L'ospitalità di Andrea si era ridotta dello stesso ordine di grandezza della sua statura a riposo. La sinuosa linea che accompagna la colonna vertebrale si stava progressivamente contorcendo come un gambo di un girasole nella metropolitana.
Erano passati ormai due anni da quando si era impegnato nelle in profonde ricerche sugli insetti delle foreste della Nuova Guinea. I suoi coinquilini e quei pochi amici che di tanto in tanto andavano a trovarlo, coscienti della sua maniacale profusione di risorse nel suo lavoro, tentavano di distrarlo, ma con scarsi risultati. Ad ogni loro tentativo di abbozzare un discorso qualsiasi, rispondeva sempre allo stesso modo. Anche se tiravano in ballo gli argomenti più disparati, nella sua tesi ne trattava un aspetto o un particolare. E' facile capire quanto non fosse per niente chiaro che diavolo di lavoro stesse buttando giù. Nessuno era riuscito a stare dietro ai suoi monologhi intricati e deliranti, ma la sensazione è che non sarebbe bastato neanche un entomologo. Ormai non frequentava più l'università da un anno, "roba per post-liceali ancora cogli ormoni ingarbugliati!".
Solo dalla sua stanza si poteva accedere al piccolo balcone, che dava su di un palazzo di sei piani, risalente al primo dopoguerra, ma quasi del tutto abbandonato. Molte delle finestre erano murate, e qualcuno dai piani superiori del palazzo di Andrea si era divertito a lanciargli uova e proiettili di vernice. Andrea passava molto tempo lì, sperando di carpire il segreto che celava un immobile abbandonato nel centro città. Inclinando un poco la testa verso sinistra si scorgeva il Piazzale delle Rose, da una strana angolatura che non permetteva ai passanti di accorgersi di un osservatore da quel balcone. Non era un problema, visto che lo sforzo necessario per guardare era sopportabile per 4-5 secondi, non di più. Fu da lì che osservò la manifestazione: non aveva mai visto un sommovimento di quella grandezza, e, dopo tanti anni passati nell'ambiente universitario, quando finalmente la Storia ha chiamato una generazione a raccolta, lui si era fatto trovare in bagno.
Il giorno dopo la manifestazione, poco dopo l'ora di pranzo, il campanello trillò per un paio di interminabili secondi nella testa di Andrea, che era in casa da solo. Il trillo non si arrendeva. Andrea neppure. Ma il trillo insisteva. Avrebbe voluto smontarlo a martellate. Mal sopportava tutto ciò che disturbava la quiete casaligna, come il telefono. Ma il campanello in particolare. Una delle invenzioni più cretine che l'uomo abbia mai partorito: non poteva nemmeno sapere chi fosse dall'altra parte della porta! Se l'altro avesse dovuto bussare urlando un "C'è qualcuno?" almeno qualcosa se ne poteva cavare. Sesso, età, provenienza, opinione politiche, numero di zampe. Così proprio no.
Aprì senza chiedere.
Un distinto omino in giacca e cravatta si materializzò agli occhi di Andrea, completo di mocassini neri, pantaloni antracite e cinta in pelle nera serrata da una fibbia recante le iniziali P.C.
Sbarbato a dovere, capello corto pettinato con un grumo di gel e occhi gelatinosi dal colore acqueo. Il mento sfuggente dava quel tocco di insignificanza in più al bambolotto.
Il sorriso inutile dell'omino irritò Andrea:
- E tu chi cazzo sei?
- Amico! Sono felice che il Signore mi abbia permesso di incontrare anche oggi un mio fratello. Salve, sono Gregory.
Tese la mano. A vuoto.
- Che cazzo di nome è Gregory?
Ritirò la mano in un lampo. Fece un impercettibile salto sul posto.
- Sono venuto per illuminare la mia e la tua giornata con un messaggio di speranza, di bontà, di felicità, di serenità.
- Ne prendo due, basta che ti levi dalle palle.
