 Nome: Antonio Zagabria Sono uno studente, almeno sulla carta. Spesso vengo coinvolto in risse o gare di lancio del coltello. Neppure i normali duelli a colpi di arma bianca o nera mi vengono risparmiati. Abito in una capitale europea il cui nome è l'anagramma di mora. Studio medicina, dunque attenti al buco del culo.
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Progetto Orzata Nera
Un progetto probabilmente forzato, ma indispensabile nella lotta al dispotismo del cattolicesimo, sin dai tempi in cui Caino colpì Abele, con il cuore pieno di affetto nei confronti del fratello, liberandolo dalla schiavitù di un lavoro noioso.
sabato, 31 marzo 2007, 12:27
E chi se l'aspettava quel morso. Fefo doveva essere impazzito (come succedeva spesso ai cani della sua razza; Fabrizio lo aveva sempre saputo). Era stato suo padre a volerlo comprare. Vivevano fuori mano in una villetta a due piani, il cui livello superiore era occupato da un'altra famiglia.
Con tutte le rapine e i balordi che ci sono in giro, un bel cane è una protezione in più no? - gli diceva per convincerlo (come se non avesse già deciso). Fabrizio non si fidava, aveva fifa dei cani. Argomentava la sua opposizione facendo presente ai genitori che quasi ogni mese si leggeva di un pitbull che all'improvviso aveva dato i numeri. Quegli animali un giorno o l'altro decidevano che per una dieta equilibrata un bambino era più adatto dei bocconcini di pollo, e d'accordo, lui poteva replicare quanto voleva che l'avrebbero cresciuto bene e che sarebbe stato un cane buono, ma i padroni di quelli che fanno vedere al tg dicono mai che il loro cane è cattivo? Altro mese, altro bambino.
Alla fine Fefo era arrivato a casa, ovviamente. Il padre aveva tagliato corto con un “Perchè devi essere così strano? A tutti i ragazzi della tua età piacciono i cani”. In quella frase detta in modo sbrigativo c'erano più informazioni di quanto sembrasse. Tanto per dire, Fabrizio capì subito che terminato l'iniziale periodo d'entusiasmo sarebbe toccato a lui prendersi cura di Fefo e portarlo fuori a fare i bisogni.
Comunque: i suoi genitori erano in un paese a due ore di macchina da lì. Quasi tutti i parenti vivevano in quella zona, e la morte improvvisa di una zia aveva creato l'occasione per la classica riunione di famiglia forzata. E Fefo l'aveva morso, come abbiamo detto, e adesso girava in tondo per la stanza ringhiando. Fabrizio restò completamente paralizzato per qualche attimo, poi corse fuori di casa.
Cazzo, l'apri porta non funzionava: doveva tornare su a prendere le chiavi. Cominciò a risalire le scale in punta di piedi, col battito del cuore che gli faceva pulsare tutto il corpo fin quasi a rendergli difficile compiere movimenti precisi. Arrivato quasi alla fine pensò che probabilmente avrebbe comunque sentito l'odore, quindi tanto valeva sbrigarsi. Fece gli ultimi passi fino alla porta di corsa scacciando con forza dalla mente l'immagine di Fefo che gli si parava davanti, bavoso e ringhiante, proprio una volta arrivato. Non c'era. Prese veloce il mazzo di chiavi e poi corse giù tenendo gli occhi chiusi. Un altro brivido proprio a un passo dalla salvezza: aveva preso le chiavi sbagliate. In quel mazzo non c'era la chiave per aprire il portoncino a mano. Pensò che era un idiota, che sarebbe bastato chiudere la porta di casa la prima volta che era uscito e ora se non altro sarebbe al sicuro. Ma adesso non aveva il coraggio per tornare su, senza contare che per quello che ne sapeva Fefo poteva essere già uscito e magari si aggirava per i pianerottoli. Scese l'ultima rampa di scale e cercò la chiave della cantina; era una chiave piatta, con una macchia incrostata; a prima vista dava l'impressione di un verme schifoso che si arrampicava su per i denti.
Nella cantina se non altro era al sicuro, ma adesso che poteva fare? Analizzò la situazione. I vicini del piano di sopra erano due anziani la cui giornata tipo era: sveglia alle 5, intrattenimento a base di ruota della fortuna, ok il prezzo è giusto e jag, a nanna alle 20. Non c'era una grossa probabilità che uscissero, e in ogni caso sarebbe venuto loro un colpo solo a trovarsi di fronte al cane. Li escluse da ogni ulteriore considerazione.
Non c'era campo per il telefonino, e non era realistico sperare che passasse qualcuno in quella via isolata.
I genitori sarebbero tornati entro uno o due giorni al massimo, e non sapeva come fare ad avvertirli del pericolo. Alla fine prese da uno scaffale con le vecchie cianfrusaglie fogli di carta e un tubetto di ocra. Scrisse su almeno una ventina di fogli “Fefo è impazzito! Non entrate!”, e alzandosi sulle punte dei piedi li gettò in strada dall'apertura che c'era in alto.
Poi diede un'occhiata intorno, alla ricerca di un'arma. Decise che le uniche cose che potevano fare al caso suo erano l'attrezzo per tagliare il parmigiano e un tubo di ferro a forma di cannuccia. Si infilò il primo nella tasca dei jeans, e con il tubo in mano uscì fuori e cominciò a rifare le scale. Fefo era al piano terra, proprio di fronte al portoncino. Appena lui lo vide si lasciò prendere dalla paura, e d'istinto gli lanciò addosso il tubo, rinunciando all'unica arma decente che aveva. Non ebbe il tempo di maledirsi mentalmente per quella stupidaggine. Il pitbull, che evidentemente non aveva gradito la mossa, gli saltò addosso. Fabrizio aveva letto più di una volta qual'era l'unico modo di combattere contro un animale del genere che desse qualche possibilità di salvezza. Gli offrì un braccio da mordere come esca. Mentre i denti si avvicinavano una parte della sua mente si ripeteva “resta lucido nel dolore, o sei spacciato”, e l'altra si chiedeva se fosse davvero possibile restare lucido mentre ti veniva azzannato un braccio. Per fortuna era possibile. Con l'altra mano tirò fuori dalla tasta l'attrezzo del parmigiano e lo usò per colpire ripetutamente Fefo al collo e agli occhi. Dopò il quinto colpo i denti mollarono la presa, ma il cane non era morto. Era a pochi passi da lui, e continuava a ringhiare. Fabrizio indietreggiò lentamente fino a tornare in cantina, e richiuse la porta.
Non voleva guardare com'era ridotto il suo braccio sinistro, il dolore era sufficiente.
“Cosa vogliono dire quei foglietti, ragazzo?”. La voce veniva dall'apertura in alto, quella che dava sulla strada. Evidentemente la persona che gli stava parlando poteva vederlo da lì, mentre Fabrizio non poteva vedere lui. “Il mio cane mi ha morso. Ho il braccio che sanguina. Chiami qualcuno per favore”.
“Non ho il telefono”.
“Le do' il mio, prenda. Qui non c'è campo”
Una mano inquietante si infilò nella finestra. Enormi vene blu in rilievo, e lunghe unghie tagliate a forma di fiamma. Gli passò il telefonino.
“Ora vado a chiamare la polizia” - disse – e poi non lo sentì più.
Dopo un po' si rassegnò. Chissà chi era che gli aveva fregato il telefonino. Forse un barbone, o un vecchio demente. Avrebbe fatto meglio a non uscire e ad aspettare l'arrivo dei suoi. Si guardò il braccio: sanguinava proprio tanto.
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venerdì, 30 marzo 2007, 18:34
Belgrado e Foiba Ognol, la puttana più spregiudicata del suo corso, passavano le notti d'estate in cima allo Zodiaco, sotto un incantevole cielo romano trapunto di stelle.
Quel vecchio romanticone decadente di Belgrado, nonostante la stupidità della donna, voleva fare le cose per bene e concederle, almeno per una volta nella sua vita, una nottata di decadente pratica sessuale sotto gli occhi lucenti del cosmo imperscrutabile.
Lo Zodiaco,in quelle notti d'esami andati in fumo, era avvolto di un'atmosfera apocalittica: il silenzio e il buio trafitto dai soli dardi di luce stellare.
Foiba aveva capito che oltre al sesso, con Belgrado, c'era qualcosa di più, un piacere che scaturiva dai suoi slanci decadenti, dalle sue pratiche impudiche più meschine e violente che si contrapponevano a momenti di quiete e dolcezza, sempre velata di un'aura malvagia.
Belgrado avrebbe voluto liberarsi della sciocca puttana: era divenuta troppo oppressiva e gelosa nei suoi confronti. Che se ne fosse innamorata?
L'uomo dalla barba rossa e dal nome balcanico non voleva neanche pensare ad un'eventualità del genere e, in una delle tante sere zodiacali, la violentò per l'ultima volta con un rastrello e uno sturalavandini. L'uomo era evidentemente alterato dagli acidi e, in quella notte di follia non faceva altro che urlarle: "Ricordati quello che sei lurida puttana!!! Letame e nient'altro che letame... Il tuo jeeppone di lusso nella quale ti stupro ogni notte non può in nessun modo ribaltare la tua semenza infima! Sei merda su merda! Che tu sia maledetta! VA ALL'INFERNO!".
Il volto di Foiba, tumefatto dai colpi sadicamente ben assestati da Belgrado, si riempì di lacrime insanguinate. La sempliciotta urlava atterrita: "Pecchè amore mio?? Pecchè me fai questo?? Io te amo! Che voi da me? Me stai a fa male! Un me menà! Un me menà!! Io te amo!!!".
L’uomo, come se avesse raggiunto un coito di rabbia e malvagità, con un ghigno di morte, indicò il cielo proprio nel punto in cui una stella si faceva rossa del colore del sangue.
La puttana, in fin di vita, guardò il suo dito.
Belgrado, infuriato, come posseduto da un’entità demoniaca la prese per la gola con le unghie e la costrinse a guardare la stella infernale. Un urlo angosciante. Tutto tacque.
Quella fu la notte in cui Belgrado vide per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo.
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venerdì, 30 marzo 2007, 18:32
Il presidente del paese parlava nella piazza principale della capitale, infondendo slogan villani da pubblicità di biscotti per la prima infanzia. La gente restava a bocca aperta, sperando in un avvenire migliore. Una classe dirigente inadeguata, per un paese che stava per precipitare nell'abisso del terzo mondo.
Uno Stato tuttavia democratico, in cui formazioni rivoluzionarie vengono giustamente etichettate come sovversive e meritevoli di passare l'eternità in carcere. Funzionava così.
Una cellula terroristica formata da una sola persona. Un folle, visto il suo progetto anti-politico di natura spontaneista. Nessun golpe, nessuna successione, solamente l'eliminazione di un simbolo, l'apice, un po' per antipatia personale, un po' per il licenziamento del padre, causante il di lui suicidio, che ha sconvolto la sua tarda adolescenza.
Il nome della formazione: Gli Alchemioterapici. Aldilà di un possibile simbologismo tale appendice dell'Orzata Nera, ricollegantesi blandamente all'alba dei Luther Blisset, è un concentrato di nonsense.
Una manifestazione governativa, con manifestanti pagati provenienti dall'intero paese, chi in pullman e chi in treno, dalle isole maggiori come dalle regioni alpine.. Ideologie vaghe e soffuse, nulla di particolarmente notabile. Un vago senso di nausea colpiva il passante occasionale per quella manifestazioni, e nelle infradiciottenni poteva causare amenorrea. Occhiali scuri, bandiere nere, bandiere del ventennio, accompagnate da bandiere da supermercato e musica in grado di convincerti ad acquistare. Metterti a proprio agio prima di romperti il culo e sezionarti.
Un finanziere, dall'occhio ingannato, aveva provveduto a sottrarre una grossa carabina, caricata con un unico colpo massiccio, di quelli utili allo sfondamento delle serrature, in caso di irruzioni in covi di malavitosi particolarmente ben barricati.
Il suo viso non aveva nessuna espressione. In seguito lo si sospettò essere un collaborazionista degli “Amici Azeri”, che come circa altre quindici neosorte organizzazioni terroristiche rivendicò l'attentato.
Facente parte del servizio di sicurezza, abbandonò il suo stato di addetto all'ordine pubblico e portò la carabina all'interno di uno dei bagni ad utilizzo dei politici che avrebbero parlato in quella sede. Non nel bagno... Nella piazza.
Dopo di chè torno alle sue mansioni di ordine pubblico, abbastanza spossato e confuso.
Il presidente iniziò a parlare:
“Dinnanzi alla deriva massimalista delle forze della sinistra disfattista del nostro paese, occorre una risposta popolare unidirezionale, non possiamo lasciarci trasportare nel buco nero del rimuginamento della loro invidia. Molti partiti stanno prendendo le distanze, anche nella loro stessa coalizione. Dobbiamo presentarci uniti al prossimo vo...”
“Bang.”
Il cervello del presidente schizza via innalzandosi come un piccolo geyser. L'unica grossa pallottola entrata ad altezza nucale, dall'occipitale, esce dalla zona opposta del parietale, portandosi via buona parte del resto nel neurocranio. Per almeno sette secondi nessuno capisce nulla, ed il tempo si ferma. L'assassinio di Kennedy stranamente non passa nella mente di nessuno.
Si può ragionevolmente parlare di decapitazione, visto come sia stata risolta la testa del presidente.
Sporco di sangue e con la faccia sbarrata c'è il vice presidente, con l'arma fumante in mano, che non pare capacitarsi di quello che sia successo. Ha appena ammazzato il presidente.
Nessuno si era accorto del fucile che aveva in mano. Possibile?
La colonna di sangue e neuroni alzatasi in aria è nei giorni seguenti divenuta un simbolo per molte delle organizzazioni terroristiche uscite fuori dal fango primordiale che erano i vari centri sociali o pacottaglia di questo tipo. Alcune organizzazioni erano di sinistra, altre anarchiche, ed un paio addirittura fasciste. Su un muro isolato della stazione di Pescara, dattiloscritta la rivendicazione degli Alchemioterapici, bollata immediatamente dalla autorità (un carabiniere sciocco), come falsa.
Ben coscienti della deriva oltanzista del governo, noi, gli Alchemioterapici ci siamo semplicemente limitati ad eliminare il suo capo, causando un bel po' di magagne per appropinquarci dei seguenti punti o temi:
1.La loro Bellezza: ovvero la rivalutazione di bellezze architettoniche in Italia snobbate, come ad esempio il cimitero del Verano, a nostro parere non abbastanza valorizzato.
2.La nostra Bellezza: ovvero la lotta contro le case editrici italiane che continuano a snobbare i nostri scritti.
3.Il vero piacere: ovvero la legalizzazione delle droghe e del sesso communitario, compreso quello a base di cloruro di sodio.
4.Il vero sentimento patriottico: ovvero l'annessione forzata della Slovenia e della Croazia al Friuli-Venezia Giulia.
5.La vera Forza: ovvero la costruzione di un cannone ottico abbastanza grande e potente da riuscire a sparare rifiuti e detenuti sulla luna.
6.L'asse metallico: ovvero la ricerca di una lega metallica per proprietà simile alla buona lana di Salamandra, conosciuta ai nostri giorni come amianto.
7.L'unità linguistica: ovvero il ritorno di tutti i paesi di lingua neolatina (sudamerica compreso), all'unica vera lingua pura, ovvero il Latino.
8.L'amore per la religione: ovvero rendere eleggibile chiunque, animali compresi, alle seguenti cariche: deputato, senatore, pontefice cattolico.
9.Il nostro vero amore: ovvero rendere legali le unioni non convenzionali, ovvero quelle tra uomo e uomo, donna e donna, uomo ed edificio, donna ed automobile, e famiglia media e pianeta.
10.Il nostro volere: ovvero l'edificazione di una banca della volontà in cui sommare le volontà individuali, individuate nella regione lombare del midollo spinale, in modo tale da garantire a chiunque la necessaria dose di volontà qualora ne senta il bisogno.
11.La vera giustizia: ovvero introdurre il massaggio elettrico per reati come l'ateismo, la masturbazione, l'abuso di ossigeno, l'uso di sigarette, il cattivo uso di energie solari, e lo spreco di saliva.
