandalistici e notiziari della sera.
“Morte per Overdose”.
Il mio unico rimpianto è stato quello di non aver mai scritto il mio ultimo racconto per i Novantanove.
Novantotto
“Ancora due e per stasera ho finito”
Mi dissi mentre le ultime due foto scattate quel giorno cominciavano a mostrare i loro soggetti che a poco a poco parivano sempre più chiari sotto la luce rossa della camera oscura del mio appartamento.
Quel giorno faceva particolarmente freddo e il mio impermeabile nascondeva perfettamente la macchina fotografica che alla vista di qualche soggetto interessante, avrebbe fatto la sua comparsa e immortalato quella figura che sarebbe divenuta il soggetto per la mia prossima opera d’arte. Amavo fotografare, soprattutto quelle persone perse nei loro pensieri che fissano il vuoto alla ricerca di una risposta ai loro problemi o semplicemente di un attimo di pace per estraniarsi dalla solita vita frenetica.
“Ecco fatto!”
Guardai soddisfatto le foto. La seconda in particolare era perfetta, già dall’indomani mattina avrei potuto cominciare la mia nuova opera d’arte. Fissai la foto allo spago con una molletta e con molta calma e altrettanta impazienza, mi diressi verso la mia camera da letto. Prima di coricarmi passai dal mio studio dove su una parte, primeggiava la collezione delle mie opere d’arte. Accesi la luce e mi avvicinai all’espositore: osservai uno ad uno quei capolavori che per anni avevano occupato gran parte del mio tempo per la loro realizzazione.
Sorrisi dando un ultimo sguardo all’espositore, mi voltai e rimasi a guardare il pavimento a scacchi bianchi e neri abbandonandomi ai ricordi; erano memorabili le partite di scacchi che si svolgevano su quel pavimento che all’occorrenza si trasformava in una scacchiera gigante. Nell’ultima partita giocata, il mio avversario indossava una maglia rossa shock con una scollatura che mostrava appena le sue forme; era una donna bellissima avevo uno sguardo intenso, due occhi neri come la pece che facevano trasparire un alone di mistero. Doveva essere mia!
Pensieri su come doveva essere fare l’amore con lei continuavano a susseguirsi nella mia mente, non riuscivo a pensare ad altro ero come in ipnosi mentre la guardavo studiare la prossima mossa e muovere il grosso pezzo verso la casella, mossa che risultò fatale per l’esito della partita.
”Scacco matto!”
Disse e dopo avermi sorriso si fermò ad osservare l’espositore; fu l’unica persona che, senza darmi del maniaco, apprezzò molto la mia collezione, le piacque a tal punto che mi chiese di donarle il pezzo ispirato a lei. Non riuscì a dirle di no. Aprii l’espositore e con molto cura presi la riproduzione in vetro del suo occhio destro; era il mio preferito ma non mi dispiacque donarlo alla donna verso cui provavo un’attrazione inverosimile. Le presi la mano e lo posai sul suo palmo. I nostri sguardi si incrociarono mentre chinò il capo per osservare da vicino l’occhio di vetro. Era perfetto, riproduceva ogni minima sfaccettatura di luce e tonalità. Mi sorrise ed estrasse dalla tasca dei pantaloni un piccolo borsellino a forma di tartaruga; aprii la cerniera che aveva sulla pancia e vi mise dentro l’occhio di vetro facendo molta attenzione ad incastarlo per bene nella parte posteriore del borsellino, che evidentemente era la più morbida. Le dissi ironicamente:
“Guarda un po’ dov’è finito il mio occhio più bello… nel sedere di una tartarughina!”
Esplodemmo in una risata, poi mi prese le mani mi guardò e mi disse:
“Vuoi fare l’amore con me?”
Le fiorai il viso con le dita la baciai e le risposi:
“Desideravo da tempo fare l’amore con te e non voglio perdere questa occasione..”
..
Alzai la testa quasi di scatto. Il suono di una e-mail ricevuta mi distolse la mente da quel ricordo bellissimo ed intenso. Sospirai e mi avvicinai alla scrivania dello studio, mi sedetti sulla sedia in legno rifinita con il nuovo cuscino di piume di struzzo e aprii l’e-mail:
“Novantotto, solo quattro punti:
Scollatura di maglietta rosso shock
Occhio di vetro in culo
Pavimento a scacchi bianco e nero
Sedia di legno con cuscino di piume di struzzo.
Consegna mercoledì ore 19.37”
Rimasi turbato molto perplesso e confuso. Durò poco quella sensazione. Dovevo scrivere il mio racconto e non avevo bisogno di inventare nulla questa volta, mi bastò trascrivere nei particolari il giorno che più di tutti mi è caro.
Settantasette
“Settantasette, solo quattro punti:
Scollatura di maglietta rosso shock
Occhio di vetro in culo
Pavimento a scacchi bianco e nero
Sedia di legno con cuscino di piume di struzzo.
Consegna mercoledì ore 19.37”
Questo è il testo dalla mail che ho ricevuto qualche istante fa.
“Devo scrivere qualcosa di originale qualcosa che possa impressionare i Novantanove!”
I Novantanove.
Tutto per è cominciato qualche anno fa quando mi arrivò una mail che mi invitava a far parte di questa grande comunity formata da novantanove persone che hanno in comune la passione per la letteratura e soprattutto per lo scrivere. Nessuno conosce l’identità degli altri. Forse è proprio questo il punto più affascinante di questo grandissimo gruppo: chissà magari ne fa parte qualche personaggio noto oppure un mafioso. Non lo saprò mai e nessuno di loro saprà mai chi sono e cosa faccio nella vita a parte scrivere amatorialmente.
A turno si scelgono le linee guida dei racconti da scrivere e la data di consegna. Il racconto dev’essere inviato a chi ha lanciato la sfida che sceglie il migliore e comunica all’autore la vittoria della sfida. Regola fondamentale, la mail una volta letta va cancellata.
I Novantanove sono altrettante persone ognuna delle quali ha sostituito il proprio nome con un numero da Uno a Novantotto. Io ho scelto Settantasette.
Ora mentre cancello la mail penso a che nesso possono avere i quattro punti, quanti e come devono essere i personaggi.
Sarà dura scrivere qualcosa che possa far colpo. Mi piacerebbe ricevere un giorno la mail che mi comunica la vittoria della sfida però non credo di avere le capacità giuste per scrivere un racconto degno dei Novantanove.
Dopo aver ricevuto dure critiche sull’ultimo racconto che ho scritto, mi viene difficile credere nella mia fantasia e nella mia capacità di ideare qualcosa di bello e soprattutto originale. Forse ci penso troppo, dovrei scrivere come un tempo quando buttavo giù tutto quello che mi passava per la testa senza pensare troppo ai nessi logici tra una situazione e l’altra.
Si! Farò così! Scriverò il racconto che segnerà il mio riscatto morale!
Sono passati 47 minuti. Sono seduta sul letto con la schiena poggiata al muro il notes poggiato sulle gambe a giocherellare con la matita aspettando che arrivi l’ispirazione per scrivere il mio racconto. Cosa mi sta accadendo!?! Non riesco più a scrivere! Forse non l’ho mai saputo fare e mi illudevo di essere una capace. Forse devo solo dormirci sopra domattina avrò sicuramente qualche buona idea.