- Fratello, se mi lasci umilmente accomodare nella tua dimora, il mio cuore si aprirà per accogliere ogni tua preoccupazione, e lasceremo che l'immensa misericordia del Signore perdoni entrambi per la preghiera che rivolgeremo al Signore perché ci dispensi un po' del Suo amore che non meritiamo.
Andrea inarcò le sopracciglia e osservò lo strano soggetto con sufficienza e curiosità.
- Sei mai stato in Nuova Guinea?
L'omino con un guizzo si precipitò nel corridoio dell'appartamento, prodigandosi subito in elogi sull'arredamento dal dubbio gusto pasoliniano. Accarezzò il gufo imbalsamato poggiato sul mobile e si sistemò il sorriso allo specchio romboidale appeso poco sopra. Era di pessima fattura: la cornice di stucco dorato aveva degli strani segni al vertice destro sulla diagonale minore, segni di denti, ma più piccoli, come fosse stato rosicchiato.
L'omino si volse verso Andrea e sorrise di nuovo.
- Roditori?
- No, mi occupo di insetti.
Un sottile curvatura attraversò i muscoli della fronte dell'omino. Tralasciò.
- Allora fratello, dove ti senti più a tuo agio? Per me una stanza vale l'altra, perché il Signore è ovunque.
- Ma voi strani tizi non dovreste portare sempre una ventiquattrore?
L'omino strinse la mano destra stesa lungo il fianco. Spostò lo sguardo verso l'alto e ruotò i globi. Tornò a fissare Andrea più sorridente che mai.
- Va bene qui allora.
E si sedette sulla sedia ripiegabile in plastica bianca in salone. Andrea prese il suo posto in poltrona e sembrò sprofondare senza appello verso gli inferi. La legge dell'impenetrabilità dei corpi rigidi salvò la sua anima ancora una volta, e le molle si incastrarono le une sulle altre stridendo.
Rimasero per qualche minuto in silenzio, l'omino sfregava le sue mani con lentezza ma senza posa; Andrea lasciava oscillare lo sguardo per cogliere qualcosa che cambiasse lo scenario imbarazzante. L'omino sorrise.
- Vuoi raccontarmi di te fratello?
- Sto facendo la tesi.
- Oh beh fantastico! Mi ricordo quando la feci io...era sull'estetica di San Tommaso d'Aquino.
- Sei frocio?
- No fratello, è filosofia.
- E io che ho detto?
- E tu su cosa la stai facendo?
- Insetti della Nuova Guinea, formiche in particolare.
- Chissà magari posso aiutarti!
- Ho detto formiche, non vermi.
L'omino sorrise.
- Parlami dei tuoi amici, della tua ragazza.
Un flash etereo colpì la memoria di Andrea. Erano ormai quattro anni che non la vedeva. Il giorno della laurea triennale, mentre discuteva la tesina con brandelli di frasi raccapezzate alla meno peggio, correva con lo sguardo tra i banchi e le sedie dell'aula. C'erano solo quelle facce cerose dei parenti materni, buoi al pascolo in una gioielleria. Le bibliche perle ai porci. C'era Antonio, l'amico d'infanzia che non aveva dovuto studiare perché il padre gli aveva lasciato il suo bar tabacchi, e si sentiva realizzato. Andrea per questo lo odiava con tutto se stesso, ma Antonio non se n'era mai accorto. Erica, quel cesso che non aveva ancora capito che lui sì studiava gli insetti, ma certo non ci usciva. Il figlio del fottuto padrone di casa che andava da Andrea a fare ripetizioni di chimica, gratis ovviamente. Il pagamento dell'affitto era sempre in ritardo di tre mesi minimo, e per potersi permettere la dilazione, si prestava a qualsiasi forma di sfruttamento. Un lunedì gli chiese di tagliargli i capelli: aveva una festa e doveva assolutamente sistemare la sua pettinatura alla moda. Andrea di nascosto mischiò un po' di insetticida nello shampoo, strofinò per bene, venne su una bella schiuma verdina e profumata, poi asciugò e spuntò i capelli a tapparella del giovin belloccio. Due settimane dopo il furbone fu costretto a rasarsi a zero: dai capelli non faceva che generarsi una specie di polverina bianco-giallastra che sembrava forfora, ma se toccata e portata agli occhi, beh, c'era da chiamare il medico.
