 Nome: Antonio Zagabria Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.
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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
martedì, 24 marzo 2009, 23:04
“Ricordo ancora tempi migliori, in cui tutta la terra era nostra, prima di essere confinati qui, ricordo perchè mi è stato raccontato, e per questa stessa ragione cerco di lasciare un ricordo, perchè qualcuno che non sarò io si ricordi di noi, di come è stato, di quello che eravamo... prima la terra era nostra, poi ci siamo trovati in una terra chiusa da un confine invisibile che delimita invalicabilmente ciò che è nostro da ciò che non lo è. Non l'abbiamo deciso noi, è solamente successo. Nulla di quello che avremmo potuto dire avrebbe cambiato le cose... a volte semplicemente le parole non bastano.”
E' mattina presto, a casa Kauffman, una brezza di scirocco sposta le due bandiere sulla veranda che dà sul mare, quella americana e quella nazista, un nuovo sogno ed un vecchio modello. La svastica, il simbolo del sole... un buon simbolo per l'America... la luce che guida il mondo.
Dentro casa, oltre la veranda, Einrich Kauffman, ministro del dipartimento energia e industria, osserva con aria stolida un piatto di uova e bacon, mentre riflette sulla giornata di ieri. Approvato un nuovo decreto per evitare di sottostare alle leggi di Kyoto. Ovviamente tutti favorevoli... troppi soldi da reinvestire, per guadagnare la sopravvivenza dopo la nostra morte. Non ne vale la pena agli occhi di nessuno dei vecchi cinici del consiglio... lui però ha un figlio, vede un futuro davanti a lui, o almeno spera. Vota come gli altri, l'anima venduta ormai molti anni addietro per una poltrona e una cifra spropositata di dollari. Purtroppo ciò non gli impedisce di pensare... Esce dalla veranda. Guarda la bandiera americana e l'altra... comincia a domandarsi se non sia la maledizione dei grandi quella di perdersi nei dettagli... la fame di possesso che guida un popolo ad eccellere prima o poi deve portare ad esaurire le sue opzioni... ma non si può arrestare il processo una volta iniziato.Si dirige verso il sentiero che dà sulla spiaggia, in cerca di ristoro il mare osserva e basta, non giudica... al mare non importa di nulla.
"Una striscia di terra... tutto è cominciato per questo un confine di cristallo che ci separava dal male, ormai crollato, aprendo le porte al conflitto, speravamo che la civiltà che avevamo costruito ci avrebbe protetto, speravamo che tutto sarebbe tornato come prima.
Posso solo dire a postumi che non siamo la società guerriera che speravamo di essere, ognuno di noi convinto che la santità della nostra causa, la difesa di ciò che ci ha dato natali e tutto il resto."
Stronzate, solo ora me ne rendo conto.”
Kauffman si avvia verso il bagnasciuga, verso la sottile striscia di sabbia che dà sul mare, a fianco a casa sua nel tentativo di riprendersi dallo sconforto, e lì per qualche momento riacquista controllo di se. L'aria tersa riesce per qualche istante a rinfrancarlo, ma un refolo di scirocco porta alle sue narici un odore dolciastro e marino, putrido... arenato dietro una duna c'è un piccolo corpo, lasciato lì dalle onde, una piccola balena, morta da qualche giorno, un altro infante senza futuro... come tanti altri. Portandosi le mani alle tempie per massaggiarle cerca di scacciare dalla mente il sussurro del vento, che come lo spettro dei morti futuri guardandolo con odio gli sibila "tu l'hai fatto...". Ridendo amaramente l'uomo si domanda cosa direbbero i suoi vicini se sapessero che conversa con lo spettro di una balena. Si allontana dall'ennesimo presagio di morte e si avvia verso un bar che dà sulla strada.. almeno un caffè per tirarsi su.
"Prima i primi lavori per tentare di rendere il confine più stabile, mentre centimetro dopo centimetro la terra veniva risucchiata dai nostri confini, sempre meno cibo, come se dio si stesse dimenticando di noi, sempre più povertà.
Guardo i miei figli affamati e non so come rispondere alle loro mute richieste, nulla sembra aver senso, colei che amo ridotta allo stremo dalla fame, il ventre gonfio, per il parto ormai prossimo e la pelle tesa come mai prima, ricordo come sembrava bella un tempo, ora è diventata una macabra rappresentazione della nostra terra, il corpo scavato dalla fame ed invecchiato, la pelle opaca e quasi trasparente di una vecchia sui lineamenti che ancora ricordo. La amo ancora come una volta, ma il suo è il volto di una sconfitta che tra poco incomberà su di noi. E' ancora giovane ma sembra già vecchia, eppure non è passato nemmeno un anno dal disastro, da quando il nostro mondo ha cominciato a sfuggirci dalle mani. Siamo tutti invecchiati precocemente, almeno così penso... la fatica di cercare di esistere credo."
La porta del bar cigola aprendo un panorama vuoto e desolato, decine di tavoli che avrebbero dovuto accogliere torme di turisti e viaggiatori sono vuoti. Tutto per la nuova autostrada. Avrebbe dovuto essere costruita almeno cinque anni fa, ma dopo essere arrivato al senato Kauffman aveva mandato all'aria il progetto. Non portava voti, e poi... l'autostrada così vicina alla sua villa ?