La mia radiosveglia sul comodino segna le 2.56, è notte fonda, ho la gola secca e non riesco a dormire. Domattina ho la scuola so già che verrò interrogata ma non ho fatto molto ieri per prepararmi all’eventualità.
Vado in cucina a prendere un bicchiere d’acqua e camminando nel corridoi mi rendo conto del suo pavimento a scacchi bianchi e neri, mi guardo e non indosso più il mio pigiama ma un paio di jeans blue ed un maglietta color rosso shock scollata. Osservo i jeans e noto che c’è qualcosa nella tasca destra. Metto la mano all’interno tasto un po’ intimorita ed estraggo un peluche a forma di tartarughina. Lo tasto e sento che c’è qualcosa di sferico all’interno ma non riesco a capire cosa può essere. Una biglia? E come ha fatto a finirci dentro? Esamino meglio il pupazzetto e noto che ha una piccola smagliatura sotto la codina allora premo la biglia verso la smagliatura per cercare di farla uscire ma è troppo grande per uscire da un buchino così piccolo. Tiro qualche filino per allargare la smagliatura e finalmente si allarga abbastanza per permettere alla biglia di uscire. La faccio cadere sul palmo della mano sinistra la guardo la ruoto con il pollice e mi soffermo a guardare la strana pallina nera dipinta su un lato.
“Dio Mio!!! Ma è un occhio di vetro!!!”
Spaventata lo lascio cadere in terra, questo rotola verso il fondo del corridoio dove intravedo una sedia di legno ben rifinita sulla quale è seduta una persona. Mi avvicino con molta cautela cercando di capire chi fosse e soprattutto cosa ci facesse nel mio corridoio alle tre di notte. Lo raggiungo, è di spalle faccio il giro e uno spettacolo raccapricciante mi si presenta davanti! Un uomo magrissimo quasi scheletrico con nel braccio destro una siringa aveva la bava alla bocca, il sangue che gli colava dal naso inzuppato nella sua stessa urina che aveva insudiciato il cuscino della sedia e i suoi pantaloni.
URLO URLO URLO!!!
Mi sveglio nel sonno completamente sudata. Era solo un incubo un terribile sogno. Mi fermo un attimo a pensarci e mi rendo conto che aveva in se tutti e quattro i punti da cui partire per il racconto dei Novantanove! Si è perfetto per il mio racconto! Domattina lo trascriverò. Sarà il racconto del mio riscatto ne sono sicura!
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martedì, 06 marzo 2007, 16:51
Non amo ricamare troppo intorno alle parole. Arriverò più prima che poi al termine.
"Prego...Inizi pure.."
Ero completamente nuda. Non mi chieda il perchè, non lo rammento.
Piangeva il cielo adornato da nuvole color porpora che s'intrecciavano come fossero creature umane in preda dei loro ultimi ansimi. L'infinito sopra il mio capo, pareva un enorme maglietta rossa con una scollatura su cui muove una goccia di sudore che non si sa dove vada a finire. Forse terra si sarebbe cibata di quella lacrima, di quel sudore spasmodico.
Alle mie spalle, si celava l'ultima chiesa, esitai a voltarmi, non sapevo se i miei occhi avrebbero saputo sopportare tale supremazia senza divenire ciechi.
Strinsi i pugni, sospirai profondamente e mi voltai.
Rimasi paralizzata.
Appariva ai miei occhi come una reminescenza antica, abbassai il volto rimanendo fissa sull'erba secca e bagnata, mi feci coraggio ed entrai.
Il pavimento bianco e nero a scacchi sporco di sangue, pareva una dike che aveva compiuto l'ultima selezione, l'ultima strage di mortali: i buoni e i cattivi, il bianco e il nero. Sembrava un sogno, forse era il sogno.
La luce soffusa, pareva un impalpabile eggregore di anime disperse.
Giungevano suoni da dietro l'altare, rapendomi come solo il mio unico amante avrebbe saputo fare.
Seguì quella melodia, rapita ipnotizzata. Giunsi ove questa mi aveva condotta.
Abbassai il capo accennando un sorriso amarognolo, compresi cosa stava succedendo, innalzai lo sguardo affogato di lacrime.
Dinnanzi a me l'enorme abside gotica penetrò dentro il mio corpo divorandomi lo stomaco.
Quell'occhio di vetro nell'intestino, quella segretezza che dimorava da secoli nell'intimo umano si infiltrò nell'anima sconvogendola.
L'ultima visione è di quell'angelo. Quella creatura celeste dinnanzi l'abside. Si spogliò delle sue piume ricoprendone il pavimento e i miei piedi scalzi.
Non rammento altro di quel giorno.
"Ed ora come si sente?"
La mia mente ha smesso di pensare, pietrificata al ricordo di quell'attimo. Solo domande dimorano dentro di me. Ed ora seduta su questa sedia di legno imbottita con un cuscino di piume di struzzo, cerco di ricordarne il seguito.
Forse ero morta quella sera, forse sono morta quella sera.
Forse sono viva oggi. Forse sono morta oggi.
Forse è stato un sogno. Un allucinazione.
Ma cosa ci faccio seduta qui e questo cuscino, queste piume che ora sto schiacciando a chi appartengono realmente?
"Ad uno struzzo"
E mi dica lei che riesce a dare un significato ad ogni cosa, cosa simboleggia lo struzzo?
"Per gli antichi egizi, la giustizia"
E l'intestino?
"Per alcune filosofie, l'Anima"
Non lo sapevo
"Ci sono molte cose che gli uomini non sanno. Conoscere ha i suoi pro e contro. Ora le farò io una domanda fra le tante che divorano la sua mente. Mi dica, si è mai domandata chi sono io?"
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martedì, 06 marzo 2007, 11:46
Stava arrivando l’estate, faceva già molto caldo. Non vedeva l’ora di andare in vacanza, il suo lavoro la appassionava molto ma nello stesso tempo iniziava a sentire il forte peso della stanchezza dell’intero anno lavorativo. Era mattina molto presto e l’aria era fresca e pulita, Evelyn camminava a passo svelto verso la metro che l’avrebbe condotta in ospedale. Quella strada le era ormai familiare, la conduceva ripetitivamente a mo’ di tantra ogni mattina.
Arrivata in ospedale con cenni veloci ricambiò i saluti dei colleghi. Di diresse verso gli spogliatoi, arrivata al suo armadietto tolse la giacca e un pull-over. Una intensa scollatura rossa e una goccia di sudore che scolava fino in fondo. Mise sopra il suo camice e le scarpe da lavoro, legò i lunghi capelli ondulati in una coda e andò a vedere quali fossero i suoi compiti di quella giornata.
Consegnò delle cartelle a dei dottori e ne accompagnò uno a fare un giro di visite, malati comuni, nessun caso particolare. Entrarono in una corsia dove c’erano circa tre malati, il dottor Herdpore si accostò al letto di un malato.
- Senta signor Macol, abbiamo le sue lastre. Deve dirci cos’ha ingerito se no sarà più rischioso agire per rimuoverle chirurgicamente se non sappiamo di che si tratta.
Alla richiesta del dottore quello strano uomo sulla trentina dai capelli scompigliati e dalla corporatura soprappeso riusciva solo a stare zitto con lo sguardo basso giocherellando nervosamente con le sue mani, incredibilmente lisce per essere quelle di un uomo.