Lo sguardo si inseriva in ogni possibile angolo, analizzava ogni viso almeno per due volte, persino quando era evidente che una folta barba ne avvolgeva la superficie. Lei non c'era.
Centodieci e lode. Tra gli schiamazzi irritanti della mandria e il tocco calcato in testa da chissà quale cafone che non distingueva una tradizione americana da una locale, accese il cellulare. Lei aveva lasciato un messaggio, un sms. Corse a nascondersi e lo lesse.
Era un addio, senza mezzi termini, ma con tante chiacchiere. Non ci si capiva molto: parlava di un viaggio, un momento di riflessione, una nuova avventura, i calzini sporchi sul pavimento. Ma si complimentava per la laurea. Anche senza di lei, diceva, sarebbe diventato qualcuno.
Dopo quattro anni insieme, tutto ciò che gli rimaneva di lei, era un sms e qualche fermaglio per capelli sul comodino accanto al letto.
Si presentò in facoltà per un mese quasi ogni giorno, ma di lei, nessuna traccia.
Un fiume in piena, una bottiglia di spumante agitata e stappata, un'eruzione di lava basaltica. Così doveva sembrare Andrea all'omino dal sorriso smagliante, quando una slavina di parole lo colse di sorpresa. Passarono i minuti, e poi le ore, senza che l'omino mutò posizione sulla scomodissima sediaccia da pic-nic; si accarezzava talvolta il mento, corrugava un istante la fronte, asciugava con le dita sudore che non secerneva.
Non obiettò, non fece domande, non si scandalizzò, non emise alcun suono. Andrea stava raccontando tutto, dal principio, o meglio: dal principio della fine.
Era passato un anno da quel giorno in cui Andrea incontrò il suo destino, e festeggiò la ricorrenza con Gregory e tutta la Grande Famiglia. Da un anno aveva scelto la Strada della Luce, e la sua vita non era più la stessa. Al diavolo la tesi, al diavolo la laurea, al diavolo le fughe di soppiatto quando era nei dintorni il padrone di casa. Ora aveva un ruolo che tutti ritenevano importante nella sua nuova famiglia.
La missione di Gregory per aprire il cuore agli afflitti, era ora anche la missione di Andrea.
Le persone lo ascoltavano, pendevano dalle labbra di un vero Redento; in un mondo dove l'unica svolta esistenziale è dall'illusione alla disillusione, se non, peggio, alla delusione, Andrea era la speranza, il punto interrogativo che si ripropone, che lascia echeggiare vita nel vuoto emotivo.
Era la seconda settimana di aprile, stavano facendo il giro nei pressi del quartiere nord-est, popolato da appartamenti lussuosi e gente perbene, quando si imbatterono in uno abitato da una coppia molto accogliente, e per gente come loro era pur sempre una rarità inaudita. Forse sembrerebbe meglio dire che fu la coppia ad imbattersi in Gregory e Andrea, ma si deve capire che la loro era una crociata che non conosceva confini politici o giuridici; il mondo era la casa del Signore, ed erano gli altri che vi entravano senza salutare il padrone di casa. Andrea era un soldato dell'Intelligenza Superiore, o forse solo un suo maggiordomo, ma gli altri erano tutti ospiti. Entrate nella Grande Famiglia. Sedetevi al tavolo con il Signore, e parlate d'Amore.
Furono accolti in un salotto arredato in tonalità crema; un divano a tre posti, uno a due posti ed una poltroncina circondavano un tavolo a tre piedi terminante con una lastra ovale in vetro. I piedi si accoccolarono sul tappeto dalle espressioni cromatiche tendenti al bianco ghiaccio. L'uomo era sulla cinquantina, brizzolato, giacca e cravatta anche in casa, come un uniforme, sguardo bonario e sorriso caldo ma impercettibile sotto i baffi. La consorte si presentava di almeno una decina d'anni più giovane, bruna, elegante, sicuramente colta ma non abbastanza da cogliere il cattivo gusto delle sue espressioni patetiche, quasi di compassione.