Non era il caso. Un altro piccolo universo distrutto da un decreto. Solo il lieve ticchettio di una macchina da scrivere proviene dal lato del locale. Uno dei tanti scrittoruncoli cerca l'ispirazione in una tazza di caffè, macchie di zucchero a velo sulla camicia a righe mostrano che ha già mangiato. Uno dei tanti scrittori senza futuro. Senza futuro come tutti ormai. Dietro al bancone una cameriera osserva il mondo con occhi defunti attendendo che giunga qualcosa a cambiare il suo destino.
"Non sono mai stato un guerriero... qualcuno mi definirebbe un filosofo. Pensare a come portare ai miei figli un futuro migliore era il mio pensiero primario, cercare di sviluppare la società... quasi sempre qualcun altro lavorava per me... anche ora sono fortunato. Ci sono ricchi anche tra i poveri, più fortunati tra gli sfortunati... io mi considero fortunato ma la mia fortuna è la mia maledizione... me ne rendo conto ora, perchè sono sopravvissuto a molti degli altri, li ho visti finire... quanto meno è mia responsabilità cercare di ricordarli. Quasi non riesco a capire... dico quasi... non poteva continuare per sempre... prima o poi le risorse dovevano finire.
Come se un dio crudele si fosse stancato di darci quel minimo necessario alla sopravvivenza, la manna che una volta benediceva le nostre tavole. Ora viviamo di stenti, a un passo dalla carestia, attendendo l'arrivo dell'inevitabile.”
Sull'altro lato della casa già dal primo mattino Eva, la moglie di Kauffman bada ai fiori del loro giardino. Un giardino nella sabbia, nonostante quello che dicono quegli sciocchi liberal. Si può fare. Piace tanto a quel nuovo presidente quindi sente di poterlo usare anche lei. Sparge nella terra fresca polvere di zolfo e magnesio da un sacchetto posato a terra, un residuo di odore di uova marce si sparge nell'aria, ma bisogna fertilizzare bene... la zona vicino alla spiaggia è un po' carente di risorse nutritive e gli ibis sono così fragili...Le verdure vecchie sepolte nella terra per dare un po' di sostentamento alle piante... tanto ci sono sempre molti avanzi a tavola e il piccolo non mangia mai le verdure bollite...
“Poi la guerra è arrivata, com'era arrivata la fame. All'improvviso. Ci piove addossò l'inferno, e noi non possiamo fare nulla per difenderci, ma dobbiamo provare, nello spasmodico tentativo di non morire, per lasciare un futuro ai nostri figli. Non comprendiamo nemmeno che si tratta di un nemico... all'inizio l'improprio occupante sembra soltanto un ospite un po' indiscreto... sembra voglia convivere, pelle scura con pelle chiara... sembra non ci siano problemi. Finchè non cominciano a morire... i tetti delle case esplodono e migliaia di civili muoiono senza nemmeno capire cosa sia stato. Sospettiamo che i pochi che hanno provocato i nostri ospiti abbiano causato la nascita del conflitto... ma loro sono morti... e il nemico continua a colpire... dunque forse non c'è un vero motivo... forse non c'era modo di evitarlo... loro volevano quello che era nostro, ed in qualche modo ce l'avrebbero tolto. "
Kauffman beve un caffè nero seduto al bancone... i tavoli sono sporchi per incuria, o forse per la plastica a buon mercato che li costituisce in gran parte. Totalmente non riciclabile, venefica come il cianuro una volta dispersa e con la curiosa tendenza a trasformarsi in una poltiglia molliccia una volta invecchiata. Come molte parti del sogno americano anche la plastica è cominciata come una benedizione dal celo e si è trasformata in un cancro. Come John Wayne e i suoi western... un simbolo dell'America, uno dei suoi eroi. Morto di cancro per i test nucleari in Texas. Per Kauffman la svastica è quello. Un simbolo della ricerca della purezza. Della purezza americana. Ogni eroe dell'Americanità si aspetta di poter morire per il suo paese. Da buon bianco cristiano. Ma condannare il mondo intero per questo sogno ? Per qualche dollaro in più... un altro titolo di western per quello che ricorda. Per il sogno americano quello che dice un western non può essere sbagliato... un uomo e la sua pistola... una volta era così semplice.
“I nostri soldati sono valorosi, sono motivati... sono stupidi.
Centinaia di morti solo nel primo periodo... una guerra inutile, una guerra da combattere per il nostro onore... l'unica cosa rimasta.
Abbiamo dalla nostra quello solo le armi che dio ci ha dato, e siamo qui per difenderci da un nemico che ci è superiore come un gigante. I più stupidi credono di poter vincere, e caricano con la sicurezza dei fanatici. I più furbi sanno che cadremo tutti e quindi tanto vale morire combattendo... il tempo della speranza è finito, ora resta spazio solo per i folli e per gli zeloti.”