Evelyn lo fissava, era certa del fatto che quel uomo avesse ingerito dei pacchettini con dentro della droga, le capitavano spesso casi del genere. Erano spacciatori che per nascondere la droga utilizzavano questa tecnica. Ma di solito i pacchettini erano più piccoli in modo che potessero essere espulsi più facilmente.
- Signor Macol cos’è? Eroina?
- No…
- È droga?
- No…
- So che non ce lo direbbe mai, ha paura che chiamiamo la polizia? Se le assicuriamo che non la chiamiamo ce lo dirà?
- Senta signor Macol – intervenne Evelyn – il dottore ha bisogno di saperlo soltanto per il suo bene, nessuno di noi vuole denunciarla alla polizia. Le spiego, se si trattasse effettivamente di sacche di droga, nell’operazione chirurgica si potrebbero rompere, allora ci sarebbero davvero gravi rischi per lei. Dobbiamo saperlo per sapere come procedere.
- Le ho detto che non è droga! – gridò improvvisamente il paziente –
Uscirono dalla corsia senza avere ottenuto significativi risultati. Evelyn accompagnò il dottor Herdpore nel suo studio.
- Se non è droga cosa avrebbe potuto ingerire? Hanno la forma sferica…
- Non te ne stupire Evelyn… Mentono sempre. Non dirà mai la verità. Mentono tutti.
- Forse sono solo delle sfere…
- E perché le ingoierebbe? Perché gli provoca piacere espellerle? Non me ne stupirei…
Entrarono nello studio, il dott. Herdpore si sedette dietro la sua scrivania d’acero, sistemò il cuscino viola di piume di struzzo e diede ad Evelyn degli incarichi da sbrigare.
La mattina era appena iniziata e all’ospedale c’era sempre qualcosa da fare.
Nella pausa pranzo Evelyn sentì alla televisione, in mezzo alle chiacchiere di tutta la sala mensa, delle notizie inquietanti. Venivano rapiti dei bambini nell’ultima settimana e poi poche ore dopo venivano rilasciati. Non se ne conosceva il motivo. Il telegiornale non dava nessun altro dettaglio sulla notizia.
Nel pomeriggio Evelyn mentre medicava una bambina di appena 7 anni ad un polso e alla mano destra sentì sua madre che si lamentava. La bambina accusava forti dolori intestinali, il dottore di turno le fece subito fare delle lastre.
- Evelyn, abbiamo i risultati… Ma mi sembra molto strano.
- Cosa dottor Chilton? – il dottore mise la lastra davanti ad una luce per fargliela vedere –
- Guarda tu stessa
- Ma cosa può avere ingoiato? – Evelyn sembrava sconvolta, non le era mia capitato di vedere una bambina tanto piccola che avesse nell’intestino tenue un corpo estraneo a forma di sfera –
- A cosa ti fa pensare? – le chiese il dottor Chilton guardandola fissa negli occhi –
- O hanno usato la bambina per il traffico di droga o ha solamente ingoiato un giocattolo. Ma la madre mi è sembrata così apposto. Non credo che sia droga…
- Evelyn, doveva restare una informazione strettamente confidenziale. Non so se hai saputo, ma in giro c’è qualche strano tipo che rapisce i bambini. Beh questa bambina è stata rapita ieri.
- Oddio…
Evelyn pensò subito che quello strano corpo gliel’avesse fatto ingoiare il rapinatore.
La bambina stava sempre peggio, venne operata in fretta, aveva una corporatura gracile e fragile, ma ce la fece. Evelyn assistette all’operazione. I chirurghi dovettero estrarre l’intestino dalla bambina e fare uscire dall’estremità il corpo estraneo. Con grandissimo stupore si accorsero che era un occhio. Era un occhio di vetro. Fortunatamente l’intervento andò bene, ma fu inspiegabile.
Passò un giorno. Quella sera non doveva affrontare turni di notte. Ma mentre era a casa sua, ferma davanti al caminetto l’unica cosa che riusciva a pensare era a quella bimba, era così dolce e carina, come le si poteva farle ingoiare un occhio di vetro, col rischio che soffocasse per giunta. E poi a che scopo… Anche se si interrogava di questi e molti altri quesiti in fondo al cuore preferiva che le sue domande non avessero mai una risposta. Evelyn si addormentò nel divano di fronte alla tv accesa. L’indomani mattina si svegliò con una forte emicrania, ma decise comunque di andare in ospedale.
Ogni mattina prima di uscire compiva le stesse azioni, nello stesso ordine. Non appena arrivata in ospedale fece un giro delle visite col dottor Herdpore raccontandogli il caso della bambina. Mentre camminavano per i corridoi passarono dalla camera del signor Macol. Iniziò a sputare sangue. Il pavimento a scacchi bianco e nero si increspò di sputi di sangue densi. Subito lei e il dottore si precipitarono a dargli aiuto.
- Deve essere operato subito.
Vennero diversi infermieri, e lo spostarono subito in una barella per portarlo in sala operatoria. Evelyn non si occupò del caso, aveva tanto altro da fare.
Dopo la pausa pranzo andò nello spogliatoio e aprì il suo armadietto, prese una pillola e si sedette. Sperava che quel mal di testa insopportabile le si affievolisse. Uscita dallo spogliatoio distrattamente urtò il dottor Herdpore.
- Oh, mi scusi dottore.
- Evelyn cercavo proprio te. Volevo dirti una cosa. Mi ci hai fatto pensare tu quando mi hai raccontato del caso di quella bambina.
- Mi dica.
- Sai che aveva nell’intestino il signor Macol?
- droga?
- No… Aveva sette occhi di vetro!
- Cosa? Allora è lui…
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martedì, 06 marzo 2007, 01:17
Mi voltai sorpreso dell'isolita luce che penetrava attraverso le spesse tende; luce ovattata dalla spettrale atmosfera che regnava nell'ambiente.
L'odore acre che con l'insopportabile calura iniziava a serpeggiare.
Ed eccola lì, di nuovo, ma questa volta mi guardava con occhi affettuosi accovacciata dietro una spegevole sedia di legno, con un cuscino imbottito di piume di struzzo. Lì lasciva e scomposta come uno strofinaccio. Non sopporto tale vista lacerante, mi volto, colto da violente percosse emotive, accasciato focalizzo il dolore dandogli la forma di un occhio di vetro in un intestino malato che pulsa.
Rifletto il senso di immobile e tacida reticenenza, consapevole e lascivo nell'osservare placidamente la scollatura di una maglietta rossa che mostra una goccia di sudore dalla dubbia direzione. Riarso dal caldo sollevo il capo e la sento sospirare, mi volto,la guardo l'espressione che ha sul volto mi riporta alla vita passata accanto a quella carcassa.
Mi avvicino e prendo a maneggiare quella carne dura, quelle cosce cianotiche e rigide che nascondono un orifizio corrotto dalla decomposizione, violentemente scivolo dentro di lei maledicendo la resistenza che nn mi pone,ora.
