Utente: zagabria
Nome: Antonio Zagabria
Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.

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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
martedì, 17 aprile 2007, 23:30

1.

Scena: Uno studio elegante. Gegiù, seduto alla scrivania, scrive sui registri. Di fronte, seduto, un omone dalla barba folta, e in piedi di fianco a lui il maggiordomo buono Tigre-pulcino che lo ha accompagnato. Alla destra della scrivania, in piedi, Crizia la segretaria si fa aria col ventaglio.

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Gegiù: Lei dev'essere l'addestratore di orsi. Io sono il padrone del bordello. Ho solo quindici anni, e questo posto me l'ha lasciato mia mamma prima di partire con il suo amore marinaio. Glielo dico subito per evitare commenti banali sulla mia giovinezza. Tigre-pulcino l'ha già conosciuto, e questa è Crizia, la mia segretaria. Sembra un po' tirata ma mi garantiscono che sia molto disponibile a fare sesso e anche molto brava. Io non ho mai provato, glielo dico perché me l'hanno riferito. Crizia, confermi?

(Crizia assume un'espressione di annoiato disdegno e gira lo sguardo verso destra in modo da fissare il muro anziché i suoi interlocutori. Continua a muovere il ventaglio con gesti rapidi)


Crizia (con tono aristocratico): Confermo di essere molto disponibile a fare sesso e anche molto brava.

L'omone (tutto d'un fiato, alzandosi di scatto e tendendo la mano): Io mi chiamo Giappone e sono molto lieto di lavorare con lei. Le consiglio con umiltà di non giustificare la sua età (certamente molto ridotta per una posizione del genere!) in quel modo, altrimenti qualcuno (non io) potrebbe fare invece dei commenti banali su sua madre. E se posso permettermi, perché ha deciso di non provare la signorina?

Gegiù (dopo un sospiro teatrale di almeno cinque secondi): Mi perdoni la franchezza, signor Giappone, ma vorrei esporle un mio dubbio. Vediamo come posso porre la questione... Com'è possibile che un uomo come lei, un uomo che.. sì, diciamolo senza imbarazzo, si troverebbe più a suo agio a rotolarsi nel fango in compagnia di animali selvatici che in un bordello raffinato come il mio, com'è possibile, dicevo, che un uomo del genere possa insegnare le buone maniere? Insomma, non se la prenda a male, ma è chiaro che lei non è certo un esperto di galateo.

Crizia: O di abbigliamento.


Gegiù: O di procedura per il cambiamento di nome perchè ridicolo o vergognoso o perchè rivela origine naturale.


Crizia: O di abitudini igieniche per ottenere un alito fresco o che almeno non puzzi di merluzzo.

Giappone: Voglio ricordarle che un addestratore di orsi non insegna il galateo ma il modo di trattare una donna. Diciamo che è più una questione di poesia che di etichetta. Inoltre vorrei rispondere alla giusta affermazione della dolce signorina Crizia (quella sull'abbigliamento, non quella sull'alito) chiedendole di tener presente che vengo da Posto, e nelle zone costiere la moda è certamente diversa da quella di città, visto che diamo la precedenza alla funzionalità (non dimentichi mai che discendiamo da una stirpe di gloriosi marinai).

Gegiù: D'accordo, penso di aver capito. Il nostro buon Tigre-pulcino la accompagnerà nel suo ufficio e le spiegherà come funzionano le cose. Per rispondere alla sua domanda indiscreta di prima, Crizia non mi attira minimamente perché non porta le trecce. A livello professionale non ho nulla da ridire sulla sua orrenda acconciatura da segretaria, essendo lei per l'appunto una segretaria, tuttavia a livello estetico la trovo nettamente inferiore a un glorioso intreccio di ciocche, il sublime ornamento che incorniciando il viso di una donna me la rende appetibile. Ora può andare.

(Giappone e Tigre-pulcino escono)

Gegiù: Ancora non ho capito a cosa ci serve quest'uomo peloso.