Come effettiva rivendicazione di quanto successo in data XX Marzo in Piazza dell'Untore, sveleremo il meccanismo che ha portato all'eliminazione dell'ormai ex presidente dell'esecutivo:
Attraverso l'uso di diverse droghe psichiche derivate dalla psilocibina, somministrate per via aeree, è stato possibile ottenere un ipnosi generale che ha permesso ai nostri uomini di uccidere il presidente.
Firmato, Gli Alchemioterapici.
Nessuno ha in seguito dato alcun credito a tale manifesto, anche perché quasi immediatamente strappato poiché ritenuto abusivo.
Il vice-presidente del consiglio dopo appurate perizie psichiche è stato dichiarato sano di mente, ma vista la totale assenza di droghe ipnotiche, o di tracce delle stesse (si ricorda ai lettori che droghe esaltanti come la cocaina non rientrano nella categoria delle droghe ipnotiche) è stato condannato per omicidio volontario, alto tradimento, ed un po' di altri capi d'accusa, dei quali non era neppure troppo colpevole.
L'unico appartenente alla formazione terroristica responsabile di uno degli attentati meglio riusciti della storia, nel suo bunker situato in una cantina della capitale, con le unghie a punta e la mano scarnificata dalla potassa, con la pancia piena di sale indispensabile per l'uso dei suoi poteri di possessione psichica, con un coltello da pecorino conficcato nel parquet e nel corpo di uno scarafaggio, con la chiave craniale del bunker appesa alla cintola, con la cannuccia usata per bere il cocktail di latte ed lsd ancora nel tazzone vuoto, con la mazza da Hockey firmata da un teppista irlandese conosciuto in una notte di mezzo autunno, con le varie calamite a forma di cactus, ha continuato a dormire raggomitolato dentro il suo metro e sessanta di altezza, le sue ossa curve, i suoi capelli caduti. Rinchiuso in un bunker, ma in grado di possedere con le sue capacità mentali il corpo di chiunque, compresi gli schiavi salariati del fast food situato al piano terra dello stesso palazzo, che provvedono ancor oggi a sfamarlo, ed a portargli il sale che gli serve a far campare il suo cervello ingordo.
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domenica, 18 marzo 2007, 08:03
Scadenza: 1 Aprile.
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venerdì, 16 marzo 2007, 17:19
Continuo ad osservare il mio polso,interessanti vene blu scorrono al disotto dell’epitelio,appena visibili,come invitanti frutti del peccato…gridano a gran voce una lama liberatrice.
Un cazzo di codardo non riesce nemmeno a toccare l’impugnatura del coltello. Fermo immobile sul cielo brillante bianco e nero.
“Maledetto stronzo che fai lì impalato? Vieni a darci una mano con le assi,alzati…abbiamo più bisogno noi del tuo culo che il pavimento” faticosamente, mi alzo dal mio angolo,ormai non sento quasi più né fame né sete,le gambe molli come in un sogno surreale…non importa,non posso farla finita. E mentre la lama mi guarda dal basso,come un deluso amante,mi avvicino all’avanzo di galera davanti al vetro,intento a inchiodare alcune assi all’ennesima finestra;con il suo amico…non più rassicurante di lui. Mi sbatte un’asse in pieno petto,con uno sguardo alla soda caustica mi intima ad aiutarli.
Tic tac tic.L’ennesima asse piantata, ormai l’Hotel Cilindro assomiglia più al braccio della morte che all’aristocratico Hotel milanese che tutti conoscono. Una fortezza inespugnabile,cadaveri che si barricano nei loro sepolcri.
LUCE
Come tutte le mattine l’ha svegliato,frettoloso è salito in auto,veloce verso il proprio ufficio.
Bello,giacca e cravatta, Mercedes.
Figlio dell’autoerotismosocialmenteindotto.
CURVA
CURVA
INCROCIO ROTONDA
TANGENZIALE
RITARDO
Non ha mai avuto bisogno della mano di una donna,ne aveva due sue.Per mantenerle sempre lisce e funzionali l’unica cosa di cui necessitava era il suo lavoro ben pagato.
ROTONDA
CAMION
VICINO VICINO
DESTINO
I 50.000 euro frenano invano, 650 euro by Armani, sembrano doversi fondere con la carrozzeria.
FRASTUONO SILENZIO
BUIO
L’uomo si ridesta contornato dai resti della sua vettura,tutta la tangenziale è ferma, il camion anche,buio è notte. Tutto è immobile non vi è nessuno nelle auto abbandonate.
Qualcosa si muove. C’è. Qualcuno.
.
Nicolas esce dal suo lucente involucro, dolorante, un rivolo di sangue solca il suo volto,poco importa. Alla penombra dei lampioni cammina tra la fila sterminata di auto vuote,spente. In lontananza qualcosa si muove,sempre più lontano, sembra stia fuggendo.
Presto gli alti palazzi cittadini accolgono la figura di Nicolas,case vuote,vie deserte,nemmeno i gatti rovistano nei cassonetti,nessuno.
In lontananza qualcosa si muove, dejà vue. Bloody Armani si avvicina. Dentro una casa,dalla finestra, si appresta una bambina, capelli d’oro, occhi lucidi, sei anni, coppia a piangere. La piccola correndo apre la porta, salta addosso all’incidentato,come un padre. L’abbraccia, mano nella mano si allontanano, i singhiozzi non si placano.
HOTEL CILINDRO – HALL
Buio come il resto della città, le luci all’interno sono accese, dalle ampie porte di elegante perspex da esposizione 4 figure. I due si avvicinano.
Un grosso uomo calvo e tatuato, un giovane smagrito e sporco,un vecchio geriatricamente vestito, una giovane donna indossa solo una leggera vestaglia di pizzo blu semitrasparente, lunghi capelli rossi ondulati, occhi verdi. Piange,ma assai più contenuta della bambina.
Le porte si dischiudono e la famigliola neobinucleare fa la sua entrata, gli occhi dei presenti divengono stranamente allegri,si sgranano “cos’è successo” l’infante anticipa tutti, l’aitante barbone risponde “non c’è più nessuno…siamo rimasti solo noi qui…” naturale l’affermazione in una situazione tanto paradossale. Senza dire altro,ognuno nel suo silenzio si assopisce, ognuno nel suo angolo della Hall dal pavimento a scacchiera, dal capo di Nicolas cade ancora una goccia di sangue,fermandosi nel perfetto centro di una piastrella bianca. Non quella nera.
Frastuono,la porta di perspex viene dischiusa da qualcosa dalla stazza di una BMW 3.20,irrompe nella Hall. Un essere degno di una puntata speciale di natale per discovery channel, un lumacone nero di 400kg, non produce versi propri, se non lo sguisciare della sua pelle. Non pensa Nicolas,prende con sé la bambina e scappa verso il Bar,la piccola urla,mentre lo scivoloso amico con l’imbarazzo della scelta si scaglia sul più lento. Il geriatrico paladino,ancora parzialmente inginocchiato e solo,emana un’urlo di rabbia e sfida. Urlo al quanto comico. La molle parca recide il filo,veloce spalanca le fauci, del tutto simili a un tubo senza fine di circa 2 metri di diametro.
Lo stesso suono che si potrebbe udire in un cartone animato,l’anziano viene aspirato dalla bestia come un sugoso spaghetto,rimane solo il ricordo di un uomo.
Come impazzito il nero mostro fugge dall’albergo.
Come impazzito il cielo si tinge di un verde abbagliante, inusuale e fastidiosa alba accoglie l’orrendo giustiziere che aggrovigliandosi in mezzo alla deserta strada inizia a corrodersi e presto diviene cenere.
Sconvolte le menti dei presenti, lo sguardo infastidito e bruciato dalla luce. Un nuovo giorno con le sue labbra venefiche.
Erno morti tutti perché? Disastro naturale, guerra nucleare,piaghe divine o iniziativa pubblicitaria Coca-cola? Davvero importa? Forse questo è l’inferno, e Dio ha deciso di punirci per la nostra corruzione, e non ci è possibilità di redenzione se non la sofferenza eterna; o forse siamo solo gli ultimi dinosauri dopo il meteorite…probabile.
Amo la piccola Pamela,mentre inchiodo le assi la guardo, è splendida nella sua infanzia, ora probabilmente sta facendo un incubo, è visibilmente sudata. Mentre una goccia di sudore scivola lungo il collo, giù dalla scollatura della magliettina rossa….non si merita tutto questo,non si merita di morire lentamente. Sorseggio il bicchiere d’acqua appena portatomi da quella troia sconvolgente di Nadia,non parla molto,meglio così; anche l’ultima asse è stata fissata ed esausto mi abbandono sulla regale sedia d’attesa,un morbidissimo cuscino di piume di struzzo mi sostiene dolcemente.
Alba. Fastidiosa luce verde trapela appena dalle finestre barricate, anche l’ampia porta di perspex è del tutto rinforzata con diverse pesanti travi all’entrata, ottima strategia, si può visualizzare tutto ciò che vi è all’esterno essendo completamente al sicuro. Tutti dormono nei divanetti infondo alla Hall,nessuno osa salire le scale. Silenzio,passo dopo passo mi avvicino a Pamela, un leggero bacio sulla fronte mentre le scosto i capelli. Si sveglia “che c’è?” placo la vocina assonnata avvicinando il dorso dell’indice alle sue labbra,tace. La sua piccola manina scivola nella mia,mentre l’invito a seguirmi di soppiatto verso la porta.
Insopportabile il nuovo sole. Sole mortale,tenuto distante solo da un tendone anteposto all’entrata come una tettoia squisitamente concava, sposto le travi, pesanti, scricchiolanti, un leggero tonfo quando toccano terra,ma nessuno si veglia. Il mio piccolo angelo non capisce mentre si para gli occhi dalla violenta luminescenza. La porta è aperta.”vieni qui tesoro, abbracciami” sussurro mentre anticipo qualsiasi sua domanda “ti porto via da qui”. Il mio volto a fianco del suo, rialzandomi la sorreggo tra le braccia, apro la porta. Il calore è insopportabile, almeno quanto tenere gli occhi aperti, posso sentire friggere qualcosa in lontananza. Un bacio ancora alla mia bimba. Una carezza lungo i biondi capelli.
Mi sforzo di tenere gli occhi aperti.
Lo stesso suono attutito simile a quello delle travi, il corpicino a peso morto quando cade per terra. Non è stato difficile lanciarla,leggera come un gattino, il suo urlo come un sommesso miagolio, tremendamente alto. Arretro tornando dietro la porta, senza mai distogliere la visuale. Eccola per terra impietrita, la pelle inizia a bruciare come cartavelina, un ultimo urlo altissimo. Come un pupazzo di neve, ogni parte dle suo corpo si tramuta in fragile cenere, collassando su sé stessa.
Il dono più grande che potessi farle: la libertà. Dietro di me schiamazzi,urli da parte della troia…ma a nessun’altro farò questo dono, nessuno di loro si merita di uscire da questo inferno, se sono qui è perché vi è un motivo…
Il carcerato mi ha confessato di aver nascosto l’occhio di vetro del vecchio padre nel proprio retto,prima della perquisizione all’entrata del San Vittore, per paura che glielo rubassero… Meti, tipico nome da albanese, come Gianni tipico nome da barbone, e in fine Nadia,usuale nome da troia…siamo tutti rifiuti nello stesso cassonetto,Dio non deve amare la raccolta differenziata.
L’innocente era solo lei, forse questa era la mia opportunità di redenzione. Tra poco,nuovamente, il mio sangue abbraccerà la piastrella nera della Hall.
Non quella bianca.
LUCE
REPARTO RINANIMAZIONE
Nessuno vi è al letto di Nicolas, solo, con i propri elettrodi. “coma irreversibile” esclama l’uomo da 5.000euro mensili, sfavilla il camice bianco.
Giacciono immobili, attaccati a respiratori, decine di corpi nei loro candidi e morbidi loculi.
Cigolii di rotelle, il lenzuolo a coprire il volto.
Stamattina se n’è andata la piccola Pamela.
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venerdì, 16 marzo 2007, 16:17
"Words are meaningless, and forgettable."
(Depeche Mode)
"Lavoro come sistemista di reti, mi piace, quando ci capisci qualcosa diventa anche molto stimolante. Delle volte che riesco a risolvere una stringa complessa nella programmazione e a far funzionare finalmente ciò a cui stavo lavorando mi prende uno sballo che non potete capire. Cioè sono troppo contento. Di solito per esprimere questa gioia mi piace uscire dalla mia stanza e pensare subito a qualche dispetto che potrei fare alla mia coinquilina per godere ancora più intensamente di questa sensazione. Le cose che posso fare per darle veramente fastidio purtroppo non sono tantissime, al massimo chiederle con sincero disprezzo di liberare lo stendino o il lavandino, oppure ancora meglio le rallento la connessione a bestia, o la blocco proprio! Sono amministratore di rete asdasdasdasdasd^^
Diciamo però che più spesso preferisco vantarmene direttamente sul forum o farlo sapere a più gente possibile su msn cambiando la signature eheh..alcuni miei colleghi rodono talmente quando succede che cominciano a spammarmi a bestia di virus che comunque respingo ancora prima che un norton qualsiasi li abbia riconosciuti come .exe ^^..."
P. rimase con le dita a mezz'aria sulla tastiera, quando si accorse di un cuoricino arancione che lampeggiava nell'area di notifica accanto a una trafficatissima barra degli strumenti. Sarebbe persino stato difficile rendere davvero notifica di qualcosa in quel caos. In quell'istante si dimenticò completamente dell'ad che stava compilando, e si concentrò su quell'altro micromondo. Mheartix era un programmino di chat di quelli mediamente evoluti, in cui si potevano gestire i contatti in maniera molto indipendente (per esempio rendersi invisibili ad alcuni e non ad altri, o essere *a pranzo* per qualcuno e *al telefono* per qualcun altro, e così via), insomma era molto personalizzabile. Per i "golden members" disposti a pagare un sovrapprezzo di 30 dollari al mese, era possibile accedere a un livello di autonomia ulteriore, che consisteva nel poter controllare più assiduamente gli altri contatti e carpirne un maggior numero di informazioni e dettagli, come per esempio sapere con quanti altri utenti un contatto ha interagito e con che frequenza, se vi sono stati occasionali *flirt* tra il dato contatto e altri utenti e chi sono questi altri utenti, se il contatto in questione ha mai visitato il vostro profilo personale e in che data e in che ora, se il contatto è realmente davanti al computer o meno indipendentemente dallo stato personale dichiarato, e una miriade di altre cazzate inconcludenti che potrebbero interessare per 30 dollari al mese fino a un certo punto. Beh, P. era un membro d'oro. La sua esperienza gli diceva che quel cuoricino arancione poteva significare molte cose, ma che per averne la certezza avrebbe dovuto prendersi la briga di verificare, cosa per cui non aveva ancora deciso se valesse la pena. Così, mettendo fine a quella piccola cardiopatia color pesca con un doppio clic, ridusse in fretta ad icona e andò prima a controllare l'id del contatto in cerca di una fotografia. Niente foto. Aprì il messaggino di testo:
:::Mheartix::: EHI! UN NUOVO UTENTE NELLA TUA ZONA E' ONLINE! CHE ASPETTI? :)
P. rimase un po' deluso dal messaggio automatico, anzi lo seccava alquanto. Ci fosse stata almeno una foto sul profilo...che non aveva nemmeno guardato avendo già chiuso tutto per la mancanza di stimoli visivi. Poi si ricordò del cuoricino arancione, ed ebbe un brivido. Decise che aveva perso anche troppo tempo a pensarci, tanto valeva fare un tentativo.
PaNd4|||Ki773R: ehi ciao...io sono P., piacere. che fai di bello?
Passarono diversi minuti prima della risposta.
DevilAngel: ciao. ah niente di particolare, mi stavo dipingendo le unghie.
PaNd4|||Ki773R: wow...trovo molto sensuali le unghie dipinte. come ti chiami?
Passarono altri dieci minuti.
DevilAngel: beh dipinte, non è che so' michelangelo...alla fine basta stare attenti a non sbrodolare, il pennello quello è, basta fare attenzione. come mi chiamo? beh tu chiamami Deva...
P. ingoiò della saliva, stava valutando la situazione. Il cuore color arancio gli diceva che avrebbe potuto osare e forse ottenere cose veramente incredibili da quell'interazione. Ma come fidarsi di quell'unico advisor? Doveva approfondire, si fece curioso. Cercò di visualizzare il profilo della sua interlocutrice, ma lei l'aveva al momento nascosto. A sentire il cuoricino, doveva essere stata a letto con almeno due dei contatti che aveva in lista. Chissà, magari addirittura contemporaneamente. Cercò di comporsi e di razionalizzare. Come fare a saperne di più? La sua lista contatti includeva troppe persone per potersi
perdere a controllare e a far le pulci ai profili di tutte.