Stanco delle riflessioni torna verso casa, a piedi per una volta... come a dare a se stesso modo di credere di stare facendo qualcosa per migliorare le cose. Senza salutare la moglie in giardino, con fare assorto si dirige in studio e accende la TV per vedere quali delle menzogne che lui e i suoi compari hanno deciso sta raccontando il telegiornale. Un nero alla casa bianca... Sospira. Un tempo non sarebbe successo.... un tempo la gente credeva nel sogno americano. E i negri non ne facevano parte com'era giusto che fosse... neri ed ebrei... come diceva lui. Gli ebrei con le loro banche avevano mandato a puttane l'America ed ora la gente si aspettava di risolvere tutto con un negro? La gente è stupida. E' anche vero che se non lo fosse però nemmeno le sue bugie avrebbero funzionato. Alza il volume della TV che con le voci di una guerra distante cerca di distrarre il popolo disattento dai suoi problemi, dalle azioni di chi lo comanda e non si fa vedere sullo schermo... dalle lobby che si nascondono dietro tutto... Riscaldamento globale? Basta un reality a cancellare per mesi il ricordo del problema.... Dopo tutto sono solo voci... e non accadrà oggi... almeno così dice la TV... Kauffman sa che non è vero... lui conosce gli indizi... e sa che non toccherà alla sua generazione pagare per il disastro... si domanda se valga la pena parlarne con qualcuno della stampa per divulgare la notizia... l'idea è stupida e idealista... ma per un po' non riesce a togliersela di testa.
No... non funzionerebbe... non funziona mai. La gente dimentica comunque e quelli che parlano muoiono... come per le sigarette... la gente ora sa... la gente continua a fumare... la gente muore... la gente dimentica, o più semplicemente non gliene frega niente.
“Arriviamo alle porte dell'inferno, dove la battaglia infuria più feroce,i cardini ormai infranti, nulla a difenderci veramente dal nostro nemico, solo i nostri corpi e le nostre anime, la nostra volontà di non cedere. Vedo un mio commilitone riverso, lacrime di sangue cadono dove il suo corpo si è conficcato nel portone, incastrando ancora per un po' la porta, come una serratura di carne, a proteggerci... forse per qualche minuto le armi nemiche non arriveranno ai nostri bambini. Le porte dei nostri confini si erano chiuse grazie al sangue versato dei nostri uomini... Ora il nemico spera di riaprirle con la stessa moneta... E' sempre stato così... il sangue di un popolo versato per aprire confini a un altro... Spazio vitale... qualcuno avrà spiegato così questo genere di cose... ma in realtà non importa realmente... è che siamo diversi noi e loro, quindi la cosa non poteva continuare."
Sono le sei di sera, a casa Kauffman, al piano di sopra William, otto anni, sta facendo il suo primo incontro con i numeri irrazionali, nel calcolo dell'area del cerchio. Sente da subito un odio viscerale verso quella lettera greca che oggi gli rende la vita impossibile. Sa come sfogarsi però, un sorriso maligno indica che tra poco i compiti per la serata saranno dimenticati. D'altra parte sono così i bambini... non sanno tenere la concentrazione. Comincia a giocare con il suo passatempo preferito da un po' di tempo... per quello che durerà... sa che mamma non gli permetterà di giocarci ancora a lungo quindi si sbizzarrisce come può.
"Poi la vedo... i bastoni non sono bastati a distruggerci ed ora usano la più terribile delle armi.
La forza del sole in un raggio di morte. Offusca il celo con la sua bellezza ed esplode in un inferno di fuoco.
Muoiono a migliaia.
Sono rimasto solo ora, tra le macerie di quello che fino a poco fa chiamavo casa.
Non si può combattere contro un dio."
Emma Kauffman estrae un altro porcino dalla cesta posata sul tavolo della cucina e comincia ad affettarlo per l'insalata della sera. Tempo dieci minuti ed anche quell'incombenza è fatta. La cena è quasi pronta e la pentola dello stufato borbotta allegramente spargendo nell'aria un odore delizioso. - A tavola tutti- dice con voce stridula. Suo marito è nello studio a pensare ma ha sentito... lei sa che ha sentito. E' così nervoso ultimamente... deve essere per le elezioni... gli altri hanno vinto ed ora continueranno con le loro falsità e le loro storie a imbonire gli americani... Sospira... lascia che sia suo marito a occuparsi delle questioni politiche... però col bambino la storia è diversa William è così disattento... dovrebbe applicarsi di più per studiare... starà facendo i compiti...
“La luce indugia ancora un po' nell'aria... è quasi il crepuscolo mentre osservo la devastazione... mi manca l'acqua ed ho fame... un groppo di bile mi blocca lo stomaco e l'odore acido di morte mi attanaglia le narici... quell'odore che ormai da tempo ci circonda... ora sublimato nel fuoco... sento un odore strano nell'aria, lasciato dall'esplosione di fuoco, un odore pulito di fuoco... come se anche l'odore di quello che eravamo stesse lentamente sparendo... come se volessero cancellare il nostro ricordo... un corpo accanto a me ha la gamba recisa, ma non sanguina... mi sorprendo a domandarmi perchè... come se avesse importanza”
Sale le scale verso la stanzetta del figlio, e vede che come al solito invece di fare i compiti giocherella. Si avvicina sorridendo comprensiva, poi aggrotta la fronte -William smettila di giocare con quel formicaio e buttalo via come ti avevo detto... non vedi che perde ?-.
Il figlio sposta la lente dalla parete di vetro del formicaio, e fa il muso. Poi obbedisce e si avvia verso il bagno... sa che sua madre fa passare poco spazio tra parole e fatti e ricorda che gli ha promesso una sberla se non buttava il formicaio.