La lascio li, accomodata su un pavimento a scacchi nero e bianco macchiato e sbiadito dal tempo e dall'usura,cerco la cucina, frugo intimamente nelle scansie e nei mobili che la arredano cercando qalcosa per decorare la fanciulla che ciace morta nel soggiorno, sarà la mia torta,la mia pasticcina, la mia carnosa delizia da abbellire.
postato da zagabria · permalink · commenti (1)
martedì, 06 marzo 2007, 00:35
Tutto buio lì attorno,
scuro come un cielo senza luna,
avanti, dietro, di lato e sotto
solo uno sterminato nauseante
allucinante susseguirsi
di un contrasto cromatico
troppo poco marcato.
A lungo andare il nero si perde
nell'oscurità dell'avvolgente abbraccio,
il bianco spicca presuntuoso ed egoista,
seppur solo e indifeso oltretutto diviso.
Si cammina solo sul bianco,
vano tentativo di raggiungimento
di un'estasi purificratrice
di stampo dantesco.
Si cammina su un piede solo,
evitando ostacoli cromofili, assurdi.
Si cammina su chiodi, cocci di vetro,
visceri, liquidi cremosi dubbi, sangue,
tra le budella anche un occhio di vetro
paradossalmente legato a nervi schiacciati
sul pavimento.
Si cammina per ore, giorni, anni,
quasi all'ipotetica fine in penombra
una sedia con i piedi
perfettamente congrui agli angoli del
bianco quadrato.
Sopra un cuscino di piume schiacciato dal peso
di una figura vagamente rassomigliante ad una donna.
La memoria dantesca si dimena, si placa poi
sospinta dietro dalla goccia di sudore acido che le imperla
il petto, e avidamente scende, e scende.
Si cammina...
postato da zagabria · permalink · commenti
lunedì, 05 marzo 2007, 18:02
Di lui non si ricorda mai nulla nessuno, è un tipo solo oramai, senza alcuna connotazione caratteriale ne' fisica particolare, un esempio di antropometrica media, i caratteri somatici nazionalpopolari, come la lunghezza delle ossa, misurabile attraverso l'altezza. Vive nella sua casa all'ultimo piano di un edificio circolare, a forma di cilindro. Un vasto attico con varie vetrate in grado offrire una visuale completa della città. Il suo pavimento a scacchi sporco di sangue della minorenne che ha seviziato per mesi, l'amenorrea non è sopraggiunta, ed i cicli mestruali sono venuti periodici, macchiando il bianco del pavimento. Il nero si vede unto di sangue solo in controluce.
Non si ha altra scelta quando si nasce in una famiglia disadattata. Sua madre era la tipica mignotta meridionale, di quelle vestite con fuseaux ovviamente aderentissimi, e magliette rosse dalle quali nei caldi giorni d'estate, quando i sensi si accendono come lampadine al neon sistemate in un arco voltaico, che una goccia di sudore si avvicina ai seni, dando una sensazione di confusione davanti al luogo dove andrà a finire. In quei giorni, scattano i problemi. Lei, la madre del giovane non dava peso alla cosa. Tutti la credevano una troia, ma in realtà si teneva solo stretto il suo uomo, con il suo essere così tremendamente provocante. Guardandole il viso, per via del colore scuro dei capelli, ed il sinistro pallore della carnagione rispetto alla media regionale, ci si poteva aspettare di trovarsi davanti un delizioso neo, sensuale come il resto del corpo. Un'imperfezione che non costa nulla, che non fa bagnare la bocca. Non riesce a diffamare la media di un fisico attraente come miele per un orso, ma forse, con quell'istante di caducità, rende più umano il corpo da spolpare con le membra. Sua madre, dopo aver fatto morire il padre d'infarto, mentre si regalava il terzo orgasmo della giornata, in fronte alla trentina fatti avere dal marito, a causa della sua infernale frigidità. Priva di svago erotico, ma non volendo rinunciare alla sua devozione familiare, ha molestato il figlio, che a distanza di giorni, in un'esplosione di autolesionismo, in giro per un cimitero di notte, dopo aver distrutto per la rabbia esplosiva una tomba si è appropriato dell'occhio di vetro trovato in essa, inglobandolo dolcemente nel suo retto. L'occhio, sporco di aldeidi collose, si è unito nel corridoio anale con una parete intestinale, dando al giovane un dono empatico tutto nuovo. La capacità di capire le persone guardandole negli occhi, nel sentire quello che sentono, nella gioia e nel dolore. Invece di una pista di cocaina ci si può mettere ad aspettare fuori da un ippodromo, basta avvicinarsi ad uno che ha vinto per farsi una sbandata davvero seria. Mica male, per uno che invece si è ridotto a vivere sul pavimento di un attico di un palazzo altissimo di forma cilindrica. Lecca gli scarafaggi che ha liberato settimane prima, in vista di una fonte di nutrimento da sfruttare nelle settimane successive., Anche la giovane minorenne, che vecchia non può essere a causa della sua età anagrafica, il cui valore assoluto è inferiore a sedici, si nutre di tali insetti. La sua adolescenza, quella dell'uomo che nei fascicoli della polizia ha il nome in codice di Caino, è stata segnata dal suo dono empatico. Si avvicinava alle ragazze della scuola, e capiva al volo chi avrebbe scopato con lui e chi no. In una scuola con quattrocento ragazze, almeno un paio saran disposte a farlo un pompino, forse solo a pagamento, ma comunque era una possibilità. Il controllo sulla sfera sessuale separa comunemente un maschio adolescente da un maschio adulto. L'adolescenza finisce col primo coito. Un uomo esaurisce il suo iter di crescita dopo la prima scopata. Non per nulla agli studenti che perdono la verginità con distanza maggiore dall'età della nascita, competono risultati più brillanti nelle rispettive carriere scolastiche o universitarie. La prima scopata blocca ogni processo di apprendimento sulla propria coscienza, e si rimane bestie. Lui l'aveva subita a dodici anni la prima scopata, gli si concederà l'essere rimasto un po' bimbo.
“Sai, io ho un fuoco dentro, una fiamma bagnata, che mi suggerisce di realizzare tutte le smargiassate che porto avanti in una giornata.”
Quando due sbandati si sfidano in tre discipline, preferibilmente stesura di racconti, gara di cucina violenta e gara di ballo, capita spesso di rimanere sorpresi dinnanzi alla foga di chi, certo di vincere in cucina e coi racconti, sceglie come terza specialità appunto il ballo, per dare un vantaggio alla sua sfidante bellissima, magra ed abile nel muoversi sincronizzandosi a determinate onde sonore meccaniche. I giochi di golf, quanto sono fascinosamente noiosi.
Ricordi di un game boy troppo tardi arrivato, ma che tanto divertimento mi ha dato. Sentire le orecchie che fischiano, e guardare la minorenne schiacciata per terra, col ventre e le gambe sporche di sangue rappreso, che si libera dalle manette e dall'effetto degli anestetici barbiturici che giornalmente il bastardo nudo le ha dato. Non è più possibile, lui ha smesso di muoversi, non ha più nemmeno la forza di metterle un dito dentro. É un vegetale. Lei si libera dalle manette ai piedi, e sollevatasi su una sedia di legno con cuscino ripieno di penne di struzzo, prova a liberarsi con la bocca delle corde che legano le mani.