PaNd4|||Ki773R: hai una foto?
DevilAngel (dopo un po') : mmm no. perché?
P. ebbe la netta sensazione di aver sprecato il suo tempo, si stava innervosendo.
PaNd4|||Ki773R: beh sono solo curioso..^^ fa sempre piacere vedere delle mani ben curate ;)
DevilAngel: guarda
Con sua grande sorpresa, vide giungergli un invito webcam, che accettò senza pensarci due volte. In una piccola finestra nell'angolo superiore destro del suo monitor, due mani bianche e affusolate. Le cui dita si agitavano seguendo il ritmo casuale dello streaming.
PaNd4|||Ki773R: ora ti vedo:) eheh già ottimo lavoro con quello smalto...
DevilAngel: ah beh grazie..ora chiudo devo staccare.
P. era vagamente confuso. Decise che era venuto il momento di farsi una sega, così entrò cauto in bagno con l'asciugamanino pulito, "ospite" delle più valorose eiaculazioni, e una rivista, ed eseguì in fretta e in silenzio, ma senza risultato. Un pensiero lo disturbava. Dovette desistere, richiuse la rivista con un gesto stizzito, e risciacquò con cura e distacco emotivo. Poi si infilò dritto in cucina, che avrebbe dovuto essere il suo posto preferito ma da quando c'era questa nuova coinquilina era stato come sconsacrato, insomma si era rotto per sempre l'incanto di avere i pangoccioli il nesquik e la cocacola tutti insieme su uno stesso ripiano senza che nulla turbasse quella quiete infantile. Adesso un pacco di biscotti del discount era giunto a ghettizzare la mensola. Come si poteva essere felici quando il caffè ora lasciava macchie intorno ai fornelli e i cibi si sbriciolavano e lo zucchero sfuggiva in granuli dal sacchetto? Questa comprava addirittura il pane fresco e poi lo surgelava. Lui non poteva concepire il frantumarsi delle cose, così mangiava pane già tagliato in fette ad eterna conservazione, di quelli per cui chi lo possiede non ha bisogno nemmeno dei denti. Questo sfidare un luogo comune gli dava un senso di libertà. Fu lieto di trovare delle patatine, le prese e se le portò in camera.
Si era dimenticato di chiudere la chat, era ancora tutto lì, sospeso. E la finestra con la webcam era ancora aperta. Qualcosa si muoveva al suo interno. Qualcosa di rosa, e di forma oblunga, faceva su e giù a 72dpi. Stette un po' lì, curioso di assistere. Poi vide la pianta di un piede nudo attaccato a una caviglia femminile bianca e levigata. L'immagine si mosse per un attimo, poi la connessione venne interrotta.
PaNd4|||Ki773R: ehi..ma sei ancora in linea?
DevilAngel: sì..sì è che non riesco a..scusa un attimo.
Silenzio.
PaNd4|||Ki773R: ok. ma va tutto bene?
DevilAngel: sì sì..ero con un amico, che parlavamo, e..niente sono un po' giù.
PaNd4|||Ki773R: mi dispiace:( sai, neanch'io sto passando un bellissimo periodo..
E dopo essersi carburato con una manciata di patatine, si lanciò in un resoconto dettagliato e romanzesco delle sue disavventure sentimentali. Più scriveva, e più nella sua mente allucinava l'immagine del carnoso arnese in movimento, la scena in presa diretta di una spompinata a cui non aveva fatto in tempo ad assistere. Più pensava queste cose, più la parola cazzo si faceva frequente nel suo digitare.
DevilAngel: capisco. non dev'essere stato facile per te.
PaNd4|||Ki773R: no non lo è stato. però cazzo certe cose si superano, col tempo. La musica, l'arte, la natura: cazzo con loro non si finisce mai d'imparare. Amo le cose semplici della vita, un sorriso, una frase detta al momento giusto, un gesto nobile cazzo. In un mondo troppo materialista cerco persone che siano amanti dell'armonia estesa in tutti i campi, del confronto, del dialogo cazzo..mi viene da dire di me cio' che probabilmente qualche ora o giorno addietro o seguente avrei considerato diverso e ritrattato con poco pudore!!... vorrei una donna che sia carina e dolce... che conosca il significato di essere donna ma soprattutto ne colga la consapevolezza del sentircisi...cazzo. La speranza di un sogno.. l'attesa di un incontro..l'emozione di uno sguardo..e la vita cambia cazzo! E' bello poter comunicare, senza particolari freni o costrizioni scremando lentamente il piacevole velo della superficialità...
DevilAngel: certo.
P. decise che quel "certo" stava a suggellare un'intesa. Perlomeno non aveva tagliato corto, lo stava ascoltando. E se lo stava ascoltando probabilmente era attratta da lui o aveva in qualche modo voglia di cazzo. Così tentò l'ultima carta per poter passare alla fase successiva, cioè fissare un appuntamento quella sera stessa.
PaNd4|||Ki773R: ne ho viste di vite bruciarsi troppo in fretta..ma lui.. cazzo era il mio migliore amico, capisci? Quella fu la notte in cui vidi per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo. da allora ho chiuso con tutta quella roba. fumo solo qualche canna ogni tanto, sai, rilassa, distende la mente, i sensi..poi sarebbe bello condividere questi momenti con una persona speciale..magari..
DevilAngel: certo, sì. scusa tel.
P. si ritrovò d'un colpo solo davanti al monitor, a fissare l'icona di un cuoricino arancione da cui fuoriusciva una manina paffuta che reggeva una cornetta del telefono. La sua frustrazione si poteva tagliare col coltello, ma anche sbriciolare volendo. Finì di masticare l'ultima patatina, e pensò alla parola patatina con tutto l'odio immaginabile. Fece per tornare con le mani alla tastiera ma si accorse che erano unte, sudava, se le pulì sui pantaloni e non volle più trattenersi.
PaNd4|||Ki773R: tel.? ah scusami allora..fammi un fischio quando torni;)
Passarono diversi minuti. Il cuore arancione continuava ad estrarre la cornetta telefonica da un'ipotetica tasca che aveva aperta su un fianco. Sorrideva, persino. Ma non gli avevano disegnato gli occhi.
PaNd4|||Ki773R: Deva..ci sei?
Dopo mezz'ora ancora non arrivò alcun messaggio in risposta.
PaNd4|||Ki773R: senti se ti va di vederci, non so magari stasera se ti va..o anche domani sera..ti porto a bere qlcs in un posto carino che conosco e poi possiamo raccontarci un po' di cose, parlare dei problemi...so che quando sei un po' giù hai bisogno di qualcuno con cui sfogarti, di una spalla amica, anche solo di un abbraccio..facciamo che ti lascio il mio numero di telefono intanto. vado a fare una doccia, ti aspetto;)
Ora c'era un cuoricino color carta da zucchero che infilava la "testa" sotto un gettito di linee blu e viola. E sorrideva anche. P. però era ancora davanti al computer.
Passò così un'altra mezz'ora, nella contemplazione di un cuore che si lava.
PaNd4|||Ki773R: ok senti puttanella ho capito chi sei, lo so che hai già scopato a destra e a manca in questo cazzo di sito.
PaNd4|||Ki773R: almeno non fare finta di non leggere! rispondi, zoccola!
PaNd4|||Ki773R: stronza rispondi! voglio vedertela ficcare in culo quella cornetta! avanti, fammi vedere come me lo devi succhiare a me che pago 30 dollari al mese per vedere in cam ogni giorno troiette come te...
PaNd4|||Ki773R: stronza!
PaNd4|||Ki773R: puttana torna in cam!
PaNd4|||Ki773R: VIGLIACCA!
Pensò di averla umiliata a sufficienza, ma in cuor suo si sentiva patetico e pienamente insoddisfatto. Si pentì immediatamente del colpo di testa. Come aveva potuto scrivere tutte quelle cose? Eliminò DevilAngela dai contatti di Mheartix e chiuse il programma, rabbioso. Si sentiva un coglione.
Uscì dalla sua stanza con furia e andò a bussare dalla coinquilina. Due colpi secchi, irritanti. Sentì lei che diceva "scusa un secondo" e poi "avanti".
P.: Senti ma allora lo fai apposta o cosa? Guarda che ho perso la pazienza con te. Anzi ti dirò, mi stai sul cazzo.
Lei lo guardò come si guarda la televisione nell'apprendere la notizia di un nuovo trend immorale nei ragazzini in età da liceo, o nel vedere su youtube il video di qualche artista degenerato che fa performance live in cui si cuce la bocca con ago e filo, e magari non è nemmeno tra i best view counts.
Coinquilina: Scusa ma non vedi che sono al telefono? Sono in accappatoio, sono appena uscita dalla doccia. Ne possiamo parlare dopo?!
P.: Che hai da guardare con quella faccia di cazzo, eh? Ah e io dovrei aspettare i tuoi porci comodi? Non hai visto che avevo tolto i tappetini e li ho messi in lavatrice? Questo che significa secondo te?
Coinquilina: Ma sei impazzito? Ma che stai dicendo?? Senti adesso esci per cortesia...
P.: Significa che stavo per fare le pulizie! E tu..TU sei entrata in bagno lo stesso!!!
P. notò che le unghie della sua coinquilina avevano lo stesso colore di quelle di Deva. Anche sui piedi. Guardò lei e il cellulare che teneva nella stessa mano con cui si chiudeva nell'accappatoio. Non poteva essere vero.
P.: Tu...TU..io...io TI ODIO! Mi stai sui coglioni hai capito? Vattene! Vattene! Non ti voglio più vedere! Vattene via, fuori dai coglioni!
La sua voce si era fatta quasi stridula. Si muoveva a scatti, era paonazzo e nella foga rimase impigliato con un lembo del giubbino nella maniglia della porta.
Lei rimase immobile stretta nell'accappatoio, senza sapere esattamente cosa fare. P. tornò in camera sua sbattendo la porta. Il mese successivo non lo si vide più online su Mheartix. Era per la maggior parte del tempo impostato su "non al computer", oppure compariva per lui un cuore grigio con una maschera, che camminava in punta di piedi e faceva con una mano il gesto del silenzio.
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mercoledì, 14 marzo 2007, 17:25
Sono passati circa cinque anni da quando ho lasciato radicalmente ogni legame con l'occultismo dopo una lotta durissima contro Satana e i suoi seguaci scegliendo la via di Gesù e della Chiesa Cattolica. Molto tempo tuttavia ci è voluto, e non è stato facile, ed è per questo motivo che ho deciso di scrivere della mia esperienza, anche grazie ai saggi consigli del pio parroco Don Marco che mi ha seguito nel mio percorso di conversione, affinchè molte altre vittime del demonio anche grazie al racconto possano riflettere e uscire dal tunnel dell'esoterismo che a mio parere è peggiore anche di quello della droga, e con conseguenze anch'esse peggiori, niente di meno che la dannazione eterna.
Il potere del demonio sta per raggiungere il suo zenit e in questo periodo oscuro anche la Chiesa vacillerà e le sue armi diverranno meno potenti che mai, le possessioni aumenteranno di un milione di volte (come già sta iniziando a succedere in alcune parti del mondo sottosviluppato), e gravi disgrazie si abbatteranno sopra i cattolici ancora sani di mente che in quel momento vorranno non essere mai nati. Ma non vi dovete abbattere, è l'ultima battaglia ed è già stata vinta da Gesù con la sua resurrezione.
Sò che molti di voi staranno storcendo il naso di fronte alle mie dure apocalittiche affermazioni, ma non si tratta di allarmismi infondati. Io ho infatti avuto l'occasione di vedere in faccia il demonio e di collaborare con il centro del suo potere sulla terra, una Loggia Nera molto segreta che coinvolge quasi tutte le forze più importanti nella nostra società e a cui appartengono gli ora manifesti (e sono solo i primi) protagonisti nella scena mondiale dell'anticattolicesimo, come ad esempio Dan Brown (con la sua satanica opera di blasfema corruzione delle anime), l'attuale Ministro del Consiglio Romano Prodi (con tutta la sua schiera di demoni che mirano a distruggere i baluardi della famiglia ora che è nel suo maggior momento di debolezza), e moltissimi altri ancora. Tale Loggia esiste da secoli, e ha avuto in sè molti protagonisti della storia contemporanea che hanno inculcato ideologie e teorie per minare le fondamenta della Chiesa (Newton, Freud, Einstein ecc..), ma che non è mai stata così potente come ora per via del dileguarsi dei valori cristiani che preservavano e proteggevano l'uomo dal suo più grande nemico (e lo fanno ancora per chi ancora li vive come un tempo).
L'Apocalisse è chiara e molto è stato scritta su di essa, così come la letteratura medioevale sui diavoli e il potere del maligno, con cui hanno a che fare ogni giorno migliaia di sacerdoti esorcisti in tutto il mondo, e tuttavia nonostante le evidenze, ancora considerate superstizioni da gran parte della gente non illuminata dallo Spirito Santo.
Questo vuole essere un monito per tutti voi Figli di Dio, affinchè possiate indossare l'armatura di Cristo per sconfiggere le forze del male nell'ultima ora!
LA MIA STORIA DA DANNATO E CONVERSIONE A DIO
Fu un periodo per me molto complesso quello che mi vede molto impegnato inconsapevolmente nell'opera del diavolo e dei suoi adepti più stretti che conobbi su internet e con cui ebbi contatto diretto qualche anno più tardi sbalordito del loro potere e di quanto io fossi protagonista e schiavo delle loro trame.
Partecipavo con loro ai Sabbah, alle messe nere, e a molti altri rituali pagani e satanici con lo scopo di evocare forze soprannaturali per aumentare tali legami con l'inferno e far affluire questi poteri sul mondo, per sconvolgerlo e creare l'inferno sulla terra insieme alla mia setta di Maestri Neri che erano a capo di numerose altre logge e gruppi più o meno legati al satanismo (compresi molti gruppi musicali) e alla magia in genere.
Non descriverò i dettagli scabrosi e oltremodo blasfemi e osceni di tali pratiche che mi hanno lasciato senza vita e senza senno per parecchi anni, perdendo quasi la mia famiglia i miei amici, e persino la mia identità. La mia vita appena iniziata sembrava già sull'orlo della distruzione e nel baratro della follia.
Io per via delle mie capacità in questo campo raggiunsi in breve tempo un alto grado nella gerarchia della Loggia tanto da esserne uno dei protagonisti più interni (o come si dice nel loro gergo, nei Misteri Maggiori) e lì ebbi la mia prima crisi di coscienza che poi ebbe il suo culmine nella visione della Madre Celeste che venne a salvare un Figlio della Perdizione grazie alle preghiere di tutti voi che incessantemente le fate per la salvezza dell'umanità e con cui la mia anima ha un grosso debito di gratitudine (impagabile).
Il demonio esiste e tutti coloro che operano nel campo dell'occultismo lo sanno bene (anche se non lo ammettono), ci parlano, lavorano per lui, lo accolgono dentro di loro, e rinunciano alla loro anima con patti sacrileghi solo per avere in cambio il potere di fare altro male sopratutto a persone innocenti e in periodi di debolezza che sfruttano come più gli piace.
Dopo molte barbarie come stupri di giovani vergini, torture orrende su gatti e animali della notte, e varie violenze su minori per accontentare Satana e i suoi infiniti capricci sadici (Dio mi possa perdonare) ebbi per un motivo che non saprei spiegare (ero molto crudele e credevo ormai di non avere più un'anima) una crisi di coscienza. Ciò avvenne proprio due anni dopo che io arrivai quasi all'apice (se così si può chiamare) e fui assunto al grado di Maestro delle Puttane di Satana (il terzo grado in ordine di importanza che per tutti nella Loggia è un vero e proprio sogno) a cui gli inferiori devono ubbidire prendendosi la rensponsabilità dei loro crimini efferati (sono coloro che finiscono poi nei guai per i vari delitti a sfondo satanico pagando per i misfatti di questi Maestri che restano nella completa invisibilità). Ma un evento cambiò il corso della mia vita, ricevetti infatti qualche mese più tardi la notizia che mia nonna Carla era ammalata gravemente.