Alza la tavoletta del water e appoggia il formicaio. Apre il coperchio di plastica nera e volta verso lo scarico il formicaio, precipitando la sabbia nell'acqua.
"Il celo si apre dal nero plumbeo che lo copriva a mostrare un bianco splendente... il mondo intero si capovolge, collassando su se stesso. Vedo un tunnel bianco e vorticante, pieno di acque chiare e pulite, calde... mi si avvicinano gli spruzzi che scacciano la polvere che riempie i miei polmoni. Un ultimo scherzo della mente, un ultimo miraggio.
Le acque mi inghiottono e finalmente raggiungo gli altri... la morte... la pace forse."
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martedì, 24 marzo 2009, 22:58
Allo scoccare del mezzogiorno Henry uscì dal portone principale e si diresse spedito verso la stazione. La luce dei lampioni colpiva i suoi occhi a fasci intermittenti; ad ogni incrocio almeno una delle lampadine si era ritirata in una morte asfittica. Quando se ne incontravano due spenti adiacenti, si poteva notare che uno era stato bersagliato con lancio di grossi proiettili grezzi, ma più probabilmente sassi. Inutile avvertire le autorità competenti; inutile sostituire i componenti. Quando questo avveniva, qualcuno si industriava a danneggiare di nuovo l'illuminazione, lasciando però sul palo un simbolo. Con piccoli pezzi di cartone ritagliati a dovere, gli spray filtravano i loro fluidi nel disegno definito e si stampavano sul supporto sottostante. Un lavoro rapido e senza sbavature.
Henry conosceva a memoria le mappature dei simboli, e in base ad essi orientava il suo percorso. Sapeva riconoscere quando uno di quelli era stato stampato senza che fosse stato sfidato il vandalismo. Di lì, infatti, un breve vicolo dallo stesso lato del lampione, portava in una stradina sconnessa e maleodorante. L'illuminazione non estendeva fin lì il suo regno e potevano passarci solo un paio di persone, alquanto costrette. Nessun mezzo motorizzato poteva insinuarsi in quella porzione di mondo. E' incredibile come proprio al centro delle città si trovino delle zone franche di questo tipo.
Proprio su queste strade, procedendo a tentoni, possibilmente con un paio di guanti per evitare la melma e i rimasugli di qualche brava serata con troppo alcol, si possono fare interessanti scoperte. Henry incontrò la porta.
Bussò.
Bussò più forte.
- Chi è?
- Apri.
- Chi è?
- Dai non fare il cretino apri.
Come uno spiraglio si inserì tra il muro e la porta che ripiegava verso l'interno, poggiandosi sul perno posto verso la strada principale, una lama di luce ferì Henry, che fu costretto a serrare gli occhi ed a catapultarsi in ginocchio oltre la soglia.
Si coprì il viso con le braccia volgendosi verso il pavimento. Delle mani lo raccolsero e lo trascinarono una decina di passi più in là.
- Pazienta ancora un attimo.
Qualcosa avvolse la sua testa. Si sentì spingere, tirare, stringere. Gli stavano facendo indossare qualcosa, come una specie di maschera.
- Ok...ora puoi aprire gli occhi.
Spalancò le palpebre.
Un ambiente di medie dimensioni, quadrangolare, come fosse un vecchio magazzino, ora adibito a centro conferenze o simile. La platea poteva contenere forse un paio di centinaia di persone su delle sediolette in plastica con il poggiamano. Al palchetto si accedeva da due rampe di scalini laterali. Il tavolo bianco e ampio sembrava rubato da una sala operatoria. Alle spalle, una tela da proiettore si stendeva sul muro.
Si portò le mani al volto, e capì che indossava una maschera fatta forse in juta ma non ne era sicuro (di certo gli era strettissima), ma al posto degli occhi c'era una visiera molto spessa in materiale trasparente, forse vetro, ma molto scuro.
- Non credo sia la tua misura questa, ma non mi va di tornare a cercarne un'altra.
- Non fa niente. Più che altro, mi piace come avete sistemato qui.
- Beh sì ci siamo dati da fare nelle ultime settimane. Ormai nel vecchio mattatoio non c'era più pace. Da quando quella vecchiaccia ha cominciato a urlare a destra e a manca di aver parlato con un fantasma vicino al muro che dava sulla chiesa...
- Questa mi manca. Pensavo fossero state le indagini della polizia.
- Beh sì, ma quello dopo l'ondata dei giornalisti...
Un energumeno uscì dal piccolo stanzino laterale e si unì senza troppi preludi alla compagnia. Henry ne fu sorpreso e, perché no, spaventato per un istante.
Un breve silenzio percorse la compagnia.
- Ah! Lui è Enrico, ti ha trascinato fin qui.
- Ciao...mi stavi parlando dei giornalisti.
- Ah sì! Beh...praticamente Enrico quella sera dimenticò la caldaia accesa, e siccome lo scarico lo abbiamo fatto uscire dalla grata sotto al muro nord...
- Quello di fronte alla chiesa.
