Mai nessuna rapina, che io ricordi. E' così evidente che non ho nulla che valga la pena rubare? Il telefonino da un'altra epoca, qualche banconota accartocciata sparsa per le tasche, un paio di ciondoli che hanno significato solo per me. Fuori da Mira al sabato sera c'era tutto il liceo, centinaia di motorini attorno a una pizzeria di pochi metri quadri. Il biondo passava e prendeva a tutti qualcosa. A volte li picchiava anche se gli avevano già dato soldi e catenina, solo perché stavano con qualche ragazza che piaceva a lui (e gli piacevano tutte). Poi passava accanto al mio gruppo. Non che fossimo amici, ma eravao gli unici che trovava al biliardo alle tre del pomeriggio, nella salagiochi-covo sgangherata del nostro quartiere (il "quartiere brutto", non c'è neanche bisogno di dirlo). Mi dava un'occhiata veloce, ricordava di aver giocato a carambola con me, e passava al prossimo della fila.
Di minacce invece ne ricordo tante. Qualcuno direbbe che è il karma per quell'estate che passai con Ramon a terrorizzare chiunque ci capitasse a tiro. Non ricordo come ci siamo conosciuti. Non ricordo neanche che qualifica avesse: non era il figlio di un camorrista, non era un genio delle arti marziali, non aveva avuto un'infanzia difficile. Era semplicemente convinto che nessuno potesse batterlo, e in effetti sembrava proprio così.
Allora andavamo in giro e litigavamo con tutti quelli di cui andava di moda avere paura. Eppure non importava quanti sforzi facesse, sembrava condannato a restare per sempre uno sconosciuto. Per nascondere la sua ossessione aveva progettato un piano: io andavo a spintonare e infastidire il gruppo, e lui stava nascosto finché loro non decidevano di ribellarsi. Il sottinteso era che se l'avessero visto sarebbero scappati subito togliendoci tutto il divertimento, ma la realtà è che non sarebbe cambiato nulla, perché nessuno sapeva chi fosse Ramon, neanche quelli che aveva malmenato la sera precedente. Nessun altro oltre me ricorda Ramon; non mi stupirei se un giorno dovessi scoprire che era un amico immaginario.
Ma l'equilibrio è stato ristabilito, comunque.
Spedizioni punitive? Litigi con qualcuno che pensa che tu l'abbia guardato storto, o fissato per un secondo di troppo la sua ragazza? Una banda di immigrati voleva pestarci per farsi dire come avevamo fatto a scassinare la macchinetta degli snack. Il mio socio era del loro stesso paese e ha capito che cosa stavano dicendo; una frase urlata nel loro dialetto è bastata a confonderli il tempo necessario per passare oltre e scappare. Gli incontri notturni con nordafricani ubriachi meriterebbero una categoria a parte. Iniziano con un litigio e finiscono con il mio nuovo amico che mi impartisce una lezione sulla vita (l'argomento può andare dal semplice "perchè le donne sono tutte puttane" al più interessante "la mia tecnica personale per fare viaggi astrali").
L'ultima cosa che ricordo è uno spacciatore che si lanciava addosso a un mio amico perché gli aveva raccolto da terra un pacchetto di sigarette nel quale nascondeva il fumo da vendere. Perché poi se l'e' presa anche con me? Se ricordo bene, perché mettendomi in mezzo gli ho dato del lei. Venti metri più in là, mentre la nostra amica slegava la bici e lo spacciatore da lontano continuava a urlarci che stava per ucciderci, due tipi sdraiati sul marciapiede mi dicevano che l'unico mezzo di trasporto conveniente per la città era il cavallo. "L'unico lato negativo è che ti cagano in casa. Ma casa mia è un prato!".
Di minacce invece ne ricordo tante. Qualcuno direbbe che è il karma per quell'estate che passai con Ramon a terrorizzare chiunque ci capitasse a tiro. Non ricordo come ci siamo conosciuti. Non ricordo neanche che qualifica avesse: non era il figlio di un camorrista, non era un genio delle arti marziali, non aveva avuto un'infanzia difficile. Era semplicemente convinto che nessuno potesse batterlo, e in effetti sembrava proprio così.
Allora andavamo in giro e litigavamo con tutti quelli di cui andava di moda avere paura. Eppure non importava quanti sforzi facesse, sembrava condannato a restare per sempre uno sconosciuto. Per nascondere la sua ossessione aveva progettato un piano: io andavo a spintonare e infastidire il gruppo, e lui stava nascosto finché loro non decidevano di ribellarsi. Il sottinteso era che se l'avessero visto sarebbero scappati subito togliendoci tutto il divertimento, ma la realtà è che non sarebbe cambiato nulla, perché nessuno sapeva chi fosse Ramon, neanche quelli che aveva malmenato la sera precedente. Nessun altro oltre me ricorda Ramon; non mi stupirei se un giorno dovessi scoprire che era un amico immaginario.
Ma l'equilibrio è stato ristabilito, comunque.
Spedizioni punitive? Litigi con qualcuno che pensa che tu l'abbia guardato storto, o fissato per un secondo di troppo la sua ragazza? Una banda di immigrati voleva pestarci per farsi dire come avevamo fatto a scassinare la macchinetta degli snack. Il mio socio era del loro stesso paese e ha capito che cosa stavano dicendo; una frase urlata nel loro dialetto è bastata a confonderli il tempo necessario per passare oltre e scappare. Gli incontri notturni con nordafricani ubriachi meriterebbero una categoria a parte. Iniziano con un litigio e finiscono con il mio nuovo amico che mi impartisce una lezione sulla vita (l'argomento può andare dal semplice "perchè le donne sono tutte puttane" al più interessante "la mia tecnica personale per fare viaggi astrali").
L'ultima cosa che ricordo è uno spacciatore che si lanciava addosso a un mio amico perché gli aveva raccolto da terra un pacchetto di sigarette nel quale nascondeva il fumo da vendere. Perché poi se l'e' presa anche con me? Se ricordo bene, perché mettendomi in mezzo gli ho dato del lei. Venti metri più in là, mentre la nostra amica slegava la bici e lo spacciatore da lontano continuava a urlarci che stava per ucciderci, due tipi sdraiati sul marciapiede mi dicevano che l'unico mezzo di trasporto conveniente per la città era il cavallo. "L'unico lato negativo è che ti cagano in casa. Ma casa mia è un prato!".
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