Crizia (voltandosi verso di lui): Lo sapresti se solo ti degnassi di dedicare una mezz'ora a leggere il manuale che ti ha lasciato tua mamma prima di farsi sedurre da quel porco che ora l'ha sicuramente abbandonata in qualche isola abitata da cannibali o maniaci sessuali.

Crizia (calmandosi e rimettendosi composta): Comunque ti faccio un riassunto: la nostra scuderia è composta prevalentemente da ragazze la cui età va dai quattordici ai diciassette anni. L'impiego di minorenni in questo paese è consentito solo a patto che vengano seguite costantemente e che venga evitato loro qualsiasi tipo di trauma.

Gegiù: Credevo fosse per questo che ogni giovedì mi vesto da prete e perdo una giornata intera a rassicurare le ragazze sul fatto che dio le ami ancora, cosa che intimamente considero e spero falsa. E ogni volta che qualcuna partorisce la devo convincere ad affidarmi il bambino e riprendere il suo lavoro. E poi devo pagare il cuoco.

Crizia: Lasciami finire. La legge impone l'impiego di due figure. La prima è il consigliere spirituale, e su questo risparmiamo grazie al tuo bizzarro hobby. La seconda figura professionale obbligatoria è l'addestratore d'orsi, nome pittoresco che designa un profondo conoscitore delle necessità emotive delle donne. Il suo compito è quello di fare un colloquio preliminare con i clienti per assicurarsi che conoscano almeno le basi del come comportarsi con una ragazza, in modo che la stessa non venga traumatizzata.

Crizia (dopo una breve pausa, ricordandosi): E comunque vorrei farti notare che nessuno ti obbliga a farti consegnare quei bambini. Lo fai solo perché ti piace mangiarli. Una passione disgustosa e poco igienica, se posso dire la mia. Ce l'aveva anche tua madre; a volte penso che tu lo faccia solo per ricordarti di lei.

Gegiù: Mah. Certo che... hai visto che personaggio? La cosa più triste è che si vantano anche di venire dalla costa, come se fosse un pregio. Loro sono liberi perché respirano l'odore del mare, e noi invece saremmo i tristi prigionieri della città. Comunque ho deciso, non chiamo più il cuoco dei bambini. D'ora in poi me li preparerai tu.

Crizia: Sono completamente negata in cucina. Non ho la minima idea di come si faccia.

Gegiù: Dovrai imparare. Mi sembra che tu guadagni abbastanza, considerando il fatto che non hai le trecce, no? Il figlio di Rosa fa tre giorni domani, direi che è pronto.


2.

Scena: La stanza di Amara.

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Giappone: Come è andata? Tutto bene con il contadino?

Amara: Il cafone... è appena andato via. Oggi non mi ha tirato le trecce mentre scopavamo.

Giappone: Gliel'ho suggerito io. Mi ha detto che lo trovava molto eccitante e posso capirlo, ma ho pensato che fosse meglio di no.. con quelle manone da zappatore...

Amara: Infatti mi faceva male.

Giappone: Mi ha anche detto che durante l'atto aveva progettato di urlare..un attimo, l'avevo segnato sul foglietto, dov'è..ecco, aveva intenzione di urlare (leggo): “ahhh ahhh, sei una mucca! Sei come la mia mucca! Ahhh ahhh!”. Io gli ho consigliato di cambiare mucca con pecora. Per una questione di suono, ma anche di collegamenti mentali. Spero che tu abbia gradito.

Amara: Veramente mi sembra che non abbia fatto molta differenza, ma sicuramente è perché non ci ho fatto caso. In compenso quando l'ho ringraziato per non avermi tirato i capelli era tutto contento. Dice che i tuoi consigli funzionano, e ora li proverà con le ragazze del paese.

Giappone: Ci sono molte ragazze a Montesacco? Credevo fossero solo campi.

Amara: Sì, infatti penso che parlasse di Maddalena e Putria, le figlie. Prima o poi le conoscerai; quando la moglie non è a casa e non sa con chi lasciarle se le porta dietro.

Giappone: Bene, allora non vedo l'ora di conoscere le piccine. Quindi... io vado.