- Quello...insomma la signora aveva portato a pisciare il cane e s'è aspirata tutto il gas che s'era accumulato lì sotto. Sul muro c'era, e c'è ancora, un murales che raffigura una specie di balena, e quella sciroccata è corsa alla polizia a dire che aveva parlato con una balena vicino al mattatoio. Puoi immaginarti quello che è successo.
- Camicia di forza?
- Macché! Ma dove sei stato negli ultimi due mesi?!
- E' una lunga storia.
- E' una breve battuta per non dire un tubo. Comunque, hai presente l'acquario di Boston?
- Quella con le specie in via d'estinzione?
- Esatto. Beh...praticamente mentre tentavano di far nascere il piccolo dell'ultima balena esistente...le è preso un colpo. Morta. Stecchita. Andata. Con il cucciolo ovviamente, la speranza della nuova generazione.
- Questo quando?
- Il giorno prima della signora schizzata.
- Questo spiega molte cose.
- Ora capisci.
Pago della conversazione, Henry cominciò a macinare passi all'interno della struttura, circumnavigando dal fondo la sala.
La luce era abbagliante nonostante le poderose precauzioni, ed da ogni angolatura sembrava traboccasse energia, come sgorgasse dal suolo e dalle pareti.
La pelle si rifocillava di linfa vitale, immergendosi in quella marea luminosa, che Henry sfidava a viso aperto, ma sempre tenendo gli occhi socchiusi.
Come una droga, un frutto proibito, un segreto celato dalla trama degli eventi, quella vita che scorreva di nuovo e di nuovo ancora nelle vene, sussurrava ad Henry che quella era la strada giusta. Il sorriso affiorò sul viso come per effetto della dilatazione termica.
- Sei pronto?
- Sì. E' da un po' che mi preparo. Ho fatto molte ricerche in tutte le biblioteche nazionali. Avete preparato tutto come stabilito?
- Certo.
Annuì con un gesto che denotava una certa solidità di ideali.
Henry si sedette su una sedia, poi cambiò posto, prima più vicino al palchetto, poi in fondo, destra, sinistra. Studiava ogni punto di vista, ma solo da una prospettiva estetica.
- Sai, con tutte quelle scartoffie che mi sono capitate tra le mani, credo di aver scartato anche materiale interessante, ma di letteratura sull'argomento ce n'è per un millennio di studio. E io non avevo molto tempo, o meglio, ce l'avevo ma ne sprecavo tanto. Sfogliando le pagine mi imbattevo qualche volte in piccole descrizioni idilliche, rappresentazioni bucoliche, romanzetti. Talvolta incisioni, disegni, schizzi di paesaggi...Daniel mi stai ascoltando?
E come se lo stava ascoltando. Si era piazzato un paio di posti dietro di lui, giusto per riuscire a mettere i piedi sul sedile di fronte. Le braccia si raccoglievano sulla nuca per sorreggere il cranio sospeso nel vuoto. Ma alle parole di Henry, ridestò l'attenzione, drizzò la testa. Un sottile velo d'acqua salata gli copriva gli occhi.
- Racconta...
- Eh, cosa vuoi che ti racconti, avresti dovuto vederli. Se te lo dicessi così, non sarebbe diverso da ciò che ci raccontavano i nostri nonni la sera davanti al camino.
- Già...
Entrambi avrebbero parlato per ore, riportando per l'ennesima volta tutte le storie e le descrizioni che ognuno aveva ereditato dalla memoria dei propri vecchi. Ma non lo fecero. In effetti, non lo facevano mai.
Henry prese il portafoglio dalla tasca, e sfilò la foto di suo padre. La accarezzò. Suo padre si era impegnato così a lungo nelle sue ricerche sul passato, che ne aveva assorbito i modi ed i costumi. Ricordava come era felice quando lo lasciavano ascoltare quei pochi radioamatori che ancora trasmettevano sulle onde dell'etere, seduto in poltrona a guardare il caminetto lambire con le sue fiamme l'aria circostante. In quella foto appare al bar del suo amico e socio Edward, seduti a studiare le carte ed a stamparne degli appunti. Com'era ridicolo con quella sua camicia a righe, le bretelle, e quella stupida macchina da scrivere che non funzionava mai. Solo lui sapeva rimetterla in funzione dopo che il foglio si incastrava nel meccanismo in fondo a destra. Eppure gli piaceva così tanto usarla.
Daniel spezzò il suo ricordo.
- Ancora non ho capito come hai fatto a trovarli.
- Ogni tanto qualcosa sfugge ancora alla censura.
- Di che periodo erano?
- La maggior parte del Medioevo, ma mi è capitato persino qualche cosa del Rinascimento.
- Beh...dovrebbero aspettarselo che a quel tempo ci si cimentassero parecchio sul mondo e sulla natura.
- Nel Medioevo?
- No certo.
- Ah beh. Allora sì. Mah, credo che sia una questione di quantità. Purtroppo quelle sono lingue che la macchina non riesce mai a decodificare del tutto. Forse perché spesso non ci riescono neanche gli uomini.
- Ma...con tutti questi studi...sei riuscito a capire quando...quando cominciò tutto?
- Se dicessi che non c'ho provato mentirei enormemente. Se dicessi che ci sono riuscito, forse mentirei di più. Ma un'idea mia personale me la sono fatta.
- Trecento? Cinquecento? Mille anni fa?