Quel giorno sentii dopo tanto tempo di avere ancora un cuore e insieme al dolore che passavo per mia nonna a cui ero molto affezionato, sentii il peso nella coscienza di tutti i misfatti di cui io ero stato partecipe se non protagonista.
Mia nonna fortunatamente pochi giorni dopo ritornò a casa in buona salute e il giorno in cui l'andai a trovare parlammo tutto il giorno come ai vecchi tempi, e benchè cercassi di nascondere la mia vita segreta di mago nero, lei che mi aveva cresciuto e mi conosceva bene, intuì che qualcosa in me non andava e che ero molto cambiato, anche perchè ormai la presenza di Lucifero in me era assai forte. Lei era molto preoccupata sia per la sua salute che per me, così io decisi di rimanere con lei a cena e anche poi a dormire. E quella notte avvenne il miracolo. Mi svegliai in piena notte in preda agli incubi e scendendo dalla camera in cui giacevo con mia nonna mi accorsi che lei non c'era. La ritrovai in mezzo al campo di polenta vicino a pregare con il suo vecchio rosario di fatima e girandomi per tornare dentro vidi il suo sguardo sollevarsi pieno di meraviglia. Alzai anch'io lo sguardo e li vidi tutta la misericordia di Dio in tutta la sua pienezza, la Vergine Maria che venne a soccorrermi, e in preda alle lacrime mi mise a pregare mentre mia nonna stramazzò a terra ormai priva di vita a causa del cancro in fase terminare di cui lei non disse nulla. Quella fu la notte in cui vidi per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo e la ricorderò per sempre come un Angelo del Signore venuto a salvarmi. Io che ero il peggiore dei peccatori.
Perdono per tutte le famiglie che ho rovinato e le vite che ho distrutto. Dio vi benedica.
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martedì, 13 marzo 2007, 12:31
“I suoi occhi, li ricordo maledettamente bene – ricordo la cicatrice che sfigurava la metà sinistra del suo volto, e l'occhio impossibile che era in esso, quell'occhio che pareva una sfera immobile e perfetta di metallo privo di increspature, come argento.
“Ricordo il modo in cui ha osservato il cielo, mentre già cadevano le prime stelle, in quella decima notte di agosto. E ricordo di aver provato i brividi, perchè li fissava in una maniera tale da costringermi a pensare: 'Quest'uomo conosce tutte le stelle per nome'.
“Ricordo come camminava, su e giù per la stanza polverosa, recitando roba in latino, che ricordo vagamente, confusamente. Non sono mai stato molto dotato per le lingue, soprattutto per quelle morte.
“Camminava, il notaio, e recitava cantilene latine, un elenco infinito di norme, di regole e codicilli, prima di procedere all'apertura dell'ignoto testamento del Signor Grimm.
“Ma i suoi occhi, immobili, fissavano il cielo, mentre la voce lenta e malinconica recitava leggi di un altro tempo come se stesse ripetendo il nome di un'amata perduta.”
La stanza, la stanza dentro cui quel curioso testamento era stato letto, Regin l'avrebbe ricordata fino all'ultimo dei suoi giorni; enorme, con un camino che pareva uscito fuori da una qualche fiaba nera, di vecchia pietra, con una porta per ogni lato – grandi porte a due ante, di quelle che, nei film dell'orrore, si apron da sole, cigolante e rivelando lentamente i terrori oltre di esse.
La carta da parati disfatta, i finestroni da chiesa; l'odore di vecchia polvere, il pavimento a scacchi bianco e nero, la sensazione di esser precipitato dentro una vita in bianco e nero.
Ed i curiosi macchinari che pompavano nel buio, sembravano venuti fuori da un romanzo di Jules Verne; le candele, gocciolanti cera sul pavimento, dappertutto, mentre fuori, nella notte estiva, lampeggiavano remoti fulmini statici.
Nessun altro arredamento esisteva, se non un grande tavolaccio, ricordava quelli di certi banchetti medievali, nei film di Errol Flynn, ed una grande poltrona, un'alta sedia che ricordava la Coronation Chair, là vicino, nella Cattedrale di Westminster. E altre sedie, più dimesse, ciascuna di tipo diverso, ciascuna curiosamente evocativa, per Regin, di cose lontane e distanti; una soltanto riconosceva vagamente, sembrava uno scranno cesareo, ma l'uomo non era esattamente un cultore di Storia antica.
E la ciurma; gli uomini che erano arrivati là con quel curioso notaio, quel gigante munito di trecce dreadlock lunghe fin quasi alle natiche.
Erano un assortimento improbabile e curioso di stirpi infinitamente diverse; alcuni non parevano neanche umani. In principio, aveva sorriso ad una ragazza dai capelli azzurri, una giovane punk, la quale gli era sembrata assai più che appetibile; ma in seguito, aveva osservato il modo in cui essa appariva stranamente fredda, e priva di increspature, come porcellana.
“Dev'essere piena di eroina”, aveva stabilito Regin.
Ma dentro le vene di Violet, droghe più complesse e bizzarre si agitavano; composti di un altro mondo e di un'altra era, tali da mantenere intatto il corpo, per quanto certo l'anima lentamente e inevitabilmente essi la logorassero.
II.
Il sonno non veniva su Regin, quella notte orribile; era la sua prima notte nella nuova acquisita Endless House, l'eredità del signor Grimm.
Ricordava di aver detto al notaio: “Io non ho mai avuto un parente chiamato Grimm.”
E l'altro, l'uomo dall'occhio d'argento, aveva replicato, affabile: “Tuttavia, siamo risaliti indietro, fino quasi al principio dell'Homo Sapiens, e non abbiamo potuto fare a meno di notare come lei e il signor Grimm possediate almeno un avo in comune, circa dodicimila generazioni fa.
“Vorrete perdonarmi, ma ritengo la possibilità di un nostro errore estremamente improbabile.”
Il vento correva attraverso i finestroni aperti, nella notte d'estate, mentre l'uomo recitava i codicilli che vincolavano Regin all'accettazione dell'eredità; una tenebra brumosa irrompeva dentro, gravida di umidità notturna.
Violet osservava il pavimento a scacchi, bianco e nero, e sorrideva tra sé e sè; quella stanza spaventosa era un Bastione – era un luogo situato in un'intercapedine tra le dimensioni.
Una volta, non molto tempo prima, Yd l'aveva ancorata all'ultimo piano di un grattacielo in rovina; ora, essa si trovava in un sotterraneo lontano e umido, e le finestre apparivano incoronate dalle inferriate della strada soprastante; come vetrate gotiche di un seminterrato, un improbabile azzardo architettonico.
Regin tremava, curiosamente, nonostante la notte d'estate fosse calda.
“Il signor Grimm le ha lasciato in eredità una Casa Infinita, signor Regin. Complimenti.
“E' un'autentica rarità, una meraviglia quasi unica.
“Ha già deciso se ci andrà ad abitare?
“Vorrei ricordarle che è vincolato a trascorrervi la notte di Mezz'Estate, per via dei codici di cui vi ho parlato, e che temo non possano essere evitati.
“E' la Legge di Pwyll, come codificata dall'Editto di Nodens, nel 2166 a.C.”
Regin non riusciva, misteriosamente, a dubitare delle parole del notaio. Non riusciva a fare niente. Gli sembrava che dentro il cranio ulteriore tenebra venisse martellata.
Soltanto, appose la propria firma in fondo al testamento, in accettazione dell'eredità del signor Grimm – e cinque giorni dopo, avrebbe maledetto quell'inutile debolezza.
Stava immobile, nel proprio giaciglio, quella notte del quindici di agosto, come attendendo in ogni istante un assalto di qualche bestia fuori dalla tenebra.
III.
“Ti sei chiesta spesso perchè io, tra tutti i mondi e le epoche che ho visitato, ami in particolar modo la Londra sul finire del XX secolo, la tua Londra.
“Questa è una parziale risposta. La amo perchè si trova qui la Casa Infinita, la dimora di Grimm.
“Sai, a Grimm avevo offerto quello che tu hai accettato: la possibilità di iniettarsi nelle vene quel composto che tu hai dentro le tue adesso, il mercurio che ci preserva attraverso i secoli.
“Ma lui ha rifiutato.
“Gli devo, gli dovevo molto; la mia stessa vita, forse.
“Mi ha nascosto dentro la Casa Infinita in un giorno di disfatta, quando credevo che presto sarei stato appeso, impiccato, in un qualche villaggio sperduto in mondi desolati e cinerei.
“Ma la Casa Infinita non è un posto qualunque. E' un Bastione, e al contempo un Portale. E' un luogo che dà accesso a tutti i mondi possibili, anche se, a differenza della Città di A., la Casa Infinita ha un posto nello spazio, un momento nel tempo.
“La Casa Infinita può essere arsa dalle fiamme, o cancellata da un'inondazione.”
Camminavano, nella notte estiva, una coppia curiosa, Yd e Violet, l'uomo con i suoi abituali jeans scoloriti e gli stivali da motociclista, ed una maglietta monocolore, azzurro-grigiastro; la ragazza nvece un'icona del punk londinese, con capelli azzurri, e bracciali dal polso fin quasi al gomito, e molti orecchini.
Le finestre della Casa Infinita, che essi osservavano di sottecchi, sembravano già quasi spente, quasi morte, e soltanto i sensi inumani di Yd potevano percepire i leggerissimi movimenti all'interno, il minuscolo crepitare delle vecchie assi sotto il letto al di sopra del quale Regin si torceva, nel suo sonno che non veniva.
Yd si immobilizzò, d'improvviso, e fiutò l'aria; così anche Violet. Ormai, anche i suoi sensi, sotto l'effetto della droga di non-mortalità somministratagli dal compagno, iniziavano a farsi più acuti, anche se certo ancora ridicoli, rispetto ai doni dell'artificiale Yd.
“Hai sentito anche tu? Pare che i guardiani si siano svegliati. I mastini del tempo e dello spazio, si sono mossi, per andare a cercare Regin, nel suo giaciglio.”
“Ma perchè hai scelto proprio lui, Yd? Che senso ha? E' poco più di un ragazzetto, fa l'impiegato in uno studio legale. Cosa ti fa pensare che possa esser capace di divenire il custode di un Bastione che è anche un Portale, e per di più così importante per noi?
“E' la porta d'accesso alla Londra del XX secolo, la nostra Isla de la Tortuga, la nostra Mompracem. I nostri stessi Bastioni sono qui, i luoghi dove le nostre navi dimensionali sono alla fonda è questo.”
Ma Yd sorrise appena, con uno dei suoi strani sorrisi, ed il suo occhio brillò quasi divertito, alla domanda di Violet.
“Violet, un anno fa anche tu eri una ragazzina, una punk finita a letto con l'uomo sbagliato, cioè io, che l'aveva abbordata in metropolitana. Pensavi che non sapessi che saresti diventata il mio nostromo?
“Non sapevo come, non sapevo perchè, non sapevo quando. Ma sapevo che ce l'avresti fatta.
“Così anche Regin. Vincerà i guardiani, e troverà la Chiave, oppure, in fondo, avrà comunque avuto la sua occasione. E' uno tra i pochissimi mortali, su sei miliardi di questo mondo e di quest'epoca, a poter sbirciare oltre l'orlo del precipizio dell'eternità.
“E' un privilegio che vale molto più di una vita.
“Andiamo, ora. Il Certamen sta per iniziare.”
Il Certamen, sì. Violet aveva udito Yd parlare di Certamines molto spesso, negli ultimi mesi. Era il modo che nella Città di A. si usava per indicare un confronto con l'impossibile ed il soprannaturale, o un'ordalia per la conquista di una prerogativa baronale, o addirittura regale; o ancora, una sfida tra streghe e taumaturghi.
Chinata la testa, il nostromo della ciurma di Yd seguì il suo capitano; e, dopo pochi passi, si disfecero nell'umidità che ovattava, simile alla famosa nebbia, i vicoli di Londra.
IV.
Regin si rese conto di come l'elettricità non funzionasse, dentro la Casa Infinita. E si rese conto anche di come, misteriosamente, vi fossero molti, troppi rumori, nella vecchia casa umida e triste.
“Al Diavolo, questo non è un racconto dell'orrore. Almeno, spero di no.”
Sollevatosi in piedi, dal proprio giaciglio, osservò infine il proprio corpo seminudo, riflesso sui vetri della finestra; il ventre bianchiccio, il volto arrossato e screpolato dal sole inusuale di quell'estate torrida.
Si mosse, lento, strascicando i piedi, verso la porta della camera che il notaio, quel curioso esecutore testamentario, gli aveva mostrato.
“Se dovesse avvenire qualcosa, durante la notte, non deve fare altro che trovare la Chiave. Risolverà tutti i suoi problemi.
“Addio.”
Ed era uscito dal riquadro della porta; e prima che Regin potesse inseguirlo, tuffando la testa nel corridoio, era già svanito; come vaporizzato, come ingoiato da un gorgo del tempo.
Regin abbassò la maniglia; aveva tolto la maglietta, ma tenuto i pantaloni, poiché quella camera curiosa, tra tutte, lo riempiva di inquietudine – tutte le altre stanze parevano chiuse a chiave, e spessi strati di polvere erano davanti ad ogni porta; e Regin in generale aveva la sensazione che l'ignoto signor Grimm dovesse esser morto mezzo milione di anni prima, piuttosto che poche settimane.
Ma, certo, poteva anche essere che dentro l'enigmatica Casa Infinita, il tempo scorresse in maniera diversa, più complessa e articolata, discendendo in ghirigori, rapide e gorghi, come un ruscello di montagna su Marte, piuttosto che rettilineo come ampio fiume attraverso la pianura.
Tuttavia, il sonno non veniva su di lui; pertanto, aveva deliberato di avviarsi in una perlustrazione notturna dell'enigmatica casa.
“Effettivamente, pare infinita. Camminò da almeno venti minuti, è incredibile. Ma non trovo un punto di riferimento. Come se mi lasciassi ogni cosa dietro man mano che procedo.
“Ed il silenzio. E' venerdì sera, a Londra, a Mezz'Estate, e non si ode nessun suono dall'esterno. E' come se il mondo al di fuori fosse svanito.
“O forse”, e lo pensò con un tremito, “Il mondo di fuori è ancora lì, e sono stato io, a precipitarne fuori.”
Aprì un'altra porta, dopo aver sceso strette scale sghembe e curiose che non ricordava di aver trovato durante la sua prima perlustrazione della casa, il mattino stesso.
Era certo che dovesse trattarsi della cucina.
“HAI LA CHIAVE?”, ruggì una voce inumana, non appena la porta fu aperta, una voce che pareva come un suono di fuoco infernale, un arco di fiamma protratto attraverso la tenebra estiva rimasta intrappolata tra le vecchie mura, gettato là per riardere Regin.
V.
Con sua infinita sorpresa, nonostante la sua vescica fosse andata fuori controllo, Regin non svenne, né fuggi. Rimase là, immobile e freddo, con un'espressione stolida e quasi triste. No, quello che lo attendeva oltre la porta che credeva esser la cucina non lo scosse. Fu forse la voce orribile dell'essere oltre di essa, a devastare le sue funzioni secretive, un riflesso pressocchè incondizionato.
Il trio oltre quella porta nel seminterrato della Casa Infinita era, tutto sommato, infinitamente buffo.
“Non fosse che sento di esser sul punto di venir barbaramente ucciso, mi metterei anche a ridere”, pensò Regin, con sua somma sorpresa, e quell'idea lo costrinse ad un ghigno nervoso e istantaneo, subito svanito. D'altronde, di certo egli la Chiave non la possedeva, per cui, perchè preoccuparsi?
Era un uomo già morto.
“Spero almeno non siano antropofagi.”
La creatura che aveva urlato era alta almeno due metri e mezzo; un autentico bruto, ricoperto di una complessa, intricata armatura di acciaio lucido e cuoio borchiato, stretta in modi impossibili, con nodi intricatissimi e stretti, come se le placche spesse dovessero esser faticosamente strette sulla mole enorme della creatura; brandelli di antiche tuniche pendevano qua e là, ed un cappuccio simile ad uno scialle, nero scolorito, copriva la testa dell'essere, altrimenti di certo orribile; nell'ombra, occhi tremendi brillavano, e la celata di un elmo simile ad un becco lunghissimo e ricurvo emergeva dalla tenebra.
Mani dalle dita complesse, dotate di un numero innaturale di falangi, si protendevano verso Regin; le gambe della cosa erano spaventosamente storte.