Amara: No, aspetta. Ti volevo ringraziare per tutto il lavoro che fai per noi. E' molto più facile la vita da quando ci sei tu. Tu non sei un normale addestratore di orsi.. sei qualcosa di più.

Giappone: Uh...prego...grazie..beh allora...ci vediamo dopo ok?

Amara: Resta un altro po'. Ti...ti piacerebbe tirarmi le trecce? Sono sicura che tu sai farlo senza farmi male.


3.

Scena: La stanza di Amara

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Gegiù: Mentre arrivavo ho visto uscire il vichingo. Di che parlavate?

Amara: Niente, mi chiedeva com'era andata col contadino di Montesacco, quello che si porta sempre la zappa dietro.

(Gegiù allunga la mano per accarezzare i capelli di Amara, che si ritrae di scatto)

Amara: Senti Gegiù, vorrei parlare col prete. Domani fa il giro no? Da me non è mai venuto.

Gegiù (colto alla sprovvista): Beh certo ma..no aspetta.. da dove viene quest'idea del prete ora? Di che gli vorresti parlare? Queste cose sono per le persone superstiziose.

Amara: Sì lo so ma... vorrei vederlo lo stesso. Ho dei dubbi che vorrei risolvere.

Gegiù (allungando di nuovo la mano verso le trecce): Va bene, va bene, poi ne parliamo.

Amara (ritraendosi di nuovo, e finendo per sedere sullo spigolo del letto): Gegiù, ora sono stanca. Ho avuto già dodici clienti oggi.

Gegiù (alzandosi in piedi di scatto): Finora non eri mai stanca per me, non è che il gigante ti sta mettendo in testa idee strane?

Amara: Ma no, no.. è solo che.. capisci...ti ricordi di mandarmi il prete domani?


4.

Scena: Lo studio. Gegiù entra sbattendo la porta. Crizia è sempre in piedi al solito posto

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Gegiù: Amara se la fa col ciccione e a me dice che è stanca! E ora vuole anche vedere il prete.

Crizia: Che saresti tu.

Gegiù: Lei è l'unica che mi conosce di persona, non posso travestirmi.

Crizia: Stavolta ti tocca assumerne uno vero.

Gegiù: E' troppo rischioso. Se lo faccio andare solo da Amara si chiederà perché nessuna delle altre vuole vederlo, e se lo faccio andare da tutte... diciamo che non sono sicuro che sappia fare il lavoro bene come lo faccio io. Da quando è entrata in vigore questa storia del consigliere spirituale i bordelli hanno perso il 30% delle ragazze al di sotto dei diciott'anni. Il nostro non ne ha persa neanche una.

Crizia: Probabilmente hai ragione. Magari lui non conosce quei passi che citi sempre tu riguardo l'amore di dio per la prostituzione. Inoltre non ti potresti più impicciare degli affari delle ragazze.

Gegiù: Serve qualcuno che non si sia mai visto al piano di sotto.

Crizia: E chi? Tigre-pulcino lo conosce sicuramente.

Gegiù: Potresti farlo tu. Dirò che domani Don Centurione non può venire e come sostituto abbiamo una sacerdotessa degli Aipareos.

Crizia (agitandosi un po'): Ma devo fare tutto io? Domani dovrò già pensare a prepararti il figlio di Rosa, non ho ancora comprato il libro. E poi che sarebbero gli Aipareos?

Gegiù: Ma non lo so, era per dire che inventerò una cosa credibile. Guarda che situazione.. e non voglio neanche pensare che si sia innamorata di quel porco barbuto. Ho deciso, lo licenzio. Così se ne ritorna a Posto dalla sua famiglia di pescatori, a godersi il mare e la fame. Ogni volta che lo incrocio gli leggo negli occhi quel senso di superiorità... poi però la nostra città gli piace.. gli piacciono i soldi e le ragazze raffinate dalle lunghe trecce.

Crizia: Lo odi perché ti ricorda il marinaio che ha portato via tua mamma, vero?

Gegiù: Come ti viene in mente?

Crizia: Anche lui era di Posto

Gegiù: Non c'entra niente!