La conversazione era delle più fluide e piacevoli che i due missionari ebbero la fortuna di ingaggiare. La coppia non aveva figli, ma avrebbe voluto; il Signore li aveva privati di una gioia così grande che erano stati prossimi a perdere la fede. L'uomo raccontò che un giorno andò ad una mostra sulla vita nella foresta, e fu colpito da uno scenario a dir poco sorprendente: i curatori dell'esposizione decisero di far vedere agli spettatori quella parte di vita che si svolge lontano dai nostri occhi, in quel mondo sotto i nostri piedi che istintivamente crediamo compatto. Davanti ai suoi occhi si presentava un formicaio artificiale installato in una vetrina, attaccato alla lastra più lontana dalla parete; tutto intorno era coperto di terra. La cosa stupefacente era che il formicaio era in vetro, e la trasparenza rivelò al signor Riccardo quanta vita c'era il quella porzione di mondo che non rientra mai nei nostri calcoli. Centinaia e centinaia di esemplari di formiche esotiche si muovevano in modo frenetico, disegnando un apparente caos inestricabile, ma la cui essenza era l'ordine silente e implicito della Natura. In quel momento capì che Dio aveva destinato ad ognuno di noi un destino, al quale non si può sfuggire, anche se può capitare di sbandare un momento; così, loro, pensavano che il Signore avesse sprecato il loro amore non permettendogli la felicità di essere genitori, ma capirono che quell'apparente errore nascondeva una ragione superiore. Un lungo silenzio meditativo seguì la fine del racconto. Andrea lo ruppe.
- Quale?
- C-cosa?
- Quale ragione?
Il silenzio si fece truce. L'uomo impallidì e spalancò gli occhi, ingrossando il respiro. La signora cominciò a tamburellare le dita sulla gamba mordicchiandosi il labbro inferiore. Gregory sorrise.
Rapidamente si congedò alla coppia e trascinò Andrea via con sé. Quella sera la Grande Famiglia non fu contenta. Ma ad Andrea non importava. Quello che era importante ora, era trovare quel formicaio.
Per giorni, settimane, mesi, sfogliò ogni rivista, chiamò ogni museo, ogni sala esposizione, persino le gallerie d'arte, ma non trovò nulla. Giunse quindi alla decisione di farlo da sé.
Prese l'occorrente, salutò la sua Famiglia imbastendo una scusa ridicola: andava a fare un pellegrinaggio solitario. Tornò invece alla svelta nel suo vecchio appartamento. Ovviamente aveva continuato a pagare l'affitto, anche se tornava raramente lì. Tutto era come prima, ma i coinquilini erano cambiati. Non perse molto tempo con le presentazioni, e si chiuse nella sua camera-studio.
Il lavoro non era facile, e ancor meno facile era nascondersi a Gregory. Insistette a cercarlo in casa per un paio di settimane: l'ordine tassativo era rispondere "Andrea chi?". Finché uno dei coinquilini, che lavorava in un locale fino a notte fonda, fu svegliato alle 6 di domenica mattina dal campanello. Sempre lui. Stavolta non ebbe la forza mnemonica per resistere, e tradì Andrea, che dalla sua stanza si era reso conto di tutto. Non era però affatto sorpreso, perché conosceva la tenacia del suo ex-collega e salvatore.
Uscì dalla sua stanza e si sedette subito in poltrona, aspettando con stizza l'imminente sermone che non tardò ad arrivare. Il dorso delle mani di Andrea era costellato da luccicanti frammenti di vetro conficcati nella carne. Sottili rivoli di sangue essiccato si stendevano sulle dita come lacrime d'inchiostro ramato. Gregory le fissò. Scosse il capo.
- Non è così che troverai la tua strada. Non è col sangue che si aprono le porte del cuore.
Andrea storse la testa fissando negli occhi l'omino.