L'uomo per terra ormai non ha interesse per nulla. Lo si potrebbe uccidere con un spillo punzecchiandolo all'infinito. Se una persona dice una cosa vera, ma verosimile solo per uno che ben ne' capisce di scienza, si imparano un bel po' di cose. Perché esporsi mettendosi in politica, se poi la gente la pensa diversamente. Se mi dicono Baudo, penso alla DC, di cui è emblema.
Nel terrario con le pareti di vetro nere gira voce che si agitino gli imenotteri di Baal. Grosse vespe di cui si sospetta una possibile provenienza infernale. Grossi come mantidi femmine adulte, e gialli e viola scuro, possiedono pungiglioni in grado recare terribili effetti. Intorpidimento dei muscoli, legato ad un'intensa attivazione non localizzata dei centri del dolore. Non l'ossessione per una singola regione del corpo, ma tremenda premura associata alla presenza di bestie sottocutanee, larve.
I suoi capelli sono un po' lunghi, spioventi in direzione del senso di gravità sbagliato. Viso scuro, col colorito preso dal padre. Pochi peli a dispetto della sua meridionalità. É un vegetale. È assorto in un trip tipico dell'ultimo stadio della puntura di una vespa di Baal, quello dell'allucinazione terribile e non delirante, ma deprimente, che conduce appunto al vegetale dotato di terminazioni nervose, mentre viene bruciato a mozziconi di piombo bollente. Sofferenza inerme e depravata, anche i lamenti sono banditi, il corpo non esiste, è solo un dolore dello spirito.
La ragazza si libera le mani, si alza in piedi e subito cade in terra. Iniezioni mirate di tossine nei muscoli dei nodi principali dell'apparato locomotore, limitano i movimenti della ragazza. Lisboa aveva previsto tutto. Soprannome affibiatogli per l'aver una volta parlato poco pudicamente agli amici dell'oratorio della scopata con sua madre.
Non si può muovere dal luogo in cui si trova. Non ha controllo volontario su minzione e alvo, ma visto che non mangia, le uniche escrezioni del suo corpo sono di natura sudoripara. Nulla di quello che fa, non è strettamente necessario alla sua sopravvivenza. È come se dormisse, un coma appeso su un filo d'argento spesso qualche millimetro.
Lei invece, nutrita a forza di scarafaggi, e ridotta quasi ad immagine anoressica di una bulimica, cerca un telefono da cui chiamare la polizia. Vendere la storia ad un giornale, e scriverci magari un libro.
La sua vagina è infiammata, e qualche scarafaggio coraggioso le ha forse anche deposto qualche uovo dentro. Certo a causa del ph acido, una vulva non è l'incubatrice perfetta.
La ripresa dallo stato comatoso di Lisboa dipende dal rumore che la ragazza provoca, facendo cadere una lampada, dopo che il suo piede è rimasto impigliato nel filo elettrico e si è fatto seguire per qualche metro, il rapitore si desta completamente.
Si alza, nudo com'è, e si pone vicino alla ragazza. Lei è stata nutrita non solo a scarafaggi, ma anche con lipidi abbastanza puri come l'olio di oliva, assunto in quantità ingenti per via orale. Malgrado ciò ha perso tutto questo peso. Sboccare è bello. Lisboa puliva il vomito, ma non le macchie di mestruo, che invece considerava artistiche. Dopo ogni colpo di vomito però, infettava il cavo orale della sua giovane e poco consenziente amante con gli umori proteoidei. Ora non c'è più nulla da fare, se non ucciderla. Se vive, vivrà con traumi insolubili, se muore smette di soffrire ma muoiono dal dolore i suoi genitori. Lisboa è assalito proprio da tali dubbi. Potrebbe in effetti anche essere una masochista repressa, ed aver gradito senza rendersene conto attenzioni tipiche di qualche conte francese con la passione per i nastri neri.
“Tu lo sai che Dio nell'antico testamento è un'arma di distruzione di massa? Trasforma la gente in sale e rade al suolo le capitali del vizio. Secondo te esiste una reazione chimica che trasforma la carne e le ossa in sale?”
“Non lo so...lasciami andare.”
“Forse le ossa sono già di sale. Calcio, ci deve essere del calcio. Un sacco di calcio.”
Lei nuda sente che a giorni avrà un altro mestruo. Non si può muovere come vorrebbe a causa dell'atrofia muscolare, diversamente ucciderebbe il suo carceriere o fuggirebbe urlando e bestemmiando. Suo padre nelle forze armate, sua madre in un supermercato fino ai venticinque, e poi a servire in casa. Una figlia riverita e cresciuta con affetto, pugno di ferro, e sani valori cristiani. Ora nuda, in una casa desolata nel cielo, a prendere botte e droghe da un semisconosciuto, che si è fatto solo tre fermate di metropolitana con lei, prima di cloformizzarla e portarla nella prigione del cielo.
Lui si alza ritto, e le poggia un piede sulla faccia. Le intima di leccarle il piede, lei non accetta. Un calcio in faccia, la fine del delirio deve essere segnata da un omicidio.
“Non trovi che io sia bellissimo?”
“Non so...”
“Tu sei una mignotta, ma ora ci divertiamo.”
Prendendola la trascina sino al bagno, e la poggia nella vasca.
“In un documentario sulle torture cubane ho sentito della vasca de fuego. Sai cos'è?”
“Non lo so...”
Piagnucola, il suo “non lo so...” suona con un che di piagnucolante e bambinesco.
“Funziona così, la base del Niagara ti brucia la pelle prima e la carne poi. Cosi mentre tu stai morendo bruciata da questa cosa tipo acido, ma che in più riscalda l'acqua, ti butto nella vasca, e mentre ansimi per il bruciare, ti faccio ondeggiare sopra la testa, un bell'asciugacapelli, da tirarti nel momento successivo al massimo dolore, quando la sofferenza può solo diminuire. Un sollievo, non sono disposto a concedertelo puttana.”
Così versa il Niagara, e l'acqua si scalda. Il fumo invade il bagno, come una piacevole sauna. Che si siano liberati degli ioni sodio nel vapore? Magari il nostro amico morirà per i vapori del sodio. Il sodio non è così tossico, e comunque il soluto rimane in fase liquida.
La carne brucia, e la ragazza piange. Ormai è andata, la carne si scalda fino a raggiungere la doratura. Quando le lacrime si sono seccate per la pelle bollente, subentra il divertimento. Il salvavita staccato, e vola l'asciugacapelli nell'acqua. Si agita come un paraplegico nel magma. Lui viene finalmente, e quasi sviene. Sverrebbe in piedi se svenisse ora.
Lui balla come un dannato, mentre lei muore. Si avvicina allo specchio e si compiace. Con una scopettina giocattolo stacca la spina dell'alimentazione dell'asciugacapelli dalla presa elettrica.
Lei è morta, ma lui ha ancora qualcosa da fare. Si mette con i piedi sulla vasca, uno per lato. Si piega poi con le ginocchia, ed allontanandole alla massima distanza l'una dall'altra, si apre il sedere e tenta di risolvere il suo maggiore problema, con onde peristaltiche maggiori. Dopo quasi mezz'ora è successo, l'occhio di vetro si è staccato dalla parete intestinale, e dopo dieci minuti di lotta è uscito dal buco del culo, insieme ad un buon mezzo litro di sangue. Poi lui entra in acqua, insieme alla giovane morta. Con un residuo di erezione scopa quelle ferite aperte da abrasioni e ricoperte di bolle. Viene con dolcezza e poi esce dal bagno. Solo davanti allo specchio del salone si rende conto delle bruciature da soda che si stanno aprendo su tutto il corpo. Muscoli bruciati insieme a pelle e adipe, rapida un'iniezione di analgesici dei più amici. Via il dolore, via tutto. Vestito scende per strada, con un sorriso stampato sul viso, immaginando la comicità della sua faccia dopo la fine dell'effetto degli analgesici.