Gli altri due mostri in attesa oltre quella porta venuta fuori da una fiaba d'infanzia erano certo più ovvii, ma non per questo meno preoccupanti, in quel particolare frangente.
Uno pareva una specie di lucertola bipede, priva di coda, e vestita di uno straccio a mò di gonnellino, lungo fin quasi ai piedi, tenuto su da un insieme di cinturoni e lacci, alcuni dei quali correvano lungo fino alle spalle della creatura, lasciando nella carne incisioni incolore.
“Già, certo, è una lucertola, è a sangue freddo; non soffre dei lacci a tagliargli la carne nel modo in cui ne soffrirei io.”
La cosa-lucertola osservava Regin in una maniera interrogativa, con gli sopracciglia corrucciate, e gli enormi occhi gialli a brillare nella tenebra, per contrasto.
Il terzo era di certo il più inquietante del trio, nonostante il gigante-rapace fosse ottimo secondo classificato; era un inspiegabile ibrido tra un bipede ed un quadrupede, completamente privo di qualunque abito, se non una serie di catene, lacci e cinghie, che tenevano appesi attorno al suo collo e petto un numero abbastanza eccessivo di talismani e medaglioni.
“Un lupo mannaro”, pensò in principio Regin, ma poi si corresse: “No, macchè lupo. Questo sembra di più un setter irlandese, a dir la verità. Anche di razza abbastanza pura, ma decisamente di mole eccessiva. Mi piace molto il color fulvo, però. Se sopravvivo, glielo dirò. Si vede che il padrone lo cura bene.
“Ma che diavolo stai pensando?”
VI.
“Mi sembra che le sia stata chiesta la Chiave, giovanotto. Dobbiamo dedurne che non la possiede, e che pertanto adesso la ammazziamo, con sommo piacere ed efficiente celerità?”
A parlare, questa volta, era stata la cosa-lucertola, con una voce profonda e baritonale.
“Sembra un Lord che discute del thè, in un club di Kensington”, riflettè Regin.
“Temo di dovervi deludere, signor lucertola. Non possiedo la Chiave, temo. Posso intuire che voi siate i custodi dello stabile?”
La lucertola annuì, gravemente, mentre già assumeva la tipica espressione dell'impiegato di reception che è costretto a negarti l'accesso all'edificio del quale è il custode.
“Amico mio, se lei non possiede la chiave, temo proprio che saremo costretti a prenderla, scuoiarla, e infilzarla su di una lancia, dopodichè lasciarla a marcire sul tetto, proprio accanto al segnavento.
“Un'incombenza particolarmente sgradevole nonché oltremodo antigienica, lei mi comprende.”
“Però potremmo anche trasformarlo in un vampiro, e inchiodarcelo, al tetto, all'aurora, invece che impalarcelo. Ci sediamo là, e lo guardiamo bruciare. Fa un po' puzza, ma a me piace sempre. Mi ricorda le bistecche di mia nonna, non posso farci niente.”
A parlare, questa volta, era stato il setter irlandese da centoventi chili.
“Signor Dobbins, lei è sempre oltremodo scenografico ed eccessivo, in queste sue espressioni. D'altronde, lei ricorderà anche che, per ottenere il tipo prescelto di morto vivente, sono necessari ingredienti, quali l'amore di una vergine, che non si son mai visti in questa casa, anche a cagione del suo pessimo costume di andar a puttane ogniqualvolta si ritrovi in tasca più di due penny.”
La voce pigola e cantilenante era venuta da sotto il cappuccio del gigante, filtrata attraverso il lunghissimo e aguzzo becco di rapace metallico.
“Signori, vi prego, proseguirete nelle vostre diatribe dopo che avremo scuoiato il signore qui. Non mi pare cortese farlo aspettare, e vorrei ricordarvi che il mattino è vicino, e che, con mio sommo fastidio, mi avete costretto a non chiudere occhio, a cagione dell'impazienza del signor Dobbins, così freneticamente desideroso di far del male a qualcuno.
“Ora sarete così cortesi da andare a prendere la carta vetrata, il seghetto ed un po' di antiemetici.”
“Mi dispiace che dobbiate uccidermi, signori. In fondo, mi stavate già simpatici. Sembrate una bella compagnia di amici.”
In effetti, Regin, paradossalmente, non pareva granchè preoccupato all'idea di finir scuoiato dal buffo trio. Aveva l'impressione che la sua anima avesse cambiato composizione chimica, in quei brevi istanti.
“Ma questa Chiave, dove la dovrei trovare?”
“In linea di massima, dovrebbe averla ricevuta con le chiavi dello stabile, a meno che il signor Grimm non sia stato derubato da lei dei suoi possedimenti, o abbia inteso lasciarle in eredità lo stabile perchè noi la uccidessimo. Lei era un nemico del signor Grimm?”
“In verità, non sapevo neanche che esistesse, fino a cinque giorni fa. Ma la casa può essere aperta soltanto dall'Erede di Grimm?”
“Sì. Il signor Grimm è già morto e tornato un milione di volte. Se capisce quel che voglio dire.”
“Certamente, signor lucertola. E' molto facile, in fondo. Ora, mi dica: la Chiave, potrebbe essere questa?”
E Regin pose nella mano della lucertola antropomorfa il portachiavi che il notaio gli aveva consegnato, al quale le chiavi della Casa Infinita erano appese. Non aveva notato, Regin, la buffa forma, dello strumento, finchè, convulsamente, mentre cercava di guadagnar tempo con la lucertola, non si era ficcato le mani in tasca, sperando di trovarvi la maledetta Chiave.
Il portachiavi era un anello di ferro arrugginito e antico, dal quale si protendeva una corta asta di metallo, pochi centrimetri, cava, con una serie di tacche curiose al termine.
“Ehi, smettetela di cercare i coltelli, voi due laggiù”, strillò la lucertola. E poi, a Regin, in tono più dimesso, e adesso deferente (“Quest'uomo è il mio nuovo maggiordomo!”, Regin comprese in un istante), rivolto all'ex-impiegato di un ufficio legale là davanti a lui:
“Sì, la Chiave è questa. Bentornato a Casa, signor Grimm. Siamo felici che lei si sia reincarnato quasi subito. L'abbiamo aspettata per trentadue anni soltanto, questa volta.”
Il resto della notte trascorse celermente, giocando a poker in quattro, e tracannando il brandy antico del signor Grimm, il precedente.
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lunedì, 12 marzo 2007, 21:18
Nonna Adele dimostrava l’eterna militanza del suo comunismo annaffiando i gerani del parco pubblico e abiurando ogni fede. Ricordo le sue scarpine di spago indugiare provocatorie innanzi al piazzale della chiesa, coperto di una polvericcia perlata da vecchio film, e come si indignavano le rughe sulla sua fronte, la piega del suo labbro. Poi schioccava la lingua contro il palato – ticth - aggrinziva gli occhi e mi strattonava per il braccio. Si tornava a casa. Così, a nove anni, io che non sapevo odiare, facevo collezione di foto. Le tagliavo dai quotidiani, erano tutte immagini granulose, in bianco e nero: raccoglievo volti di sconosciuti coinvolti in fatti di cronaca o di politica che non mi prendevo certo la briga di leggere, e a volte anche foto degli annunci funebri, cui allegavo fantasiosi commenti appuntati in lapis, elencando le presunte malefatte, le più orribili che un bambino possa concepire. Quali fossero i criteri della mia Giustizia infantile ora lo ignoro, ricordo solo una particolare avversione verso gli uomini senza baffi. Erano gli anni di piombo ed io vivevo con una nonna comunista. Assieme al mio schedario c’erano vecchie riproduzioni di manifesti grafici di El Lissitzkij, rossi, bianchi e neri, che avevo trovati piegazzati dentro un cassetto.
In quei giorni c’era un gran trambusto. A visitare nonna Adele giungevano dozzine di persone, per lo più signore dai capelli brizzolati raccolti sulla nuca e di tanto in tanto un uomo alto e magro con un paio di bretelle cobalto. Erano quelli del Partito, mi diceva. Avevo in testa una mitologia complessa di Partiti in eterna battaglia contro un oscuro ma meschino mostro, il capitalismo, come nella storia di Giorgio contro il drago, che nonna mi raccontava omettendo la santità del protagonista. Il mio immaginario era un meraviglioso tazebao colorato, che manco Ejzenstejn. Più volte dovetti rimanere con l’uomo magro mentre nonna era occupata a preparare una delle sue tisane in cucina. Mi sorrideva, ma senza baffi, e la cosa mi angosciava mortalmente, tanto che nemmeno la sua barba scura e rasposa riusciva a consolarmi. Allora correvo in cucina e mi eclissavo tra le sottane di nonna Adele o di nascosto aggiungevo agli infusi un pizzico del tabacco in polvere che nonna riponeva in una scatolina di latta, dietro la saliera.
Poi nonna Adele si ammalò, e gradualmente divenne cieca. Passava le giornate alla finestra, ad ascoltare i rumori delle stagioni, con lo sguardo vuoto, ma in alto verso il cielo. La gente di qualche anno prima non si vedeva più molto, solo qualche domenica di tanto in tanto. All’epoca dei fatti ero ormai maggiorenne, e la fase del Partito l’avevo superata intorno ai quattordici o quindici anni, quando gli altri ci entravano. Passavo i pomeriggi alla casa del popolo, a fumare Nazionali e giocare a calcio balilla. Non erano neanche più gli anni ’70, e io non sopportavo quell’atroce sfilata del feretro di Utopia. Non avevo ancora la patente che decisi di diventare un tupamaros. Non c’era l’Uruguay, ma Milano mi pareva comunque un buon inizio. Così una sera mi avvicinai a Nonna Adele, seduta davanti alla finestra più a est, che in quell’anno dava su di un campo a maggese, con dei bei fiori rossi e dorati, ormai inghiottiti dal buio. Nonna mi prese una mano con la sua ruvida, ma non parlò. Continuava a fissare il maggese con quei suoi occhi inutili e belli. Le dissi sottovoce, in un soffio, che sarei partito. Per ridare il sole a chi aveva perso l’orizzonte, dissi. Il suo leggero stringermi le vene mi comunicò la sua approvazione. Quella fu la notte in cui vidi per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo. Ficcai la Luger in tasca e andai.
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lunedì, 12 marzo 2007, 19:19
Una notte non avevo sonno, e passeggiavo nel parco. C'era un odore diverso da quello che ricordavo, più sfrontato. Stava arrivando la primavera con la sua malinconia fisiologica, e mentre ero assorto in questo pensiero calpestai qualcosa di vivo. La mia fu la reazione classica di chi si trova un enorme ratto schifoso tra i piedi: scalciai senza precisione e senza forza, come una femminuccia impaurita. Con gli occhi chiusi colpivo senza mira sperando che decidesse di scappare fuori dal mio campo visivo piuttosto che mordermi, quando all'improvviso mi resi conto che non riuscivo più a muovere le gambe. Tutti i miei muscoli sembravano impegnati in una sorta di sforzo interno, una tensione che impediva loro di compiere un qualsiasi movimento efficace. Non potevo più inalare aria, ma avevo aperto gli occhi e vedevo quella cosa immobile davanti a me, che mi fissava. Mentre perdevo i sensi avevo la certezza che, in qualche modo, mi stesse attaccando.
Sono davvero svenuto? A giudicare dal mio vuoto di memoria sembra probabile, eppure la logica avrebbe voluto che, una volta ripresomi, mi ritrovassi nel parco, mentre al momento del risveglio ero steso sul pavimento di casa mia, senza forze. Lo strano animale era su di me e mi toccava ora il naso ora le orecchie, in modo insicuro, come qualcuno che stia cercando l'interruttore per accendere una macchina sconosciuta. Per un giorno intero restai lì, a terra. Non sentivo abbastanza energia per alzarmi, e avevo paura che le gambe non mi avrebbero retto neanche fino al divano. Poi il dolore all'inguine iniziò a diventare insopportabile, e così trovai la forza per uscire di casa e andare dal dottore. Quell'essere, intanto, era rimasto in casa per tutto il tempo. Uscii decidendo che avrei pensato dopo al problema. Era una situazione troppo strana perchè la mia mente la prendesse in considerazione in modo serio, e il dolore ormai era fortissimo.
A quei tempi giocavo anch'io a quel gioco dalle regole rigorose e per certi versi crudeli chiamato amore. Per essere precisi stavo con Arianna, una vecchia compagna di liceo. Ai tempi della scuola nessuno dei due si era interessato molto all'altro, ma eravamo rimasti in contatto per via delle conoscenze in comune: la classica compagnia di provincia dove si esce in trenta il sabato sera, e non si sente il bisogno di approfondire la conoscenza di tutti gli altri. Una sera però Arianna mi colpì con un commento riguardo al modo in cui ero vestito. Una frase comune, probabilmente un semplice complimento scherzoso, ma per qualche ragione iniziai a interessarmi a lei. Avevo notato che spesso flirtava con Alfredo, ma ad ogni modo, senza scoraggiarmi, cercai di passare sempre più tempo con lei, e dopo qualche settimana stavamo insieme. Non ricordo più che cosa mi aveva detto quella sera.
Zo, l'avevo chiamato cosi', continuava a vivere a casa mia. All'inizio lo tolleravo semplicemente perche' non sapevo cosa fare. Una persona con i piedi per terra, in assenza di intuizioni sulla natura dell'animale e sul modo migliore di liberarsene, si sarebbe se non altro rivolta alla polizia per avere indicazioni. Io, che non possedevo neanche un grammo di senso pratico, restai sospeso per qualche giorno nella sensazione di essere in un sogno. Non necessariamente un incubo, ma comunque qualcosa di talmente poco logico da non richiedere nessuna azione da parte mia, se non attendere che finisse. Dopo i primi giorni mi ero abituato a lui, e visto che non sembrava aggressivo provai a stabilire un contatto. Da quando era qui non l'avevo mai visto mangiare nulla; solo ogni tanto si arrampicava fino al lavandino della cucina e lo apriva per bere. Avevo ancora in frigo le lasagne che aveva portato mia nonna l'ultima volta che era venuta a trovarmi, e gliene diedi un po' dopo averle riscaldate in forno. Le mangio' senza farsi troppi problemi, e da allora cominciai a trattarlo come un animale domestico. In realta' sembrava dotato di un'intelligenza molto simile a quella di un essere umano (sebbene adombrata a volte da un istinto piu' forte), e anche se non poteva parlare sembrava capire qualsiasi frase che non fosse eccessivamente complessa. In definitiva era paragonabile più a un bambino che a un cane o a una scimmia, nonostante somigliasse proprio a una scimmietta. A volte gli parlavo per ore, anche se non mi avrebbe mai risposto, e quando non potevo dedicarmi a lui stava davanti alla televisione; pareva gradire in particolar modo i cartoni animati e i telefilm che andavano di moda negli anni '80, come me. La notte invece lo vedevo spesso fuori al balcone che fissava il cielo. Fossi stato appassionato di sci-fi mi sarei goduto di piu' la fantasia che si trattasse di un alieno finito qui chissà come, e che ora guardava con nostalgia nello spazio, cercando di penetrarlo con quelle sue pupille di pietra, fino al pianeta su cui era nato.
Ah, avevo scoperto di avere un tumore ai testicoli. Ricordai che il dolore era cominciato dopo averlo incontrato, e quando improvvisamente collegai la mia malattia a quello che era successo quella sera mi scagliai contro di lui. Penso di aver gridato "stronzo", e probabilmente è stata la prima cosa che gli ho detto, perche' nei giorni seguenti mi sono accorto che rispondeva a quella parola ogni volta che la sentiva, come se si trattasse di un richiamo. Non sono uno di quei punk che troverebbero divertente chiamare cosi' un animale, quindi ho deciso di usare Zo come diminutivo. Da un punto di vista razionale Zo non aveva nessuna colpa: quando l'avevo calpestato il suo istinto di autodifesa si era messo in funzione, e lui si era ritrovato a bombardarmi di onde elettromagnetiche o chissà cosa prima di capire cosa succedeva, proprio come io mi ero ritrovato a calciare inutilmente l'aria. Si era fermato in tempo per non uccidermi subito, ma abbastanza tardi da condannarmi a un destino ancora peggiore.