Crizia: E l'ha sedotta parlandole del mare...

Gegiù: Basta. Che discorso stupido! Smettila!

Crizia: D'accordo


5.

Scena: L'ufficio di Gegiù. E' sera, e la stanza è illuminata solo da candele. Al centro un tavolino apparecchiato. Crizia serve la cena, vestita da cameriera.

----

Gegiù: Ma perché hai voluto combinarti così, con la cuffia e il grembiule?

Crizia: Per farti notare che ultimamente vengo impiegata in mansioni che vanno ben oltre quanto stabilito dal mio contratto.

Gegiù (masticando): Il bambino è uscito proprio bene, complimenti. Poi di che voleva parlare Amara?

Crizia: Si è innamorata di Giappone. Voleva sapere come fare a lasciarti.

Gegiù (sbattendo il pugno sul tavolo): E tu che le hai detto? Le hai consigliato di restare con me e dimenticare l'orso?

Crizia: Le ho detto che era tutto a posto, non doveva preoccuparsi di lasciarti.

Gegiù: Chi se ne frega, tanto da domani non mette più piede qui dentro. Aspetta. Perché le hai detto che non deve preoccuparsi?

(Crizia guarda da un'altra parte, non risponde)

Gegiù: La carne è avvelenata, vero? Tu..sei più cattiva di mia mamma. Anche tu mi hai tradito per un uomo dall'animo più sensibile. Voi donne siete tutte uguali.

Crizia: La sua sensibilità è infinitamente più grande di quanto tu possa immaginare. L'ho conosciuto bene oggi mentre tornavo dal corridoio delle ragazze. Mi ha detto che assomiglio alla sua pecora, o mucca, non ricordo ma è uguale. Nessuno mi aveva paragonata a qualcosa prima d'ora, capisci? Lo trovo stupendo.

Gegiù: Sei la vergogna delle segretarie!

Crizia: Tu non puoi capire. Le sue braccia sono forti. Il suo alito non puzza di merluzzo, profuma di terre lontane.

Gegiù: E tu pensi davvero di poter possedere un uomo così? Magari ti ha promesso che vi sposerete e ti porterà lontano, vero? Sveglia Crizia! La sua città è il mondo, la sua unica amante il cielo blu. Il suo cuore navigherà senza catene. Mi hai ucciso per niente, maledetta illusa. Quell'uomo è uno spirito che corre libero, quell'uomo è un marinaio.


 

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sabato, 14 aprile 2007, 21:27

I.

I denti che da bambino sono distanziati, con un po' di fortuna crescendo si raddrizzano colmando gli spazi. Sentire di rivolte in manicomio in televisione. Tv locali, stitichezza, paura delle emorroidi, e così via sino a colmare la distanza di spazio che ci divide dalla più colossale delle sovrastrutture sociali: il sesso anale.

Investigare, investigare è decisivo.

Juanitez, così chiamato dagli amici per la somiglianza ad un ispanico, avevo le trecce raccolta in piccoli cocci di vetro. Aveva paura dei fantasmi, ed era convinto che i cocci di vetro potessero spaventarli. Le sue trecce erano una metafora della sua vita. In un certo senso accostabili a dei dread lock, solo più puliti e meno cotonati.

Da piccolo era stato etichettato come un mistico per motivi decisamente fuoriluogo in ogni paese civile, o con la pretesa dell'esserlo. Buona la fotografia.

Soleva vestirsi da prete, e la gente tranquilla di un paese tranquillo era uscita fuori dai gangheri da quando durante uno dei suoi trip da travestito si era messo a bestemmiare sul pulpito. Non proprio prete quanto monaco.

I suoi denti infiammati mentre bestemmiava, e la gente schifata che asseriva che sarebbe morto nel giro di tre giorni. Poi quella guarigione miracolosa, intossicazione da funghi, la pronta guarigione seguita dal suicidio del miracolato. La gente non sapeva che il suo fegato era comunque bruciato, ed anche senza suicidio sarebbe morto ugualmente. Lo avrebbe salvato solo un trapianto di fegato.