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domenica, 04 marzo 2007, 02:03
Un giorno forse arriveremo a chiederci il perchè di tutto ciò.
Darcene una spiegazione? Neanche val la pena di sperarci. Perchè poi sperarci?
Domandiamoci piuttosto se conveniva iniziare a dubitare. Non è facile rispondere, ma neppure domandare.
Quesiti che non ci assalirono per fortuna. Solo riflessioni postume.
Ci svegliammo di soprassalto.
Non sapevamo nulla, era tutto sublime. Era come trovarsi in una goccia, guardare fuori e non capire. Percepivamo tutto in maniera distorta. Il mondo
esterno ci sembrava a momenti desolato, abbandonato. Altre volte appariva saturo, ma florido. Si passava dal precipitare da dune ventose all'essere
costretti a seguire mille e più percorsi senza senso.
Corteggiavamo i nostri sensi, li mettevamo alla prova con l'unico scopo di testare noi stessi.
Piccole convulsioni accompagnavano quegli istanti, ci ricordavano la nostra incompletezza e materialità. Non soffrivamo, era una sensazione come
un'altra.
Distinguevamo dal resto solamente il tempo. Sentivamo lo scoccare dei momenti. Come piccoli martelli sulle tempie, capivamo che quel fluire di
patemi e ebbrezze era regolato da qualcosa. Era orribile.
Era come se ogni evento diventasse diverso dal precedente, assumesse la connotazione di successivo, interrompesse la gioia straordinaria appena
iniziata. E così i colori, i sibili, i pruriti, le dolciastre carezze che ci avvinghiavano diventavano lacrime. Come sgorgando dagli occhi di una giovane
donna, scendevano sul viso, ne scavalcavano il mento per poi sparire nella scollatura che il vestito rosso prometteva.
Una dopo l'altra.
Una dopo l'altra.
E ancora convulsioni, più pacate stavolta. Acquistavamo consapevolezza, sebbene la stessimo in realtà perdendo.
Il primo massacro della nostra esistenza. Fummo voluti da altri. Li punimmo.
Nella vecchia cucina il pavimento a scacchi era bagnato da gocce di sangue.
Una dopo l'altra.
E' peggio nascere o morire da soli?
Il freddo ci faceva da Cicerone in quei pochi istanti. Ci dava un'illusione di continuo in quel pianto sincopato.
Il tormento che ci generava era riverso su una squallida sedia di legno con imbottiture di piume di struzzo. In silenzio.
Un cane annusava qua e là nell'affannoso tentativo di placare quei martelli che urtavano anch'esso.
Probabilmente era preferibile morire di stenti, che significava in fondo essere causa della propria morte.
Pochi minuti per capire una vita ormai estinta.
Diventammo il “passatempo” di quel cane prima che esso si stancasse per poi rivolgere la sua smania di percezione altrove.
Trovò un occhio di vetro in un bicchiere sul tavolo bucherellato dalle tarme. Forse ciò che rappresentava quella grossa biglia ci sarebbe servito un
giorno non troppo lontano.
Fingere di sentire qualcosa che non possiamo sentire...tanto vale gettare i nostri espedienti in pasto a chi non è nemmeno capace di fingere.
L'intestino è ciò che conta.
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domenica, 04 marzo 2007, 00:51
L'assassino, fiero le fauci spalanca.
E si dimena furioso tenendosi stretto l'ultimo filo di bava, che ancor si regge fra i denti.
Mangia i suoi simili; li divora perchè divorato dalle sue passioni e al contempo dai loro stupidi, apparenti piaceri.
Li disprezza sprezzante.
Ne mangia le carni per strada, per casa.
Ne assapora i dolori,
perchè lui solo ha la veduta giusta.
Piazza il mirino in trepidante attesa.
La visione è ora impressa nel suo cristallino.
In tensione una goccia esce dalla fronte, la risale, poi un tonfo; e calda scivola divenendo sanguigna porpora.
Si rispecchia nell'occhio di chi odia; lo inghiotte e ad ogni passaggio esofageo è una festa.
Ingerisce l'occhio e ingurgita il rancore, quello di chi con quell'occhio lo guardò.
Fatto di vetro e velato di stupide presunzioni.
Poi si mostra Regina allo specchio.
E Cavallo, quando a passo di trotto ripercorre nella mente passeggiate fatte in senile gioventù.
E' Torre talvolta, quando sa essere obiettivo con se stesso.
E'avvoltoio, quando catturato uno struzzo ne fa brandelli sedendocisi su.
Lo seppellisce vivo e con la sedia saltella ad L.
Torre, Cavallo, è scacco!
Il pavimento diventa di gomma, lo assorbe.
Si modifica la dimensione: il corpo non è più corpo, l'uomo non è più uomo, l'assassino è in balìa di un pavimento.
Non resta che il tempo di guardarsi morire, poi scomparire.
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domenica, 04 marzo 2007, 00:40
Fabio, un ragazzo che aveva avuto tutto dalla vita, e ora, intorpidito dalla sbornia sociale postmoderna romana, si ritrovava a studiare medicina senza un serio motivo. D'altronde il poter sfoggiare il suo falso presente di studente impegnato di medicina, anche solo da articolista (talvolta è dura non superare i test d'ammisione), era solo un disperato tentativo di spremere all'impossibile le sue assai scarse quanto dubbie possibilità di successo con le donne che, a parte qualche burinazza vogliosa di cazzo, lo consideravano sommariamente "un coglione".
A 45 anni suonati l'ingenuo "coglione" non si laureò mai. Non era cambiato di una virgola: continuava a fare scherzi infantili ai quali rideva solo lui e la sua "burinazza". Ovviamente fu cacciato dalla facoltà di medicina dal comitato dei professori ormai stanchi delle sue cafonerie e vigliaccate commesse dai piani alti dell'aula durante le spiegazioni. Suo padre, in difficoltà economica e stanco del comportamento da idiota del figlio, fu costretto a vendere l'oneroso guardaroba di quest'ultimo e decise di mandarlo a lavorare come piastrellista. Il suo primo impegno lavorativo fu presso l'ufficio della prof Virlandi di psicologia, antica vittima della guapperia dello stolto Fabio... Fabio avrebbe dovuto pavimentare il suo ufficio con piastrelle bianche e nere. Mentre il "coglione" lavorava, la donna Virlandi fece una battuta sul suo cognome e sulle sue "lunghezze fisiologiche" mentre gli era nuda davanti e, in un raptus di furia erotica, vestita della sola maglietta rossa scollata, mentre una goccia di sudore le attraversava il seno, gli propose un pubblico atto di impudicizia perversa. Fabio volle deridere la prof con una risata forzata e ironica dopo aver esclamato: "a vacca moscia!!! A coprite quelle borracce vuote!!!". La professoressa non aveva dimenticato quella risata, la stessa risata di scherno che le aveva procurato seri danni mentali durante una sua lezione mandata in fumo dallo stesso Fabio, in una sua scorribanda da guascone durante la lezione di psicologia. Virlandi non aveva dimenticato quella risata e riconobbe nel volto dello sciocco il pieno e agognato appagamento della propria vendetta. La sindrome maniaco compulsiva della professoressa venne fuori piu violenta e cruenta che mai: strappò il cuscino di piume di struzzo dalla sedia di legno e iniziò a soffocare Fabio con una forza sovraumana. Di Fabio oggi non si sa più nulla. Qualcuno afferma di averlo visto nudo a fare bungee jumping nudo sul Colosseo con la fune attaccata al cazzo nel tentativo di mettersi disperatamente in evidenza e di essere considerato il vecchio guascone dei vecchi tempi...