- Secondo me...non più di centocinquant'anni fa.
- Eh! Com'è possibile che sia successo tutto quanto in così poco tempo?!
- Poco...è relativo ai mezzi. Ho letto un libro di tale Nostradamus...disse che nell'anno Duemila sarebbe cominciata la fine del mondo.
- Ti prego non cominciare con queste storie. Ne ho sentite in quantità. Il mondo non è finito, si è solo scaldato un po' troppo. Succede quando vivi in una serra di mezzo miliardo di metri quadrati.
- Sì ma secondo me non è stata una serra dal principio.
Daniel poggiò i piedi per terra e avvicinò le orecchie ad Henry.
- Che intendi dire?
- Le mie ricerche riguardano questo...non ne sono sicuro ma secondo me c'entra il cambiamento di come l'uomo viveva prima rispetto ad ora.
Daniel fece cadere le spalle, si alzò con flemma e diresse i passi lontano da Henry.
- Sì, come no, non ci sono più le mezze stagioni.
- Veramente noi non le abbiamo mai avute.
- Hai capito.
L'attesa consumò ancora alcuni minuti, finché si sentì bussare.
Daniel comparve in compagnia del suo fido scudiero.
- Enrico, sai che fare. Mi raccomando, vacci piano, è un pezzo grosso, mica come Henry.
Si guardarono con Henry e ne risero come due adolescenti.
In un attimo la porta si aprì quel tanto necessario per far entrare il tizio sulla soglia. La procedura era la stessa, senza molta delicatezza, ma stavolta la misura della maschera era quella giusta.
Tempo per l'uomo di ricomporsi, si alzò e distintamente saluto i presenti.
- Salve fratelli.
- Salve dottor Richardson. La stavamo aspettando con impazienza.
- Non preoccupatevi fratelli, procede tutto come previsto.
Detto questo, si precipitò con lentezza verso il palchetto. Portava con sé una piccola valigetta di cuoio nero, molto elegante ma evidentemente logora.
Henry lo seguì agitato.
- Dottore, volevo renderle noti i risultati della mia ultima ricerca.
- Grazie fratello, il tuo apporto è a dir poco prezioso. Senza i tuoi servigi, la nostra opera sarebbe impossibile.
Henry annuì soddisfatto.
Il dottor Richardson prese le sue carte e cominciarono a discutere talvolta con rigore, talvolta animatamente. Alla fine sembrava fossero giunti ad una felice conclusione in accordo.
- Bene, allora non ci resta che aspettare.
Passarono molte ore, e la porta cominciò ad aprirsi sempre più frequentemente. Le mani di Enrico cominciarono a sanguinare quando la sala si era riempita solo per metà. Non tutti erano avvezzi a quella pratica, e alcuni si fecero prendere dal panico, affaticando molto il compito degli addetti. Uno di questi portò sotto braccio un cestino coperto da una tela a quadri. Tutti i presenti gli si avvicinarono, prendendo qualcosa dal cesto. Tutti tranne Henry, Daniel, ed il dottor Richardson. Henry si avvicinò furtivamente: sembravano funghi, ma molto lunghi e sottili. Motivo in più per star lontano da quel tipo.
Henry non era stato iniziato alla cerchia dei decisori, ma poteva comprendere molto nettamente sia le ragioni simboliche sia quelle strettamente pratiche della procedura. La grande luminosità forniva una grande potenza simbolica al messaggio che si apprestavano a fornire a quella gente; d'altra parte, la luce rendeva i corpi e gli spiriti più potenti ed allo stesso tempo malleabili, e la maschera lasciava in un comodo anonimato reciproco tutti gli astanti.
Sul palchetto si avvicendavano Daniel con il tizio che era entrato con il cesto; sembrava molto conosciuto dal dottor Richardson. Si poteva ipotizzare che si stessero tenendo aggiornati riguardo qualcosa, forse il numero dei presenti.
Per qualche minuto non entrò nessuno, il tipo sussurrò qualcosa al dottor Richardson, poi si ritirò.
Il dottore si alzò in piedi. Ben presto tutti i posti furono occupati. Henry scelse un posto a sinistra, non troppo lontano dal palchetto. Quando tutto fu pronto, il dottor Richardson fece per schiarirsi la voce:
- Fratelli. Sappiamo tutti perché siamo qui. Qui, oggi, tutti insieme, decidiamo di riappropriarci della nostra storia. Io sono solo un funzionario, un umile magistrato, un semplice notaio della nostra volontà. Vi ringrazio fratelli, vi ringrazio per la vostra forza, per la vostra fiducia, per la vostra tenacia. Non è facile per nessuno vivere in clandestinità, rischiare per qualcosa che non è una certezza. In questi anni ci siamo tenuti in stretto contatto per fare quanto meglio possibile, e credo che siamo riusciti a fare molto più di quanto avessimo sperato. Mi sento profondamente debitore ad uno di voi che ha lavorato molto, e che ora esporrà le sue tesi per mia bocca. La ringraziamo profondamente professor Defoe.
Henry annuì sorridendo ma contraendosi in un'ostentata umiltà.