Un fantasma non ti ammazza, al massimo ti spaventa. Certo si può morire di paura.

La grande paura, quella che non viene dai polmoni ne' dal cuore, ma dall'intestino.

Ho saputo di gente morta per molto meno. Non è così anormale perdere un senso per la paura. La vista, l'udito, la parola, che poi non è neppure un senso.

La lingua si blocca e poi stop.

Un suo amico al liceo ultradrogato ed hippie si decise a conoscer l'arte dell'agopuntura. Juanitez dopo la seduta di prova ne divenne schiavo. Aghi speciali particolarmente lunghi entravano sin dentro le cartilagini intervertebrali, liberando sostanze incredibilmente odorose ed in grado di imprimere nel cervello del giovane ricordi fantastici. Come copiare dei file da un cd su un disco rigido, le sostanze trasferivano direttamente i ricordi al cervello del giovane Juanitez.

I popoli dell'entroterra, i barbari erano arrivati sin sulla costa, distruggendo ed uccidendo. I popoli arrivati appoggiandosi brevemente sulla costa, gli Arabi, provenienti da un altro entroterra straniero, erano venuti ed avevano distrutto ed ucciso.

Ricordi di altre persone. Ricordi di morti. Un tempo vivi, ora fantasmi. I loro ricordi nel cervello di Juanitez.

Ogni volta ovviamente nuovi ricordi. Fulmini di cieli neri, dottori in grado di trasformarsi in dinosauri di bisturi.

Un boia gigante, uccise mille persone sulla costa fedeli al loro Dio, si convertì alla religione locale, quella osteggiata dai nuovi invasori. Essi, i suoi compagni gli spaccarono la testa. Era giusto.

Ora Juanitez lo sapeva.

“Gavino, ma queste sostanze che mi infili nella carne dove le hai prese?”

“Si trovano in piante speciali, cresciute su cadaveri.”

“Sei completamente pazzo o mi stai solo prendendo in giro?”

Poi lo sciame di vipere e la luce che diventa nera.


II.

Il giovane Juanitez, ormai ventenne, dopo una serie di overdosi di ricordi altrui che lo hanno portato alla vera Santa Conoscenza arriva nel bordello dove spera di trovare la risposta suoi interrogativi.

Il vecchio amico Gavino morto da diverso tempo, ucciso da un gruppo di spacciatori che miravano alla totalità del mercato degli stupefacenti.

Se anche comparisse un fantasma turco, con i suoi capelli bardati di vetro, Juanitez sarebbe al sicuro. Perdi i dettagli se non metti tutto per iscritto.

La mancanza di quelle penetrazioni midollari, un dolore fantasma. Una nostalgia in grado di far piangere chiunque. Cicatrici di metallo sviluppate dalla rabbia dei globuli bianchi.

Ferite intestine che non possono che mancare, lasciando una serie di ricordi preconfezionati. Estratti di nettari di fiori cresciuti su cadaveri massacrati. Se Juanitez conoscesse la specie vegetale in grado di catturare i ricordi dei morti dagli umori del terreno probabilmente ucciderebbe ed interrerebbe cadaveri su suoli ove crescerebbero fiori in grado di rendere il giovane onnisciente. Ricordi gratis.

Piante varie, e vari ricordi. Esperienze, abilità.

L'abilità di sparare con un certo rigore, e di non sbagliare praticamente mai nel lancio del coltello.

Il ricordo di qualche ragazza seicentesca bruciata sul rogo. L'odio dei preti e verso i preti.

La puttana scelta, fortemente caucasica. A ben guardarsi intorno nessuna soluzione per il vero problema di Juanitez, solo tredici minuti (come media ponderata), di divertimento e scambio di fluidi corporei. Masticare cuoio, bere nettare di midollo altrui. Estensione di cervello altrui nel proprio rachide.

Spogliandosi mostra un paio di cicatrici di troppo, ed i deja vù di qualcuno gli si instillano in testa. I denti digrignati, un gioco da tavolo, una banca col pavimento lavato con sangue e merda. Esplosione amica, esplosione sorella. Ogni tessuto corporeo, se macinato a dovere, perde la propria identità.