Zagabria, l'occhio di vetro schiaffatelo in culo... ciau!
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sabato, 03 marzo 2007, 19:01
I
Andy non poteva camminare sulle piastrelle nere, l'aveva deciso lui. Sua madre non capiva cosa gli fosse preso tutto ad un tratto; fatto sta che da qualche settimana il suo ragazzo, che prima di allora le aveva sempre dato preoccupazioni per la sua fragilità fisica ed emotiva, aveva adottato abitudini bizzarre, un'autodisciplina spartana che appariva tanto crudele quanto insensata. Il giorno era il 12 gennaio, il suo compleanno. Sarebbe stata una buona scusa per saltare la lezione privata, ma Andy non aveva voluto saperne. Doveva recuperare un debito in matematica, così ogni lunedì pomeriggio andava a casa del suo professore di liceo per la ripetizione. Una bella spesa per sua mamma. Quella sera ritornò a casa con quasi due ore di ritardo, attraversò la cucina senza guardarla in faccia e si andò a chiudere in camera.
Dal giorno seguente erano iniziate le stranezze. Al mattino si cronometrava 30 minuti sotto l'acqua gelida, e quando usciva faceva fatica a respirare. La sua giornata era governata da una lista enorme di strane regole a cui sembrava aggiungersi qualcosa ogni giorno: una delle ultime era il divieto di toccare le parti nere dell'enorme pavimento a scacchi del salone. Il secondo giorno entrò in casa di scatto come faceva sempre, e dimenticandosi della nuova decisione poggiò il piede sulla linea tra due quadrati. Poi con serenità, semplicemente, si inginocchiò e comincio a sbattere la faccia a terra sulla piastrella della violazione, finchè non fu soddisfatto del sangue che gli gocciolava dal naso.
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12-Gennaio
Un incidente brutale mi ha spinto oggi verso una decisione importante. Comincio questo diario come un giornale di bordo, per ricordare questa decisione. Ho scopato con il professor Maccaro. Non sono un frocio, anche se a scuola mi chiamano tutti così. E non avrei dovuto scrivere "ho scopato con". E' stato lui a scoparmi, e non solo. Urlava che era stufo di come lo guardavamo in classe, di come lo prendevamo in giro per il suo occhio di vetro, e mentre urlava mi prendeva a cinghiate. Me l'ha ficcato in culo l'occhio di vetro, e mi sembrava che non riuscisse mai del tutto. Pensavo "ma quanto tempo ci vuole?", e ogni volta che mi sembrava aver finito stava solo riprendendo fiato prima di accanirsi con ancora più rabbia. Non posso dire a mamma che ho l'occhio del mio professore di matematica in culo, non posso dirlo a nessuno.
Da oggi ho iniziato a rendere più dura la mia vita. Un processo graduale: costruirò un animo d'acciaio. Arriverò al punto in cui nessun dolore mi farà più paura, nessuna sofferenza, nessuna umiliazione mi farà strillare pietà tra le lacrime, come strillavo quando Maccaro agitava le sue dita pelose da vecchio tra le mie chiappe.
--
II
- Cosa stai facendo? - Andy era comparso senza nessun rumore all'ingresso del salone, e guardava con le sopracciglia aggrottate la madre china sul pavimento, con una spugna in mano.
- E' tutto sporco, sembra sangue.
- E' il mio sangue. Lascialo lì.
- Ma perchè? Che è successo?
- Lascialo lì ti ho detto. Perchè hai attaccato un cuscino alla mia sedia?
- Non ti piace? E' di piume di struzzo, ce l'ha portato lo zio Giovanni dal negozio..
- Voglio che non cambi più niente nella mia stanza.
- Quella sedia di legno sembra così scomoda. Non era meglio quella che avevi prima?
- Voglio che non cambi più niente! Voglio che non cambi più niente nella mia stanza!
Sentiva che avrebbe dovuto fare qualcosa, chiedergli qualcosa. Ma Anna non trovava il coraggio di affrontare suo figlio, non lo riconosceva più. Il sangue rimase sul pavimento. Con un po' di fantasia sembrava un topolino.
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17-Gennaio
Nuova regola per la doccia. Il rubinetto non va più tutto a destra ma tutto a sinistra: l'acqua calda fa molto più male di quella fredda. Oggi ho urlato e sono uscito fuori d'istinto, ma ho già un'idea su come evitarlo dalla prossima volta. Inoltre non posso più pronunciare la lettera M nelle conversazioni, ogni errore mi costerà un buco con lo spillo nell'orecchio, senza ghiaccio.
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Anna provava un brivido ogni volta che entrava nella camera di Andy. In realtà ci entrava sempre meno, pochi minuti per dare una sistemata dopo che lui era già uscito di casa. Il numero di oggetti era diminuito rapidamente, e ormai era praticamente vuota, così le pulizie duravano molto poco. Gli unici oggetti presenti erano la sedia di legno e un armadio. Dormiva a terra, e non c'era traccia di coperte. Aprendo la finestra per far passare un po' d'aria notò che sulla sedia erano stati incollati dei pezzi di vetro rotti.
-Mamma! Hai visto nella doccia?
La voce quasi supplicante di Giulia la colpì. Mentre si trascinava in pantofole verso il bagno provava a convincersi che magari aveva visto un insetto o chissà cosa, d'altra parte aveva solo sette anni. Non aveva visto un insetto. Il box della doccia era circondato su tre pareti da assi di legno incollate all'interno, e dalle assi sporgevano chiodi lunghi 10 centimetri, inseriti secondo uno schema fitto e regolare. Quell'immagine le dava i brividi, una sensazione di panico. Era totalmente sbagliata.
-Tesoro, tuo fratello sta passando un periodo un po' difficile. Adesso metti le scarpe che ti accompagno a scuola, se no fai tardi. E non dire niente a Andy, va bene?
-Va bene - rispose Giulia decisa. Nonstante l'età riusciva a intuire quando c'era qualcosa che non andava, e sapeva che in quei casi era meglio stare zitta.
III
- Sono il professor Maccaro. Volevo avvisare che oggi non potrò dare ripetizioni a Andy. Sono mortificato, ma ho avuto un imprevisto. Certo, ricominciamo lunedì prossimo. Tante buone cose.
Agganciò il ricevitore e si voltò di nuovo verso la ragazza legata alla sedia. L'intero volto della ragazza, dai capelli alla gola, vibrava scosso dai singhiozzi, ma non c'era neanche una lacrima.