- Quelle del cuore no, ma, sai, di sangue ne serve invece, e tanto, per aprire le porte della vita. Per essere un filosofo sei una sega, fratello.
Gregory lo fissò attonito, mantenendo a fatica la sempreverde paresi labiale che gli lasciava scoperti i denti bianchissimi.
- Tu non saresti vita ma solo materia inerte se tua madre non avesse scopato con tuo padre. Fin qui ci sei?
Non rispose.
- Senti: tuo padre ci ha messo la chiave, e tua madre la serratura e così hanno aperto la porta della vita. Ti serve un disegnino? Ora: può darsi che tua madre fosse generosa già in tenera età o magari solo precocemente curiosa, quindi per essere realistici in luogo di tuo padre dovremmo mettere chissà chi, ma non è importante. Per aprire la porta, serve sempre sangue. Almeno un po'. La vita stessa nasce assetata di sangue.
Per la prima volta il sorriso di Gregory si eclissò coperto dalle labbra, serrate in uno sforzo che le rendeva pallide e violacee a tratti alterni. Le narici si dilatarono un istante, lo sguardo cadde al nadir della poltrona.
- Lo sapevo. La tua anima è ormai perduta, prigioniera della carne che la occlude, la opprime e ne soffoca il grido di libertà. Fratello, non ti rendi conto che le tue viscere ti stanno vincendo?
- Soprattutto verso l'ora di cena.
Gregory scosse il capo, poi si ridestò con gli occhi percorsi da una luce riflessa.
- Andiamo, ti mostrerò il ceppo al quale sacrificherai la tua salvezza.
Andrea sobbalzò lievemente in una risata isterica soffocata dalla curiosità.
Gregory non parlava mentre guidava. I marciapiedi scorrevano densi di anime sulla via della perdizione, o soltanto confuse dalla perversione del mondo che solcavano indifese.
Accostò in una via in periferia, poco dietro ai secchioni dell'immondizia. Da uno di questi fuoriusciva un mostro in plastica e metallo coperto di una rada peluria ferrosa.
- Devo dire che di tutte le cose idiote che ho pensato della mia vita, che mi fossi dannato l'anima per una lavatrice arrugginita è veramente la realtà che supera la fantasia.
- Civico 36, interno 9, terzo piano. Scendi.
- Che?
- Scendi, non assisterò alla tua fine. Non ce la faccio fratello.
- No misà che qui sono io che sto assistendo alla tua. Ti serve un dottore.
- Scendi!!
Andrea si catapultò fuori in un baleno. Assurdo. Gregory aveva urlato. E ora se ne stava scappando a tutta velocità con lo sportello aperto.
Si guardò intorno. Non conoscenza la zona, ci era passato solo qualche volta mentre si perdeva tra i meandri stradali della città. Stava facendo buio e non aveva neanche un giacchetto. Si strinse nelle spalle e cacciò le mani nelle tasche. A questo punto, non poteva che cercare questo benedetto civico 36, così gli sembrò di ricordare.
Fece solo qualche passo: il cancello era aperto. La cassetta postale dell'interno 9 era senza nome.
Chiamò l'ascensore, ma la luce non si accese, il che fece pensare che avrebbe aspettato molto prima di vederlo arrivare. Salì le scale lentamente. Ma che diavolo stava facendo? Si trovò davanti la porta, senza nome sul campanello. Suonò.
La porta si aprì.
- Salve fratello.
- Ma...Sara?
- Andrea...
- Ma che diavolo significa tutto questo? Che fai qui? E che significa "fratello"?
- Mi avevano detto che sarebbe arrivato il mio primo fratello.
- No cazzo, io sono il tuo primo ragazzo. Fanculo la rima.
- Sei sempre lo stesso.
- Tu...tu no...ma che hai fatto? Sembri...più grande. Saranno passati cinque anni, e invece...
- E invece?
Sembrava avesse quarant'anni. Incomprensibile.
- E invece...
- Entra ora dai...
Andrea si voltò, e scese le scale lentamente. Era brutta.
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