La nascita di una Repubblica, i compromessi necessari, le delusioni tornate a vendicarsi.

Il ricordo più terribile, fissato nella memoria e rimasto insoluto per anni, dagli anni del liceo.Una bambola di porcellana usata per ammazzare una bambina vestita di azzurro, stesso colore della bambola. Gli alleati sono le prime serpi da cui guardarsi.

Pare giusto. Juanitez chiede due minuti per abituarsi alle cicatrici, che con evidenza lo stanno terrorizzando. I fasci di tessuto connettivo infraepiteliale descrivono un campo di impiccagioni stilizzato. Delirio occasionale, demenza relativa. Primo dei lumi infernali. Un soggetto sconosciuto.

Nel campo delle impiccagioni ogni corpicino, disegnato con un coltello, muore soffocato da una corda, appeso ad un albero. Tutti impiccati, tutti morti o morenti.

“Chi ti ha fatto quel disegno?”

“Ce l'ho dalla nascita.”

“Non è vero.”

“Secondo te, mento?”

“Sì.”

“Beh, è vero. È il caso.”

“Vero, è il caso.”

Una macabra danza di impiccati e prossimi loro compagni di forca.

Un occhio capisce il come si stiano mettendo le cose, e corre alla ricerca di quella bambola di porcellana in grado di sistemare una volta per tutte l'intera faccenda.

La morte dell'amico, la vendetta, tutta una crisi d'astinenza. Sentimenti prosciugati. I propri ricordi senza senso, se paragonati a quelli di altra gente, magari morta ovviamente. L'illusione di espandersi verso l'infinito con i ricordi di chi è già morto appunto. In un certo senso l'omicidio della morte.

L'incubo delle calvizie, l'impossibilità di difendersi dai fantasmi.

Juanitez alza un labbro digrignando un sorriso. Un qualche Dio infernale ha fatto sì che da una crepa sul muro radente al pavimento del corridoio del bordello, da una tana simile a quella di un topo, ma più grande, esca un bambino, totalmente incapace di badare a se stesso secondo un qualunque pediatra, ma in grado di deambulare a gattoni per motivi che ci sono ignoti, spinto da volontà che vanno oltre alle nostre o a quelle dello stesso ventenne cerebralmente malandato. Juanitez lo afferra per un piede e lo alza in aria.

La pelle è viola. Il bambino deve essere morto da molto tempo. Tuttavia pare in buona salute. Il colore è cianotico, e ci sarebbe da sorprendersi anche del solo respirare del bimbo.

Invece con occhi da vecchio guarda Juanitez, con fare di sfida.

La bambola di porcellana. Un bambino morto dalla pelle viola.

Rapida è l'assimilazione nel cervello dell'uomo dalle trecce bruciate.

Conoscenza dell'italiano, salvare qualcuno. È bello essere salvati, è bello sentirsi salvabili. Non è senza lavoro, è un medico, ha due lauree, è affermato, ama i bambini, ma non in senso buono. Non si parla di Juanitez, naturalmente.

Cosa significa?

Assolutamente nulla. Continuano a girare nel cervello di Juanitez ricordi non suoi.

Il problema dei ricordi iniettati è che sono sempre parziali. Tessere di un mosaico impossibile da completare, nella maniera più assoluta. Una parzialità incolmabile, che conduce alla pazzia.

Rientra nella stanza della prostituta sorridendo.

“Di chi è questo bambino?”

“Dal colore e dall'espressione credo sia del diavolo.”

“Intendi un cliente con un nome poco rassicurante oppure il diavolo in carne ed ossa, quello massacrato dall'iconografia cristiana?”

“Guardami in faccia.”

La guarda.

“IO... Non STO... Capendo... UN CAZZO!”

Drogata di chissà cosa non è in condizione di rispondere a nulla.

“Avrà tre giorni. Sai cosa ci faccio?”

“Cosa ci fai?”

“Lo uso per ammazzarti.”

Ride.

“Anche io che sono una mignotta so che le ossa di un bambino sono troppo cartilaginee per ammazzare qualcuno.”