Lo dissi ad Arianna; chissa' cosa speravo. Ovviamente mi disse che ci doveva pensare, e la settimana dopo la vidi in giro mano nella mano con Alfredo. Non potevo biasimarla. Che altro doveva fare, accettare di passare la sua vita con un mezzo uomo? In una delle nostre conversazioni-monologo comunicai a Zo che avevo deciso di morire senza tentare altre strade. Non avevo voglia che qualche dottore provasse a convincermi a sottopormi all'operazione, per poi andarsene a casa con la coscienza a posto mentre io accettavo la condanna di essere per sempre una barzelletta vivente, un handicappato privo di cio' che la societa' considera simbolo di virilità, coraggio, affidabilità. Un essere che susciterebbe solo pena e disgusto, e mai amore.
Zo capiva bene che avrei cessato di vivere a causa sua. Ogni tanto mi accanivo sadisticamente nel farglielo pesare, quando mi prendevano i momenti peggiori di rabbia o di paura. Una volta non lo vidi per tutto il pomeriggio, e la sera mi portò dei crisantemi. Capii che doveva aver visto qualcosa in televisione riguardo le cerimonie funebri, e interpretando male le nostre usanze aveva pensato che offrire quei fiori alla persona che aveva condannato a morte sarebbe stato un gesto adatto ad esprimere scuse, e forse affetto.
Eravamo ormai nel pieno della stagione tradizionalmente dedicata all'amarezza, e proprio in quella stagione io preparavo la mia barca di disperazione, pronta a portarmi al largo nel mare della non esistenza.
Non faceva molto freddo quando partii; non misi neanche il giubbino. Zo era fuori al balcone come al solito, e quella fu la notte in cui vidi per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo. Non volevo che partecipasse agli ultimi miseri momenti della mia vita. Avevo un po' di soldi da parte, così sono venuto qui. Sulla scrivania senza personalità di questa camera d'albergo ho scritto queste due pagine pensandole come una lettera d'addio, ma ora mi rendo conto che non voglio che venga letta. E da chi poi? Ora la brucio e poi concludo tutto.
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venerdì, 09 marzo 2007, 17:14
La sera in cui guardai i suoi occhi fissare il cielo immobili, capii che era morta da circa un mese, con sul viso i capelli biondi che si sforzavano di tendere al bruno. Lei era un vampiro atipico, non del tipo con i denti aguzzi che suggono il sangue al volo da arterie carotidee, era uno di quelli che posseggono vene carnivore sui polsi e che con una scusa qualsiasi ti attirano in un vicolo, e polso a polso ti dissanguano senza che tu te ne renda conto.
Cambiava colore dei capelli a seconda della stagione, seguendo un ordine preciso, bianchi d'inverno, rossi in primavera, biondi d'estate e castani in autunno. L'avevo conosciuta un giorno prima che i suoi capelli divenissero rossi, di sfuggita, ed il giorno dopo rivedendola col capello di colore diverso pensai che fosse una sorta di punk sfigata, che cambiava colore dei capelli tingendoli a seconda dell'umore. Quando mi si avvicinò per la prima volta pensai che da me volesse solo una sigaretta, com'è costume tra le avvenenti giovani del nostro tempo. Mi chiese invece cosa stessi ascoltando nel lettore mp3. Gli risposi d'istinto: “Verdena.” Poi andò via. Quel giorno non avevo alcun lettore mp3 con me. Probabilmente si riferiva al giorno precedente, quello in cui l'avevo vista per la prima volta. Non ero passato inosservato, e ciò in qualche modo m'inorgogliva. Magari però, faceva solo domande a vanvera.
Una sera l'ho vista andare in giro a braccetto con il peggiore, colui che chiamavo ai tempi BaffoSpritz, ultracattolico, che vedeva nella bestemmia la forma più grave di oltraggio all'uomo prima ancora che a Dio.
Parlando di tale personaggio con il mio Carlo, che abitava nello stesso collegio dello stolto, a proposito delle conquiste del mio arcinemico in fatto di donne, questi mi disse che il baffuto non si vedeva da diverso tempo nel collegio. Tempo dopo tornò, e Carlo mi tenne aggiornato, motivando il periodo di assenza del tipo, con la sua permanenza in ospedale per un paio di settimane, a causa di grosse perdite ematiche. Si era tagliato i polsi in un vicolo, ma aveva rimosso tutto l'accaduto. La famiglia l'aveva invitato a tornare a casa, temendo in un nuovo gesto simile al precedente, ma era troppo spaventato e non intendeva uscire dal suo alloggio neppure per mangiare, figuriamoci se poteva prendere un treno. Il suo compagno di stanza si occupava della sua sussistenza alimentandolo con prodotti da discount, come un animale domestico.
Poi la rividi, verso la fine di Aprile. I capelli sempre rossi, mi si avvicinò, evidentemente si ricordava di me.
“Ciao, ascolti sempre grunge preteradolescenziale?”
“Capita, ascolto molte cose.”
“Cosa ci fai qui a Roma?”
“Studio, o perlomeno questa qui è la motivazione ufficiale.”
“E quella ufficiosa?”
“Rimorchiare straniere in supermercati vicini alla stazione, scroccare alcol, droga e godere di corpi la cui volontà è annacquata.”
“Quindi sei qui a Roma per lo stesso motivo per cui vi sono anch'io.”
“Anche tu ti cimenti nell'impresa di scopare le passanti?”
“In un certo senso.”
“Una sera ti ho vista in giro col mio arcinemico numero 4, BaffoSpritz.”
“Chi? Tu mi spii con sistematicità?”
“Ti ho vista in giro, mica ti spio. Ti ho vista con un pirla decisamente cattolico, italiano, benché da quanto affermato poco fa i tuoi gusti sessuali parrebbero orientati verso un edonisticoe amore lesbico tra te e: svedesi, giapponesi, inglesi, o gente di altre etnie e culture che passi per la città eterna.”
“Quindi mi spii. Hai anche delle mie foto?”
“Senti, pensala come ti pare. Ci tenevo solo ad informarti che quel tipo con il quale uscivi, non ha smesso di cagarti, ma se ha smesso di farsi sentire è solo perché ha tentato il suicidio.”
“Ah, si, ed in che modo?”
“Si è tagliato i polsi in un vicolo.”
“Mmm, hai visto i suoi polsi?”
“No.”
“Allora come fai a sapere che se li sia tagliati da se i polsi? Anzi, come fai a dire che abbia provato a suicidarsi tagliandoseli?”
“Devo dedurre che tu sia informata più di me riguardo a quanto successo a quel porco?”
“Beh, si, sono stata io.”
Cercavo di difendere la buona fede di uno che mi stava sulle palle. Avevo il cervello in palla. I lineamenti del suo viso in effetti parevano uscire da un'altra epoca. A vederla in giro poteva sembrare una ragazzetta qualsiasi strafatta di Tuxedomoon ed alienazione, ma lei era infinitamente più vera e sincera di chiunque altro avessi avuto modo di incontrare dal giorno della mia nascita. Mi diede un appuntamento comunque. Il 5 maggio ci saremmo incontrati su un ponte del Tevere. Nessuna precisazione, mi sarei dovuto quindi fare una decina di chilometri a piedi sperando di incontrarla.
Subito dopo il concerto organizzato dai sindacati, abbastanza stanco e bruciato, chiesi a Carlo di informarsi presso BaffoSpritz riguardo alla rossa che lo aveva condotto allo stato di cose in cui si trovava adesso. Alienazione e paura. Non sapevo neppure riguardo a che nome far investigare Carlo, ma non aveva importanza. Sicuramente la tipa in questione aveva un valore particolare per l'ultracattolico.
Quando reincontrai Carlo aveva il setto nasale rotto, spezzato da un pugno in pieno viso. Quando Carlo gli aveva chiesto della rossa, il giovane era impazzito, imbastendo una cieca furia omicida, per un neofita del collegio totalmente immotivata. Per la verità BaffoSpritz era sempre stato un personaggio noto per la sua violenza, ma aveva veramente vomitato sulla decenza in tale occasione. Carlo era molto amareggiato. Non solo non avevo scoperto nulla, ma avevo anche fatto pestare un mio amico. Che situazione di merda.
Non sapevo nulla di preciso sul dove incontrarla, e tuttavia mi recai sul Tevere. Un ponte vicino all'isola Tiberina. Magari sarebbe stata lei a trovare me, ed effettivamente fu lei a trovarmi. Probabilmente avrei dovuto preoccuparmi, visto il modo in cui aveva ridotto chi mi aveva preceduto come suo aspirante boyfriend.
Comparve, intrapplata in un giubbotto nero dotato di lucidi bottoni, eccessivamente stretto anche per una magra come lei. Era il crepuscolo, le sette e mezzo di pomeriggio, o di sera.
“Alla fine ti ho trovato.”
“Non mi andava di percorrere il Lungotevere allo sbando, capiscimi. Confidavo nel fatto che mi avresti trovati tu...”
“Si, si, capisco, tranquillo. Quindi che facciamo stasera?”
“Prima un po' di conversazione, poi del sano sesso violento. Fammi un po' capire, perché il tipo coi baffi quando il mio amico Carlo gli ha chiesto di te si è trasformato in una furia menandolo a sangue?”
“Era un tipo violento, mi voleva costringere a fare l'amore con la forza, così gli ho morso i polsi sino a farlo sanguinare copiosamente.”
“Davvero?”
“No, avevo solo fame.”
“Non capisco il nesso tra l'avere fame e l'aprire i polsi della gente con cui esci.”
“Io sì, ed ora che la conversazione è finita passiamo al sesso violento?”
Inutile dire che la paura mi divorava. Mi tremavano le gambe, più del solito. Quando tremo è per nervosismo mal manifesto. Tendenzialmente la gente è convinta che sia uno di grado di mantenere la calma, ma il corpo spesso mi tradisce. Non avrei mai potuto avere il suo corpo, la paura mi avrebbe bloccato ogni muscolo. Dunque si optò per il buttarsi su una qualche scalinata per Trastevere.
Si scelse la scalinata, quella di Piazza Trilussa, e continuò il nostro cimentarci cattivo nella divina arte della conversazione.
“Mi spieghi quindi per quale cazzo di motivo hai quasi ammazzato quel tipo?”
“Sai cos'è un vampiro?”
“Si, quella gente molto sbanda che campa di fluidi ematici altrui.”
“Ecco, io sono un vampiro.”
“Quindi hai denti a punta retrattili e la capacità di trasformarti in: pipistrello, lupo, nebbia, mandria di topi? Se fosse così non si spiegherebbe come mai io ti abbia vista anche di giorno, non trovi?”
“Nel folklore pop tu ci sguazzi, vero?”
“Che vuoi che ti dica, non capisco proprio dove tu voglia andare a parare.”
“Cercherò si spiegartelo, i miei vasi sanguigni, sono prensili. Possono aprirsi, fuoriuscire, ed in modo invasivo, a mo' di sinciziotrofoblasto dal corredo cromosomico raddoppiato, entrano nei vasi sanguigni altrui, succhiandone il sangue e potenzialmente causandone la morte.”
“Il paragone con animali intrauterini conosciuti anche come archeobambini è abbastanza pretenzioso. Comunque succhiare sangue in quel modo può causare la morte della gente che succhi in tempi anche molto brevi.”
“Un maschio adulto, mia preda preferita, ha circa un sei litri di sangue. Io con un litro e mezzo ci ceno, se si tratta di gentaglia però non rifiuto l'indigestione. Non ci vado per il sottile, io...”
“Ah bene. Ecco, ma se sbagli persona e becchi ad esempio un malato di Aids, per via del transito cosi diretto del sangue non rischi di contrarre anche tu la stessa malattia?”
“Ora ho solo voglia di baciarti.”
“Baciarmi nel senso di mettere le labbra sulle mie ed eventualmente la tua lingua nella mia bocca, oppure baciarmi nel senso di fondere le nostre vene e sistemare l'argomento “mangiar fuori” in una ventina di secondi.”
“Vediamo quanto coraggio hai.”
Uscimmo altre volte insieme, fino alla decisione finale di stare assieme. Lei, vecchia un paio di secoli e mezzo, ed io che avevo meno di un decimo dei suoi anni. Non poteva bere il sangue di altri, poiché innamorata del mio avrebbe vomitato del sangue alieno, assuefatta dal sapore che ormai per lei era assimilabile al concetto di vizio, se non di droga. Non capivo cosa ci trovasse, ma quando facevamo l'amore, capitava che dal suo corpo una qualche vena fuggisse e si incatenasse alla mia carne. Evitò, dopo il primo tentativo di succhiarmi il sangue, durante il coito, attraverso i suoi vasi vaginali, causa mia perdita subitanea di erezione. Evidentemente non conosceva il discorso relativo alla natura non muscolare, ma cavernosa del membro maschile. Da quel gesto capii che non era solita scoparsi le sue vittime, poiché questo ero io per lei, una vittima dalla quale non si poteva separare.
Un'estate passata assieme, con lei sempre più debole, bionda e consumata. I racconti delle scorpacciate finendo soldati e civili moribondi, durante le ultime grandi guerra, i plaboy latini ridotti a pesare sei chili e ventuno grammi in meno, le gambe di donna fatte sbiancare assieme a calde gote accese dal vino, e via dicendo, sino alla fine di agosto. L'astinenza alimentare, il suo semidigiuno l'avevano fatta sprofondare in una sorta di letargo. Non avevo con sangue a sufficienza per lei. Magra come un'anoressica una sera si era fermata a guardare le stelle, il cielo apparentemente immobile. Rimase così per un mese, senza dare segni di vita, con lo sguardo rivolto al cielo.
Poi capii che in effetti era morta. Mi informai attraverso vari esperti, che nulla però sapevano di vampiri che si nutrissero attraverso vasi sanguigni antropofagi. Mi domandavo se fosse forse l'unica della sua specie.
Aprii un polso coi denti, deponendo il mio sangue sul suo, le vene ripresero a vivere, ed in poco tempo tutto in lei si schiuse dallo stato di letargo in cui si trovava.
“Puoi rendermi come te?” Le chiesi una volta ripresasi.
“No, non se ne parla neppure. Io ti voglio mangiare un po' alla volta. Se arriverai a quarant'anni con un aspetto da uomo maturo, allora ti renderò simile a me, una divinità a tutti gli effetti, ma fino ad allora non me lo chiedere più.”
“Pensavo che fossi definitivamente morta.”
“Per liberarmi della maledizione che mi tiene incatenata a te debbo ucciderti.”
“Allora fallo, tanto ora come ora non ho molto da perdere.”
“Tu credi?”
“Si, io credo.”
Nulla di epico, nulla di degno di nota. Niente di cosi straordinariamente intenso. Solo la scontatezza di un dialogo ascoltabile per strada, magari in un quartiere in cui si agitino persone un po' drogate.
Nulla di nuovo, solo il periodico riciclare modelli e stereotipi preesistenti, assimilare tutti in cinque, sei o al massimo sette organismi massificati, dove tutti ricadono, in un modo o nell'altro.
“Uccidimi, avanti.”
“Sei così fissato con le botte, il sangue, e tutte queste mitologie da assassino represso. O ammazzi qualcuno per davvero o stai zitto, parlarne in questo modo è patetico.”
“Ma io non voglio ammazzare nessuno, voglio che mi ammazzi tu.”
“Cambia nulla? Sangue mio, sangue tuo, sangue di un passante, se non lo devi mangiare è assolutamente uguale. Non cambia un cazzo, te lo assicuro.”
“Se la metti così allora facciamoci una scopata seria, e quando vengo succhiami tutto dai pelvi.”
“Mi hai rotto le scatole anche con ste manie da morte perfetta, da eutanasia da samurai. Ti prego smettila di vomitare luoghi comuni.”
“Cosa facciamo allora?”
“Facciamo così, tu da oggi sarai il mio cordone ombelicale, il mio porcellino, mangerai in modo tale da garantirti un seimila kilocalorie al giorno, che ti serviranno a garantire a me il corretto quantitativo di sangue necessario alla mia sopravvivenza. É possibile?”
“E' possibile.”
A letto era tanto brava, e nuda era tanto bella. Mi ero ridotto al rango di cordone ombelicale effettivo, ruolo in cui ancora oggi a tre anni di distanza mi trovo. Le variazioni del mio peso sono controllate direttamente da lei, come un'onda che viaggia nel tempo. Mangio per due, mangio per me e mangio per lei. È come se fossi incinto. Tuttavia, va benissimo così. Nei periodi in cui sto troppo male poi, lei cerca il cielo in terrazzo, e rimane in quella posizione per giorni, settimane, mesi, non temendo il sole, nemico per antonomasia della razza a cui appartiene.