- Sappiamo, fratelli, che un tempo, non troppo lontano, la nostra Terra era un pianeta fertile e rigoglioso. Nelle verdi pianure cresceva vegetazione di ogni sorta, coltivata dai nostri padri per il sostentamento delle famiglie, ma anche ammirata dagli occhi di ogni uomo che si soffermava ad apprezzare i colori e la vitalità della natura. Animali di tutte le forme, grandezze, colori, estensioni; pacifici, ruminanti, pigri, scattanti, infidi, mastodontici, industriosi, feroci. La nostra Terra, fratelli, un tempo era la culla della vita.
Il discorso continuò per molto tempo, ma Henry distolse l'attenzione ben presto, essendo ormai poco sensibile a retoriche di quel genere. In un momento il dottore si infiammò:
- Fratelli! Io vi dico che tutto ciò è stato distrutto dal sistema, da Loro! Fratelli! Ci hanno strappato secoli di storia dalla memoria, ma non sono riusciti ad oscurare tutto! Fratelli! Sono stati Loro a distruggere il pianeta!
Il vociare in platea crebbe a dismisura. C'era chi non credeva, chi cercava di capire, chi chiedeva al vicino, chi aveva già compreso tutto da molto, molto tempo.
- Fratelli! La coltre di fumo e polvere che copre le nostre città e intristisce i nostri sogni, non è il prodotto di un vulcano, di un meteorite, o di tutte le idiozie di cui ci hanno nutriti da quando eravamo in fasce! Fratelli! Quelli non sono che i fumi di gigantesche macchine a combustione di cui Loro tappezzarono la Terra! Produssero armi, produssero merci, produssero altre macchine!
Il trambusto cominciò a farsi preoccupante. Qualcuno si alzò in piedi in preda alla frenesia di urlare qualcosa, o magari già era pronto ad imbracciare le armi. Molti però rimasero freddi, o forse paralizzati, ad ascoltare le parole del dottor Richardson.
- Fratelli. Ciò che ora è per noi prezioso come l'oro e più, una volta era abbondante come la terra e il vento. Loro avevano una possibilità per tornare indietro, ma non la colsero allora, e ci hanno condannato oggi a spegnerci, piano piano, con le nostre ridotte capacità energetiche e produttive.
Fratelli! Noi dobbiamo riprenderci la nostra storia! Dobbiamo riprenderci la nostra energia ed il nostro futuro! Fratelli! Dobbiamo riprenderci, il Sole!
Le ultime due sillabe esplosero in un urlo che scosse l'anima di ognuno dei presenti. Non fecero in tempo ad ammortizzare le vibrazioni, che il dottor Richardson tirò via la tela da proiettore.
Sul muro, un'enorme svastica, dorata, massiccia, inscritta in un pentagono dal fondo blu notte e dai contorni rosso fuoco, si impose all'attenzione di tutti. Ogni suono fu attutito. Ogni voce fu assopita.
Henry la guardò con estatica passione. L'aveva scoperta in degli antichissimi manoscritti. Colei era il Sole, era la Grandezza, era il Valore. Tutto tendeva a Lei come tendeva al Sole. Emanava potere e coraggio, calore e fermezza. Era la mediatrice perfetta tra l'uomo e la Verità. La distanza che separa le due estremità non contigue della svastica è uguale al prodotto del braccio centrale per la radice di due. Esattamente come la diagonale di un quadrato, al quale la sfericità del Corpo Splendente è ontologicamente irriducibile, ostacolata dall'impalpabilità trascendente del pi greco.
Il dottor Richardson continuò a inoculare parole di saggezza e sapienza alla folla, ma Henry era ormai perso nelle sue personalissime riflessioni. Si ridestò quando sentì il dottore dire:
- Ora, fratelli, è giunto il tempo del riscatto. Uniamoci oggi nella Sacra Confraternita della Svastica. Uniamoci oggi lavorando tutti per lo stesso scopo, guardando nella stessa direzione.
Così dicendo, si rivolse alla svastica, dando le spalle al pubblico.
- Facciamolo, tutti insieme fratelli, spogliamoci del fardello della nostra triste epoca, e fissiamo con coraggio il destino.
Afferrò con una mano la maschera. Era chiarissimo. Tutti lo seguirono. Henry fu un attimo titubante, ma quando tutti si prestarono senza tentennamenti, si preparò.
- Fratelli! Ora!
Luce.
Nubi. Scosse. Fumi.
- Signor Defoe, non si preoccupi, ora è in buone mani.
Era un po' tutto sottosopra, l'arredamento era sottosopra. Anche la disposizione. Anche l'ambiente. Ci volle un po', ma capì di non essere in quel magazzino.
- Signor Defoe, non si faccia pregare, stiamo tutti aspettando lei.
Un uomo dal volto affilato, magro, con gli occhi sporgenti e mobilissimi. Il suo pallore mal si intonava con l'ambiente circostante. Il sorriso serrato accompagnato solo dallo sforzo delle sopracciglia non plasmava un aspetto rassicurante.
Tutto intorno c'erano molte persone: la platea, un piccolo palchetto, ma del tutto diversi dall'ambiente in cui ricordava di essere entrato. Ora era sul palchetto, ma relegato sulla sinistra, sistemato perpendicolarmente alla linea naturale degli altri presenti.
La testa si volgeva qua e là, tentando di aggrapparsi ad una certezza visiva. La mandibola stava lentamente indebolendo la morsa, lasciando Henry in un'espressione inebetita.