“Non intendo usarlo come corpo contundente.”

“E allora?”

“Ci devo pensare.”

Juanitez si siede.


III.

La bocca aperta dell'italiano col nome da messicano.

Estetica hippie criminale, il dio crono alla pari di Lennon o Page, il suo insegnamento più grande, la pedofagia, meglio se si tratta di prodotti propri.

I bordi delle labbra che si ritraggono, la mascella spalancata, mentre con gli occhi sbarrati continua a fissare il bambino viola.

Tira fuori la lingua, completamente nera. Avvelenamento da... arsenico? Boh.

La prostituta gli chiede: “Possiamo fare una cosa, tu te lo inculi ed io ti lecco il culo. Alla fine il bimbo muore e lo buttiamo, e tu hai una storia incredibile in più da raccontare dai tuoi amici al campo, no?”

“Per chi cazzo mi hai preso?”

Metodo Scientifico:

Ipotesi: è possibile uccidere una prostitua percuotendola con il corpo di un bambino di tre giorni che si stima essere il figlio di Satana.

Esperimento: Juanitez brandendo il bambino per una caviglia, la destra, con la propria mano destra, percuote il viso della prostituta con la parte occipitale del cranio del bambino, trasformato in una clava umana.

Tesi: I danni vi sono, ma sono leggeri.

Conclusione: Esistono armi più appropriate, come chitarre o lampade, o casse di uno stereo.

Il bambino sanguina da dietro la testa. Il sangue è nero. Il sangue fuoriuscente dalla faccia della puttana è ovviamente rosso.

La lingua di Juanitez assaggia le ferite del bambino. Poche goccie del suo sangue gli fanno drizzare la spina dorsale. Uno sciame di ricordi cresce a partire da quelli preesistenti. Il mosaico è ancora lungi dall'essere completato, ma non si tratta più di tessere separate. L'assoluta conoscenza del diavolo.

“Hai un coltello?”

“Figlio di puttana, non ti basta un bambino per ammazzarmi?”

“Non voglio ammazzare da te, volevo ammazzare dall'inizio il bambino.”

“Non potevi sbatterlo per terra?”

“Sì, in effetti hai ragione. Me lo potevi dire prima, cazzo.”

Un ricordo come ai tempi di Gavino, una signora con dei piccoli gatti in mano, che li scaglia uno ad uno con forza per terra, poi li raccoglie e ripete l'operazione, fino a quando tutti muoiono.

Juanitez al solito afferra il bambino per caviglia, lo lancia per terra, una, due, tre volte, poi contro gli spigoli della cassettiera con specchio, col sangue che gocciola ovunque. Pedofagia.

“Ne vuoi anche tu?”

“Sballa?”

“Molto più della merda che prendi tu.”

Il bambino continua a muoversi come se nulla fosse, pieno di echimosi, con ferite impresse nella carne sufficienti ad uccidere un rottweiller dei più duri.

Poi Juanitez ci pensa e ci arriva.

“Hai un qualcosa per tagliare?”

“Le forbici.”

“Dammele.”

Lei gliele da. Le punta di una delle due lame entra poco sopra il margine mediale degli ilei. Risale tagliando fino alle prime costole, solo eufemisticamente definibili come ossa, a causa della loro consistenza cartilaginea.

Si divaricano i rami della carne. La bocca di Juanitez è la prima a mordere. Sangue e viscere, senza nessuna remora. La pedofagia, la più grande delle debolezze di Juanitez. Il maniaco mangiabimbi che sconvolge da un paio d'anni i sogni di ogni giovane mamma, è lui.

Andrebbe riportato un qualche articolo di giornale, per accrescere l'impressione di drammaticità della situazione, ma il poco spazio ce lo impedisce.

Stavolta è diverso, la paternità del bambino è decisamente equivoca, ed il peccato è mortale. Poi anche la bocca di lei. Il corpo alla fine è lasciato per terra, come un guscio vuoto, ma con gli occhi ancora in grado di muoversi sinistramente di vita propria.

Maledetti cinesi, la colpa è sempre loro.