- Io capisco Caterina. Ora ti sembra un atto di crudeltà, ma dovresti provare anche tu a capirmi.
In risposta a queste parole il ritmo dei singhiozzi diventò più denso, quasi continuo.
- Non ti rendi ancora conto della fortuna di avere un uomo che ti ama. Un uomo che ti ama davvero, intendo. Io non sono uno di quei ragazzini con cui fai la scema in classe, io morirei per te. E in cambio della mia devozione totale ti chiedo solo di essere mia, soltanto mia.
- Sono tua! Sono soltanto tua te lo giuro, ma lasciami andare. Se mi ami lasciami andare ora, ti prego!
- Le parole sono false, si dimenticano. Le parole sono nemiche del vero amore, Caterina, e quello che provo io per te è vero amore. Voglio incidere le mie iniziali sul tuo petto, così non lo scorderai mai.
Abbassò gli occhi e seguì le sue forme sotto la maglietta rossa. In quel momento seppe che davvero sarebbe morto per lei, che davvero l'amava.
- Lo so che vai a letto con Di Fraia. Due occhi verdi sono meglio di un occhio di vetro vero? Non mi importa, sul serio. Non devi soffrire così.
Caterina aprì la bocca, il terrore la stava spingendo a tentare tutte le carte. Voleva dire a quel pazzo che Di Fraia non contava nulla, che amava esclusivamente lui. Voleva aggrapparsi a quell'ultima possibilità di salvezza che vedeva volare via da lei, più veloce dopo ogni frase insensata dell'uomo.
Provava a parlare, ma le parole non riuscivano a farsi largo tra i singhiozzi. Vide che ora lui stava piangendo, sommessamente. Abbandonò anche l'ultima speranza.
- Non parlare mia cara, non devi spiegarmi niente. Tu porterai inciso il mio marchio, non quello di Di Fraia. Non importa quante volte ti scopa. Mentre siete a letto insieme e lui viene premendo la faccia sulle tue tette dovrà guardare il mio nome, e saprà che tu sei mia e di nessun altro.
Fece una pausa e si avvicinò ai controlli del termostato, poi girò la rotellina per tirare su il riscaldamento.Tirò fuori un coltellino e continuò: - La prima goccia di sudore del collo che supera la linea della tua scollatura. Mio padre diceva sempre che una donna può mentire, ma il suo corpo no. La prima goccia di sudore cade sempre verso il seno più peccatore, il seno che contiene la sua essenza di donna.
Ascoltandolo Caterina sentiva proprio una goccia scivolarle lenta lungo il collo, ma pensò che era solo autosuggestione. Si sorprese a preoccuparsi di una cosa del genere. D'altra parte cosa gliene importava se le deturpava un seno anzichè l'altro? Senza capire perchè, si sorprese a desiderare che almeno il sinistro fosse lasciato intatto. Poi suonò il campanello, e il professore andò ad aprire la porta, sorpreso.
- Che ci fai qui? Non te l'ha detto tua mamma che oggi è saltato l'appuntamento? L'ho chiamata dieci minuti fa.
- Ero già uscito di casa.
- Entra allora, ormai entra. Ti presento una persona.
Arrivarono nella stanza. Andy era così insensibile ad ogni cosa, ormai, che neanche si stupì di vedere una ragazza che piangeva legata ad una sedia.
- Questa è Caterina, l'amore della mia vita. Caterina, questo è il ragazzo che porta incastrato nel sedere il mio occhio di vetro. Adesso tu siediti lì e stai buono mentre faccio una cosa.
Si avvicinò di nuovo, velocemente, con la lama in avanti- Bene, è il sinistro quello malvagio.
Mentre stava per piantarle la punta di metallo nella carne un calcio da dietro sul ginocchio lo fece cascare con la schiena a terra - Che fai, imbecille? Devo raccontare a tua mamma che fai quando vieni qui? Sarà contenta di aver un figlio finocchio?
Non si era ancora rialzato. Non per il dolore alla gamba, ma perchè non riusciva a credere che quella mezza sega gli avesse dato un calcio. Ripensandoci trovò anche completamente fuori luogo la sua minaccia precedente fatta in un momento del genere. Andy gli schiacciò il piede sulla faccia con una botta verticale, partendo da cinque centimetri di distanza dal suo naso. Poi ripetette lo stesso gesto altre 23 volte, senza che un'ombra modificasse la sua espressione.
Caterina non riusciva a sentirsi sconvolta per la brutalità inflitta a Maccaro. Non riusciva neanche a sentirsi dispiaciuta. D'altra parte essere legata ad una sedia da un uomo che minaccia di sfregiare per amore l'unica ricchezza che hai è una cosa che abbassa fortemente la tua sensibilità. Per il resto, ormai si sentiva salva. Lo scatto di quel magrolino non la sorprendeva: era abituata al fatto che i ragazzi perdessero la testa per lei a prima vista. Ma quando Andy alzò il suo sguardo lei ricominciò ad avere paura. La sua mente aveva atteso una maschera sfigurata dalla rabbia o dal dolore. Aveva considerato addirittura la possibilità di un'espressione compiaciuta, soddisfatta per averla salvata. In quegli occhi morti invece vedeva riflessa una follia più profonda di quella del professore, e una determinazione più gelida.
- Sai cosa succede quando muori?
Caterina scosse la testa
- Neanch'io lo so. Ma pensa se ci fosse davvero un inferno, o qualcosa del genere. Puoi immaginare un'eternità di dolore?
Ora era vicinissimo a lei, ma non accennava a slegarla.
- Dolori di tipi sconosciuti, dolori che ora neanche possiamo immaginare. Non pensi che sarebbe meglio prepararsi? E' un po' che io ci sto lavorando.
Non muoveva neanche piu' la testa. Qualunque sua risposta, così le sembrava ora, poteva avere implicazioni orrende. Desiderava con tutte le sue forze che almeno il terrore le paralizzasse la mente, la rendesse incapace di capire cosa stava succedendo. Ma non succedeva. E Andy aveva raccolto il coltello del professore.
- Magari ora è in uno di questi inferni, il bastardo. Lo spero tanto. Io penso che una volta lì non puoi più cambiare. Non puoi più imparare a sopportare la tortura, se non l'hai imparato quando eri vivo.
Poi si inginocchiò di fronte a lei per aiutarla. Davvero si era innamorato a prima vista.
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sabato, 03 marzo 2007, 18:32
Parte dunque in circostanze superiore il progetto Orzata Nera propriamente detto, con dietro spinte fortemente iconoclaste e miranti alla distruzione di ogni forma di religione rivelata che non faccia rima con Zagabria.
Il primo ed anche unico passo consiste nella stesura di uno scritto (tendenzialmente un racconto, ma vanno bene anche poesie, canzoni, sceneggiature ed addirittura disegni o altro...), meno lungo di tremila parole, e che contenga i seguenti elementi:
A.Una sedia di legno con un cuscino imbottito di piume di struzzo.
B.La scollatura di una maglietta rossa che mostra una goccia di sudore dalla dubbia direzione.
C.Un occhio di vetro in un intestino
D.Un pavimento a scacchi nero e bianco.
Inviate i vostri prodotti a: blackat@alice.it e verranno pubblicati!
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