“Ci sono altri o altre anatomicamente e fisiologicamente assimilabili alla tua stessa razza?”
“No, o meglio non più. Ero presa dall'ossessione di essere unica, così li ho ammazzati tutti.”
“Essere unica, eh?”
Ogni tanto mi passa nelle vene il suo sangue anziché prendere il mio, un po' sbadatamente, e non rimpiango nulla della mia adolescenza a base di etanolo e thc. Il ciclo delle stagioni è ormai da tre anni per me scandito dai suoi capelli.
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venerdì, 09 marzo 2007, 14:14
Eiaculazioni di flamenco e profumi arabi e indiani invadevano il vecchio locale dal sapore vintage, meta di giovani ragazzi che si pensavano nostalgici di anni non vissuti, lieti di assistere al dimenarsi allucinato di un Jim Morrison figlio del duemila, in una delle “The end” peggio riuscite dal gruppo.
La serata non era male.
Ma l’essere meritava attenzione, particolare attenzione, e neanche una lunga bevuta riusciva a distoglierlo da quel pensiero. Ma lui voleva concentrarsi, non distrarsi. L’alcool era un’abitudine, un vizio che non gli costava in termini di pelo, ma in termini di lavoro sì, eccome se l’aveva pagata cara…l’ex professore quella sera non sentiva.
Aveva un braccio addormentato, ma si concesse ugualmente l’amarezza di un flipper. Durò cinque minuti, prima che l’occhio di vetro fosse risucchiato per la terza e ultima volta declamandone la sconfitta…un laconico game over, non che si aspettasse altra risposta da un flipper, ma dentro di sé ammise di esserci rimasto male.
Pagò al bancone, l’essere lo voleva, lo richiamava.
Pagò una seconda volta. Ma il destinatario stavolta era un travestito colombiano che ritirò il denaro appena salito in macchina: un martello e una chitarra acustica poggiati sui sedili posteriori facevano da spettatori all’ormai consueto spettacolo. L’aiutante cambiava, ma, slacciati i pantaloni, la trama rimaneva sempre la stessa. Anche Lui, nel bagagliaio, a suo modo poté comprendere la situazione…per Lui sì, quella era la prima volta. Avvolto in una busta di plastica, legato, al buio e con un’acustica non certo pulita. Tuttavia era nelle sue facoltà la possibilità di comprendere. Per il professore la prima volta non fu
gradevole, come poteva esserlo per un ragazzo di quindici anni? Come poteva esserlo in un oratorio?
Da pochi mesi a questa parte ogni sera tornava a pensare alla sua classe, alle ragazze che pubblicamente gli dimostravano affetto, e a lui che invece glielo dimostrava privatamente. Le troppe scollature, ogni giorno, avevano un significato, nel suo modo di pensare. Evidentemente era lo stesso modo di pensare delle sue alunne.
Ma lui si torturava. Gemeva e ripensava a Lui, chiuso nel bagagliaio da una decina di ore. L’aveva voluto. L’aveva scelto.
Abbandonò il compagno di nottata e si diresse verso casa…ma Lo sentiva, Lo sentiva graffiare dentro. Trovò un facile parcheggio sotto casa. Scese dalla macchina massaggiandosi il braccio ancora indolenzito. Diede luce al bagagliaio, aprendolo e si caricò il pacco su una spalla. Salutò un vecchino e non badò troppo alle urla di due checche che venivano pestate a sangue da un teppista nero appena diplomato. Non è dato sapere in quale scuola e in quale indirizzo.
Salì le scale, quarto piano.
Quattro mandate prima di poter aprire la porta di casa. Lo posò nel mezzo del salone.
Mancava poco ormai, decise di spogliarsi…lo faceva sempre quando “pensava” con le sue studentesse. Si arricciava freneticamente i peli del petto, e con la mano passava convulsamente dal mento barbuto alle ascelle.
Lo scoprì.
Ora poteva guardarlo nuovamente in faccia, occhi negli occhi…anche Lui aveva la barba. Fu sollevato dal vedere che stava bene, anche se la sua preoccupazione in giornata non si era posata tanto sul Suo stato: cosa doveva farne? Non cambiò idea, rimase coerente con la sua decisione iniziale nonostante avesse tentato di ripensarci, e in effetti l’aveva fatto numerose volte. Ma ora era convinto.
Lo trascinò vicino alla sua poltrona rossa, con il cuscino di piume di struzzo; era buio ma riusciva a vederlo. Sopra la Sua testa un quadro con tende rosse. Si alzò in piedi fissandolo e si meravigliò della sua idea: chi poteva dire di avere un nano da giardino in salotto? Chi?
Il suo piedistallo a scacchi stonava un po’ con il parquet, ma a questo avrebbe rimediato.
Era magnifico! E l’aveva trovato vestito in giacca e cravatta, con una lente nel taschino, pochi capelli castani e una folta barba arruffata.
Pensava che prima o poi avrebbe cominciato a parlargli al contrario…un pensiero molto lynchiano…
“Sì…e i gufi non sono quello che sembrano…certo…”
Rise, nudo.
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giovedì, 08 marzo 2007, 22:39
Attraverso il processo segreto ma affidabile di selezione delle idee è stato generato il nuovo tema:
"Quella fu la notte in cui vidi per l'ultima volta i suoi occhi immobili fissare il cielo."
Sempre meno di 3000 parole, e la scadenza è fissata a 3 giorni 10 giorni (proroga! fino a domenica) dall'arrivo e pubblicazione del primo racconto, tanto per aumentare la complessità del gioco. Grandi onori ai più meritevoli, e per tutti simpatici premi. Divertitevi.
(Ps.):: Zagabria sta facendo i suoi 40 giorni nel deserto e ha lasciato a me le chiavi, pregandomi di tenere tutto in ordine e dar da mangiare agli insetti. Se siete suoi amici partecipate. Lui avrebbe voluto così. Mandate a rumpelteazer666@gmail.com, o aggiungete come commento qui sotto.
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mercoledì, 07 marzo 2007, 17:39
I.
Il Cavaliere veniva da un mondo impossibile. Era vestito in bianco, ma sulla sua tunica correva un storta croce nera, certo non un emblema di crociati; e la sua armatura era strana, appuntita e spigolosa, e complessa. Lo scudiero che lo seguiva, a piedi, era deforme, ed enorme e curvo, come un campanaro di romanzo gotico, ed anch'egli indossava una curiosa specie di corazza, più leggera di quella del Cavaliere, ma comunque molto più spessa, e complessa, di quella di qualunque guerriero di questo mondo.
Lo scudiero vestiva in nero, e la croce sui suoi abiti era bianca; portava un cappuccio sbrindellato, ma il volto del Cavaliere era nascosto sotto uno spesso elmo. E gli occhi del viaggiatore brillavano cupi come braci, ma erano tristi, e sperduti.
Proseguivano, strascicando i piedi pesanti, e certo chiedendosi da dove venissero, e dove andassero.
Attorno a loro, la spessa foresta pareva una distesa di scheletriti rami anneriti da inconosciute piogge acide.
“Il Re Errante ci ha ingannato, mio signore, una volta di più. Ne abbiam piene le palle di seguir crociate, di riconquistare artefatti, di fracassare città.
“Io voglio tornare a casa, mio signore.”
Ma il Cavaliere sospirò soltanto, nell'aria grigia di quel mattino di un inverno che non aveva conosciuto neve, e soltanto proseguì, muovendo il cavallo smagrito, curvo sotto il peso delle asce e della lancia che portava appese sulla schiena. All'asta della lancia, uno stendardo consumato era appeso, attraversato da molte pallottole.
“Se ricordassimo ancora dov'è la casa, Ylwric. Se lo ricordassimo. Lo abbiamo seguito per così tanto tempo da non ricordare più neanche da dov'è stato che siamo partiti.”
“Mio signore, da qualche parte oltre l'orizzonte delle dimensioni, ecco da dove siamo partiti. Giriamo i tacchi ora, e torniamo verso casa, oltre il caleidoscopio degli universi, che ci mostra soltanto mondi spezzati. Cosa ce ne importa, della guerra, e delle dispute dei Signori?
“Noi siamo per il Re Errante soltanto delle carte gettate sul suo tavolo, tarocchi che anch'egli ha dimenticato come interpretare.”
“Tu l'hai mai visto, Ylwric? Il Re Errante, intendo. L'hai mai incontrato?”
Lo scudiero ristette, per un istante credendo che il Cavaliere potesse aver incontrato il loro lontano principe.
“No, mio signore, mai.”
“Neanch'io, Ylwric. E' per questo che proseguiamo. Perchè è una questione di fede. E alla fede si crede ciecamente, senza porsi domande.”
E lo scudiero non pose altre domande, e proseguirono oltre, nella landa desolata, attraverso il marasma di mondi, trascinandosi.
II.
“Yd è qui. Ho avvertito quel leggero incresparsi che denuncia la sua vicinanza. Quel contrarsi del cuore, del mio sangue che gli appartiene, che freme all'avvicinarsi del padrone.
“Chi, cosa è Yd? Non lo so, non l'ho mai saputo.
“Gli ho strappato un'occhio, e l'ho ingoiato, per fargli del male. Ma è sopravvissuto; come potevo credere che Yd potesse morire?
“E ora torna a prenderselo.”
Violet sedeva, torcendosi, su una buffa sedia, dal cuscino imbottito di piume di struzzo, ma questo lei non poteva saperlo; le ombre che irrompevano dentro la stanza, gettate dalle finestre, disegnava curiose scale di grigi, sul pavimento a scacchi, bianchi e neri, ma pareva a Violet che fosse in quelle ombre qualcosa di sbagliato, come se alcuni angoli non sarebbero dovuti esistere.
“Non ho mai capito davvero come, per lui, venire a letto con me fosse come la zoofilia, un piacere esotico e curioso, in cui l'orgasmo era meramente secondario alla soddisfazione di una certa urgenza, un'attrazione verso la bizzarria.
“Non sono riuscita a non odiarlo – non dopo quello che mi ha fatto, non dopo la terribile intrusione che mi ha costretta a subire.”
“Oh, ma dove sono, che posto è questo? Io non l'ho mai visto, io non so dove io sia. So solo di esser scesa dalla metropolitana, alla fermata di Queensway, a Londra, Inghilterra, nel 2007, Annus Domini, e d'improvviso, fuori dalla porta, ogni folla era scomparsa, ed io ero sola, qui, in questo luogo che non conosco. Il paesaggio al di fuori è ovattato dalla nebbia; l'ultima candela si è consumata poco fa.
“Ma io so che Yd sta arrivando. E so di non essere più a casa, so di essere in qualche luogo lontanissimo oltre i confini del possibile.”
Aveva conosciuto Yd per caso, proprio su una metropolitana. Violet aveva diciassette anni, allora. Yd era oscenamente carismatico, questo Violet l'aveva notato al primo istante. Le aveva sorriso, ed i suoi occhi avevano brillato, e lei era già pronta a darsi a lui, in quel breve istante. Ma uno dei suoi occhi non era vero. Era un qualcosa di vetro, e tuttavia pareva curiosamente vivo. Non c'erano iride o pupilla, in esso, ed un orribile cicatrice sfigurava quel volto altrimenti perfetto, squadrato, simile a porcellana.
E Violet era rimasta colpita da quel gruppo di uomini e donne che, ora lo sapeva, venivano da un altro tempo, un altro universo, e che Yd chiamava: la mia ciurma.
Molti erano come lui: alti, fisicamente potenti, capaci di muover gli oggetti con la forza del pensiero, di leggere la mente, di sopravvivere in letargo, di frammentare la propria autocoscienza, ed altro ancora, che Violet ignorava, che Violet non aveva visto fare.
Altri, erano di specie più curiose, roba che mai Violet aveva creduto sarebbe stato possibile vedere, proprio là, nel cuore di Londra nel XXI secolo; alcuni sembravano guerrieri venuti fuori da un Medioevo su Marte, coperti in stracci neri, incapaci di parole, con lance lunghe, ricurve, seghettate, simili a falci concepite per mietere un grano di ferro.
III.
Sfilavano adesso attraverso la campagna, marciando oltre brughiere grigie ed alberi preda dell'inverno, dove antiche foglie dorate si disfacevano, disposte in strati.
Ma d'improvviso, osservando la distanza da sotto il cappuccio sbrindellato, lo scudiero si fece immobile.
Per lunghi istanti, rimase paralizzato, osservando le distese di bianchi, grandi fiori dai petali come di velluto, a oscillare nella brezza di quel mattino sospeso in un mondo che non esiste.
“Mio signore. Mio signore!”, urlò lo scudiero, rincorrendo il Cavaliere, lento e pesante sotto la grande corazza ed il greve bagaglio.
Il Cavaliere si voltò appena, debolemente, reclinando la testa un istante sotto il pesante elmo.
“Mio signore, siamo a casa! Siamo a casa!”
Il Cavaliere parve smarrito, chè non riusciva più neanche a ricordare, di aver mai udito una simile parola: casa.
No, non detta in quel modo, con quella furia.
“Guardate, mio signore, guardate! Là davanti! Davanti a noi, oltre la bruma, vedete le sue luci? E' la Città di A.! Siamo tornati a casa, nel Regno delle Cose Perdute!”
Ed il Cavaliere strizzò gli occhi, sotto l'elmo che aveva portato, ininterrottamente, per così tanti anni, da non riuscire più a ricordare come fosse la nuda luce del sole; e, nella distanza, vide infine i portali della Città di A.; gli archi di trionfo, le torri invitte, i colonnati di granito, quadrati e sterminati.
Vide le cattedrali, e vide, lontanissima adesso, ma sempre più nitida man mano che si avvicinavano, la veste color indaco della Guardiana: la sentinella della Porta, che stava seduta sul terzo scalino in una progressione di sette, presso la Porta che era detta del Mattino. E la sua grande spada stava mollemente abbandonata nel pugno dolce, nella sua mano sinistra, ed essa si osservava la punta dei piedi, il capo reclino, la mano libera nei capelli corvini, mentre la brezza agitava la lunga veste sbrindellata, e faceva tintinnare i campanelli, e gli altri orpelli che essa portava appesi al collo, o sulle braccia.
Era la Guardiana, non c'era dubbio.
“Sì, Ylwric. Hai ragione. Siamo tornati a casa. Siamo tornati nel Regno delle Cose Perdute, il dominio del Re Errante, egemone del possibile.
“Siamo tornati nella terra dalla quale non si può fuggire; e se ora ci voltassimo indietro, per attraversare nuovamente le nebbie, per tornare sugli innumerevoli campi di battaglia degli infiniti mondi al di fuori, le brume e le nebbie inevitabilmente ci restituirebbero alla Città di A.
“Siamo tornati a casa, nel luogo dove, dentro la stanza più alta della Torre di San Michele, sta il trono vuoto del Re Errante. Ed infatti qui, nel Regno delle Cose Perdute, il tempo è fermo.
“Siamo tornati a casa.”
Procedevano adesso di fianco ad uno dei colossali acquedotti che, dalla distesa salina attorno alla Città di A., giungevano fino alla grande città.
Presso una delle cappelle dedicate a Nostra Signora della Polvere, il Cavaliere si fermò, sulla sponda di un ruscello che scorreva grigio, quasi immobile e simile a specchio, sotto il cielo invernale simile ad un vetro opaco.
“Siamo tornati a casa. Siamo tornati a casa. Oh, non siamo più legati al Re Errante, non gli dobbiamo più infinita fedeltà, non dobbiamo più seguir le sue crociate, trovare i nidi dei vampiri ed i luoghi dove le bestie che mutano forme sono nascoste; mai più ad affrontare orrori muniti di tentacoli, o a inseguire navi di pirati delle dimensioni là fuori, nel gelo infinito del mare di possibilità, dentro il quale tutti i mondi mai creati galleggiano come isole baluginanti.
“No... mai più... siamo tornati... a casa... Ora possiamo... finalmente... scomparire...”
E lo scudiero annuì gravemente, mentre, lentamente, dolcemente, essi svanivano, scivolando via nel mattino invernale, divenendo polveri e vapori, disfacendosi piano, trovando infine la pace.
IV.