Io sono vostro amico.

Juanitez inizia a scopare la troia, mentre nuovi ricordi, probabilmente tutti fittizi iniziano a prendere vita costringendo il bastardo a raccogliere e scagliare la pesante lampada da lettura della squillo, raramente utilizzata. Una lampadata in faccia, ed il viso del quasi angelo viene sfigurato. Poi si alza, prende il bambino in braccio, lo tasta. Rigor Mortis? Forse.

Poco importa, la nuova consistenza rigida del corpo è sufficiente a colpire a morte la puttana.


IV.

Funziona così, doppio omicidio dal nulla. Comunque nulla di nuovo per Juanitez. A dire il vero forse sì, l'abitudine era giocare a morte coi bambini, ora si gioca coi grandi.

La scintilla definitiva. La carne mangiata trasforma e si trasforma in altro. Il primo adulto che ammazza. Mica male.

Loro vogliono fare tutto quello che vogliono. Che giro di vite... Ma che cazzo vuol dire?

Il bambino si rigenera le ferite, come una salamandra politica.

La bocca sa di marcio, e lo sballo sta diventando insostenibile per il maledetto pedofago.

Esce dalla porta e mira alla capa delle troie.

Coi capelli viola, quarantenne e con un occhio rovinato.

Irrompe urlando:

“Maledetta mignotta mangiacazzi, fammi capire chi è questo bambino.”

Lo tiene per caviglia il feretro ancora vivo del figlio del diavolo, senza nessuna ferita.

“Lascialo andare, è la nostra mascotte.”

“Mi puzza di bugia.”

Istantaneo il lancio del bambino contro il muro.

Clack. Collo rotto. Riparabile nel giro d qualche minuto.

Un codice di comportamento comune. Sì, sì.

Alle spalle di Juanitez si manifesta il Cesare, un po' adirato per le violenze subite dal figlio.

Il ricordo di un monaco, morto bruciato in fiamme nere.

L'ossessione di Juanitez attraverso i ricordi, l'arrivo al bordello e la conclusione della faccenda.

L'assunzione del pedofago nelle schiere di livello medio-alto di colui che bucherà il quartiere Africano di Roma durante l'emersione dell'Inferno, il padre del figlio del diavolo, ergo...

postato da zagabria · permalink · commenti

martedì, 10 aprile 2007, 21:27
La terza sfida, la meno entusiasmante è morta, col plauso unicamente degli organizzatori (me e l'undiceo).
In fronte a tale insuccesso il progetto è sospeso. Mento, ovviamente.
La quarta sfida avrà i seguenti temi:
Luogo:Casa del piacere (bordello)
Arma del delitto:
Un bambino di tre giorni
Discorso da inscenare:
L'amore/odio nei confronti dell'entroterra da parte di chi abita nelle zone costiere
Trauma di fondo:
la nostalgia dei tagli profondi nel midollo
Passione del protagonista che lo mette in difficoltà (as le donne per Lupin...):
mangiare bambini, vestirsi da prete, le trecce.
Limite 3001 parole. Scadenza 18 aprile. Yeah.

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Citazione dell'anno
Milva manda affanculo ad una certa età. Non cadiamo nella sua trappola dell'odio, vogliamoci bene utilizzando quello che la natura ci offre. Più sapone per tutti, non sprechiamo l'olio andato a male, qualcuno, specie in stazione, ha bisogno di una saponetta.
Il nodo della questione (tricotica)
I problemi veri iniziano quando sei convinto di starti muovendo nel giusto, e tutto va a puttane. I passanti si domandano dove tu stia andando, anche se non sei vestito in modo da attirare l'attenzione. L'odore più selvatico, quello del sudore decomposto. Saluta tutti quanti, non dimenticare nessuno. E' necessario, è necessario, è doveroso. Anche Alberto Angela me lo faceva spesso presente ai bei tempi.
La sfida non finisce mai
Mille altre sfide seguiranno questa. Occorre che i giovani si impegnino in queste imprese, oltre che al recupero della Corsica, anche attraverso una banda armata di matrice piratesca.