L'uomo spigoloso si sciolse in una forzata smorfia di compassione, dileggiando l'interlocutore:
- Signor Defoe...Siamo tutti amici...Le vogliamo bene. Ma ora deve dirci la verità.
- La verità?
L'uomo gli voltò le spalle e si indirizzò verso il centro dell'aula.
- Signori, come potete ben vedere, i precetti della setta ottundono la mente e preparano gli adepti al silenzio. Ma noi sappiamo, signori, sappiamo, signor Defoe, non c'è più nulla da nascondere. Le stiamo solo offrendo una benevola possibilità di riscattarsi.
- Ma lei chi è?
Un breve ghigno si nascose nelle pieghe del viso ossuto.
- Signor Defoe, lei è accusato di aver cospirato contro lo Stato, di aver preso parte a riunioni segrete per destabilizzare la nostra società, di essersi introdotto in un culto blasfemo e demoniaco per spargere il male nel mondo.
- Cosa??
- Si tranquillizzi signor Defoe, le diamo cinque minuti per discolparsi.
Si guardò intorno. Niente vie di fuga. Si alzò di scatto, ma uno strano tizio in uniforme dietro di lui, lo rimise a sedere senza troppi complimenti.
L'accusatore mostrò i suoi denti bianchi e aguzzi accennando un gesto che in altri uomini denota simpatia.
- C-cosa? Ma io...Io non ho fatto nulla. Io sono uno studioso. Mi hanno commissionato una ricerca, ed io l'ho fatto. Mi sono trovato in quella situazione...
- Lei conosce il signor Waley vero?
- Chi?
- Daniel Waley.
- Sì...
- Siete amici d'infanzia, e da tempo l'ha iniziata al culto.
- Daniel...
L'uomo inclinò la testa da una parte e guardò Henry di striscio.
- Tre minuti signor Defoe. Non sta utilizzando bene il suo tempo.
- Io...Se io sono colpevole di qualcosa, allora è di aver cercato la verità, quella verità che ci è occultata dal governo. Se un crimine ho commesso, è contro l'asservimento, contro il silenzio.
- Lei adorava il demonio signor Defoe. Nel luogo dove stava assistendo al rituale, sul pavimento era cosparso zolfo in grandi quantità. Lo zolfo richiama simbolicamente gli inferi, signori.
- Non è vero!
- Due minuti, signor Defoe.
E cominciò a sventolare una bustina trasparente davanti ai suoi occhi, contenente una polverina gialla.
- L'abbiamo trovato sulle sue scarpe.
- E' un complotto!
L'omino sogghignò di nuovo.
- Lei è sicuro, signor Defoe, che sul pavimento non ci fosse nessuna polverina dal colore giallo. Ci sembra evidente che non sarebbe stato molto facile vedere bene il pavimento. Un minuto.
Ricordò la luce accecante. Capì che non c'era più nulla da fare.
- Che sia giudicato insieme ai suoi confratelli della svastica!
Era la fine.
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lunedì, 16 marzo 2009, 23:10
Ritengo sia normale la sera andar a Mensa e in giorno sì fatale ricever committenza da antonio caro amigo che nomasi il più figo
Ma cominciar si puote con verbi d'altri tempi che posson parir vote A lettori ormai empi? E così, inizi il rito a tutti voi l'invito
Ignori allor la fama
del cucciol di balena tranciato dalla lama d'una fatal catena risorse como fantasmo con esemplar miasma
La sorte maledice quel che costringe inerti a metter in cornice squallidi lacerti stabiliti per diletto da chi credesi 'l furbetto
Ricordi quelle croce con gli uncini in fine?
Fu segno d'una voce che epurò il confine di stupidi stranieri ma detentor d'averi
Tu dici d'inserire numeri irrazionali, sperando di colpire coi tuoi gloriosi strali stupidi plebei servitor d'ebrei
Secchia collo zolfo uomo seduto al bar di cazzate son ingolfo è tempo di lasciar con esto mio addio: Il primo resto IO
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lunedì, 16 marzo 2009, 23:03
In occasione dei 54 anni dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale, per celebrare tale ricorrenza, la sfida verterà sulla seguente tematica:
-La maledizione della svastica (sia essa destrogira o levogira).
Le implicazioni politiche non sono indispensabili. Ad ogni modo non significa che vadano evitare.
Il nostro generatore casuale inoltre indica come elementi da inserire:
-Una busta contenente zolfo, sul cui utilizzo ovviamente vi è la massima libertà.
-L'uomo seduto al bar in camicia a righe che scrive a macchina.
-Il fantasma di un cucciolo di balena.
-Almeno un numero irrazionale.
-Un cesto di funghi.
Elemento facoltativo (adatto a chi ama complicarsi la vita): -Il riscaldamento globale.
Per coloro i quali ritengano questa sfida troppo difficile si ricorda che gli elementi possono figurare nella maniera che più vi aggrada, anche come mere frasi comparenti su un giornale, ma ovviamente l'uso ponderato degli stessi aumenta a dismisura il valore di creatività della storia, il quale tuttavia non figura in nessuna statistica/votazione.
Il limite è fissato a 3100 parole.
La scadenza è posta per il 23 di marzo.
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