D'improvviso, Yd sorse, sollevandosi dal pavimento a scacchi, bianco e nero, polveroso e incrostato di antichi umori, sul quale per molte ore aveva giaciuto, dopo che Violet gli aveva strappato via l'occhio da dentro il cavo del cranio.
Sbattè le palpebre.
Un nuovo globo oculare era stato situato dentro la cavità dell'orbita; più evoluto del precedente, ma meno gradevole alla vista, più evidentemente innaturale. Una sfera di metallo lucido e privo di increspature, simile ad argento, a brillare innaturale dentro il volto squadrato di quell'uomo artificiale.
Era un gigante. Si sollevò, nella sala operatoria, e sfiorava i due metri. I capelli racchiusi in dreadlock, biondastri, raggiungevano le natiche. Era un colosso, e Violet, che egli cercava, per riprendersi l'occhio adesso rimpiazzato, lo aveva visto compiere imprese fisiche che erano addirittura oltre quello che la sua enormità fisica poteva far intuire.
Socchiuse gli occhi; e cercò, attraverso le vene della città, un luogo preciso. Aveva trovato Violet, cercandola con occhi della mente. Sapeva che non era ancora andata via. Sapeva che stava correndo, attraverso luoghi sotterranei, per sfuggirgli.
Sorrise appena, Yd, rivelando i denti irregolari, alcuni dei quali curiosamente appuntiti.
L'occhio che a Yd era rimasto brillava terribile, ma egli teneva sulle labbra quel suo mezzo sorriso; attorno a lui, era la sua ciurma.
Non pronunciò parola. Fuori dall'alta torre, in quel grattacielo in rovina, si estendeva la città; la luce del meriggio estivo, che moriva, irrompeva dentro, dorata, scuotendo le polveri. La sua ciurma stava immobile. Il capitano era stato privato del proprio occhio.
Ora doveva, lui e soltanto lui, vendicarsi.
Camminò, lentamente, ieratico, fino ad una delle enormi finestre; la aprì, metodicamente, e il cigolare dei cardini arrugginiti spezzò l'aria come una voce di uccello preistorico.
Respirò l'aria, intensa e viva, di quel giorno che moriva.
Poi, allargando il proprio sorriso, si tese appena, come un arco lieve; e in un istante precipitava attraverso l'aria, per molti piani, divenendo sempre più sfocato e irriconoscibile.
Finché infine non si disfece completamente, scivolando tra le intercapedini delle dimensioni, viaggiatore del tempo.
V.
“Ho condiviso il suo sangue. Io so che nelle vene di Yd non è il sangue cremisi; egli possiede una linfa argentea, simile a mercurio, e so che, se gli si spara, questa non fuoriesce dalle vene. L'ho visto operare su sé stesso, prendere un bisturi e togliersi via proiettili dalle budella, senza un tremito di dolore, senza un istante di esitazione: senza morire.
“Mi ha iniettato dentro le vene, da una curiosa siringa di vetro, il suo stesso elisir di lunga vita, quel mercurio curioso. Mi ha detto che i miei vasi non avrebbero potuto sopportare una totale sostituzione, essendo io troppo fisicamente fragile; ma mi ha detto che anche lui ne aveva bisogno, periodicamente, visto che la sua milza si era atrofizzata da molto tempo, incapace di produrre quel tipo di linfa nuova.
“Anche Yd, occasionalmente, una volta ogni due-tre giorni, deve iniettarsi dentro questo composto; o iniziare a divenire una mummia, una cosa morta, fredda e rinsecchita. Non rende immortali, no, questo è impossibile, ha detto Yd; ma ha anche detto che può prolungare una vita di uomo per molti secoli.
“Ed io so pertanto di non poter uccidere Yd.”
Si torceva, Violet, chiedendosi poi cosa davvero fosse Yd, da quale mondo egli venisse. E sapeva che presto una risposta sarebbe arrivata.
Dentro le vene di lei, il sangue esigeva una risposta.
Per quanto in quel nuovo mondo dovesse essere inverno, una goccia di sudore scivolava sulla sua pelle, sotto la scollatura della maglietta rossa.
Non si voltò neanche, quando udì passi improvvisi, venuti fuori dal nulla, sul pavimento di marmo bianco e nero. Non ebbe un tremito.
Inspiegabilmente, tirò fuori di tasca invece un massacrato pacchetto di Lucky Strike, senza filtro, sudaticce, quasi un inspiegabile relitto di quell'altro mondo in cui essa non esisteva, più, e ne mise una tra le labbra; poi, porse il pacchetto a Yd, appena, egli fu davanti a lei.
Non si scosse neanche, Violent, quando vide che l'uomo indossava, sopra jeans, stivali e giacca, un grande mantello un tempo nero, ora di un grigio stinto, sbrindellato e consumato come lo stendardo di quel Cavaliere di cui si è detto.
VI.
“Non fumo, Violet, lo sai. La vita eterna ha il suo prezzo, soprattutto in termini di astinenze e digiuni, per quanto certo non nel senso dei monaci stiliti, se mi permetti la fragile freddura.”
Yd, come sempre, come sempre, sorrideva, con quel sorriso sardonico e ironico, un sorriso a metà, che lasciava sempre intuire i denti appuntiti sotto le labbra, senza mai rivelarli del tutto.
Gli occhi dell'uomo si mossero lontano, fissandosi su un punto oltre la finestra; verso di essa egli si mosse, guardando fuori, la distesa di nebbia, oltre la quale forse quel suo nuovo occhio d'argento poteva vedere.
E, con infinita sorpresa di Violet, sospirò pesantemente; quella sua schiena dritta davanti alla finestra, come quella dell'albero maestro di una nave che, dopo infiniti viaggi, ritorni in porto.
“E così, sei arrivata. Sei arrivata nella mia casa. Ti sei chiesta per molto tempo cosa io fossi, davvero, da dove io sia venuto.
“Ora lo sai, o lo saprai.
“Questa è la Città di A. Questo è il luogo da cui vengo.
“E' l'asse delle dimensioni, il punto zero di qualunque sestante, per un navigatore che voglia percorrere la distesa dei mondi.
“Questo è il luogo dove tutti i mondi gettano la loro ombra; ma non è nessun mondo di preciso.
“Cosa sono, io?
“Sì, dovresti saperlo. Adesso sì.
“Sono un uomo. Sono un navigatore, che ha visto mondi infiniti, che ha percorso tutti gli orizzonti possibili, che ha appreso più, molto più di quanto ad un mortale dovrebbe esser permesso.”
Si voltò allora verso la donna, aprendo il suo sorriso, forse per la prima volta in tutta la sua vita, Yd. Ma Violet attendeva, immobile e paralizzata, come fossile, e non capiva cosa volesse adesso da lei quell'essere curioso, che essa sapeva tanto propenso alla malinconia quanto alla furia.
“Esiste un trono vuoto, al centro preciso della Città di A., nel luogo che è chiamato Fortezza dei Quattro Arcangeli; nella torre che è detta di San Michele.
“Quello è il trono del Re Errante. Il re che è sceso dal proprio scranno, e si è fatto mendicante e pirata; un re che ha condiviso il letto di puttane, e che ha bucato così tante volte le proprie vene, carne e sangue fragili.
“E' un trono vuoto da molti anni. Il re vagabondo, il re zingaro, chi è che ricorda più dove egli sia, il Signore delle Cose Perdute?
“Questo è un luogo strano, Violet.
“Qui, alcuni uomini sono progettati nel grembo della madre ancor prima di nascere; e l'utero dentro al quale inizia a fiorire la loro vita è di metallo, nei sotterranei sotto le fortezze dei Patrizi.
“Dove macchine troppo antiche perchè io stesso possa ricordarne il funzionamento incontrano le arti delle vecchie streghe e degli spiriti della notte, bambini geneticamente perfetti sono creati.
“Io sono uno di questi.
“Io sono stato progettato per essere re.
“Io sono il Re Errante.
“Io ho conquistato il trono nella Torre di San Michele, un milione di anni fa, o forse pochi giorni sono trascorsi, qui non cambia nulla.”
Violet, confusa, non sapeva cosa credere, non capiva perchè Yd stesse parlandole in questo modo, non sapeva cosa ci fosse di vero, nelle sue parole; ma le bastava guardar le brume in movimento fuori dalla finestra, per sapere che Yd era sincero.
Le bastava osservare il modo in cui egli parlava, così strano, così spontaneo, per il grande ingannatore.
“Pensavi che fossi venuto a ucciderti, Violet? Pensi che io abbia ucciso il figlio, mio figlio, che portavi nel ventre perchè non desideravo esser legato a te per sempre?
“Beh, hai un mio occhio nell'intestino, amica mia.
“Temo proprio di non desiderare ulteriormente eluderti.
“Sei riuscita a farmi del male. Sei riuscita a ferirmi. Sei riuscita a farmi sentire il peso della tua assenza, non di quella del mio occhio, mentre giacevo immobile immerso nel coma farmacologico, quando i miei uomini rimpiazzavano il bulbo oculare che tu mi hai tolto.
“Ti sei conquistata la mia ammirazione.
“Vieni, andiamo.
“Ci sono infiniti mondi da predare, infinite vite da percorrere.
“Andiamo. La rotta è già stata stabilita, e tu sei nella ciurma.”
E, con propria infinita sorpresa, Violet si levò in piedi, schiacciò il mozzicone sotto i tacchi delle scarpe leggere, e afferrò la mano che Yd, il terribile, gli porgeva.
E camminò fuori, senza guardare quell'ultimo mozzicone spento sul pavimento bianco e nero, con quella scritta, Lucky Strike, che era già per lei come un souvenir da un mondo esotico, intravisto al limitare di viaggi innumerevoli.
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mercoledì, 07 marzo 2007, 16:51
Novantaquattro
Continuavo a fissare quella stupida lancetta che oscillava fra l’essere ancora in vita e l’orlo del baratro; la cosa paradossale è che la cosa che mi teneva ancora in piedi era anche la cosa che mi stava lentamente uccidendo: consumava i miei tessuti logorava il mio cervello. Più volte mi avevano invitato a smettere, ma come si fa a rinunciare a l’unica cosa che ti permette di guadagnare milioni di dollari l’anno scrivendo libri per persone che ti considerano un dio sceso in terra con lo scopo di cambiare la propria esistenza con la lettura di combinazioni di parole, a volte senza senso, partorite dalla mia mente?
Premevo ipocritamente i piedi verso il basso sperando che il bastoncino di plastica rossa pendesse sempre di più verso destra. “42” dio santo! Ero a pochi giorni dal mio trentacinquesimo compleanno e pesavo solo quarantadue chilogrammi.
Mi voltai verso lo specchio, quella figura riflessa mi procurava un senso di nausea e di incredulità; facevo fatica a credere che il mio corpo era diventato uno scheletro avvolto in un sottile strato di pelle e carne. Fissavo quella figura, gli occhi vitrei, sbarrati e inespressivi; comincia a maturare l’idea di smetterla con quella merda di ritirarmi dal mio ruolo di scriba ma un evento inatteso mi fece distogliere quei pensieri dalla mente: dall’impianto audio in filodiffusione collegato al mio pc, sentì il segnale acustico di una e-mail ricevuta. Comunicazioni della casa editrice o qualche pubblicità idiota, pensai mentre entravo nello studio e mi accomodavo sulla mia poltrona da 5000 dollari. La mail non aveva titolo e il testo era inequivocabile:
“Novantaquattro, solo quattro punti:
Scollatura di maglietta rosso shock
Occhio di vetro in culo
Pavimento a scacchi bianco e nero
Sedia di legno con cuscino di piume di struzzo.
Consegna mercoledì ore 19.37”
Un sorriso comparve sul mio viso mentre cancellavo la e-mail. Dopo mesi di silenzio i Novantanove avevano lanciato una nuova sfida a se stessi.
Mi spallai sulla poltrona in pelle chiusi gli occhi e comincia a pensare al mio racconto; i quattro punti si mescolavano formando strane trame e intrecci sempre più contorti ma poco originali e altrettanto geniali. Avevo bisogno di Lei. Aprii gli occhi e senza nemmeno rendermene conto avevo rivolto il viso e lo sguardo verso il piattino in bronzo luccicante su cui era adagiata la mia Lei. La presi tra le dita la fissai e con delicatezza la iniettai nel braccio destro.
Il resto è cronaca per giornali scandalistici e notiziari della sera.
“Morte per Overdose”.
Il mio unico rimpianto è stato quello di non aver mai scritto il mio ultimo racconto per i Novantanove.
Novantotto
“Ancora due e per stasera ho finito”
Mi dissi mentre le ultime due foto scattate quel giorno cominciavano a mostrare i loro soggetti che a poco a poco parivano sempre più chiari sotto la luce rossa della camera oscura del mio appartamento.
Quel giorno faceva particolarmente freddo e il mio impermeabile nascondeva perfettamente la macchina fotografica che alla vista di qualche soggetto interessante, avrebbe fatto la sua comparsa e immortalato quella figura che sarebbe divenuta il soggetto per la mia prossima opera d’arte. Amavo fotografare, soprattutto quelle persone perse nei loro pensieri che fissano il vuoto alla ricerca di una risposta ai loro problemi o semplicemente di un attimo di pace per estraniarsi dalla solita vita frenetica.
“Ecco fatto!”
Guardai soddisfatto le foto. La seconda in particolare era perfetta, già dall’indomani mattina avrei potuto cominciare la mia nuova opera d’arte. Fissai la foto allo spago con una molletta e con molta calma e altrettanta impazienza, mi diressi verso la mia camera da letto. Prima di coricarmi passai dal mio studio dove su una parte, primeggiava la collezione delle mie opere d’arte. Accesi la luce e mi avvicinai all’espositore: osservai uno ad uno quei capolavori che per anni avevano occupato gran parte del mio tempo per la loro realizzazione.
Sorrisi dando un ultimo sguardo all’espositore, mi voltai e rimasi a guardare il pavimento a scacchi bianchi e neri abbandonandomi ai ricordi; erano memorabili le partite di scacchi che si svolgevano su quel pavimento che all’occorrenza si trasformava in una scacchiera gigante. Nell’ultima partita giocata, il mio avversario indossava una maglia rossa shock con una scollatura che mostrava appena le sue forme; era una donna bellissima avevo uno sguardo intenso, due occhi neri come la pece che facevano trasparire un alone di mistero. Doveva essere mia!
Pensieri su come doveva essere fare l’amore con lei continuavano a susseguirsi nella mia mente, non riuscivo a pensare ad altro ero come in ipnosi mentre la guardavo studiare la prossima mossa e muovere il grosso pezzo verso la casella, mossa che risultò fatale per l’esito della partita.
”Scacco matto!”
Disse e dopo avermi sorriso si fermò ad osservare l’espositore; fu l’unica persona che, senza darmi del maniaco, apprezzò molto la mia collezione, le piacque a tal punto che mi chiese di donarle il pezzo ispirato a lei. Non riuscì a dirle di no. Aprii l’espositore e con molto cura presi la riproduzione in vetro del suo occhio destro; era il mio preferito ma non mi dispiacque donarlo alla donna verso cui provavo un’attrazione inverosimile. Le presi la mano e lo posai sul suo palmo. I nostri sguardi si incrociarono mentre chinò il capo per osservare da vicino l’occhio di vetro. Era perfetto, riproduceva ogni minima sfaccettatura di luce e tonalità. Mi sorrise ed estrasse dalla tasca dei pantaloni un piccolo borsellino a forma di tartaruga; aprii la cerniera che aveva sulla pancia e vi mise dentro l’occhio di vetro facendo molta attenzione ad incastarlo per bene nella parte posteriore del borsellino, che evidentemente era la più morbida. Le dissi ironicamente:
“Guarda un po’ dov’è finito il mio occhio più bello… nel sedere di una tartarughina!”
Esplodemmo in una risata, poi mi prese le mani mi guardò e mi disse:
“Vuoi fare l’amore con me?”
Le fiorai il viso con le dita la baciai e le risposi:
“Desideravo da tempo fare l’amore con te e non voglio perdere questa occasione..”
..
Alzai la testa quasi di scatto. Il suono di una e-mail ricevuta mi distolse la mente da quel ricordo bellissimo ed intenso. Sospirai e mi avvicinai alla scrivania dello studio, mi sedetti sulla sedia in legno rifinita con il nuovo cuscino di piume di struzzo e aprii l’e-mail:
“Novantotto, solo quattro punti:
Scollatura di maglietta rosso shock
Occhio di vetro in culo
Pavimento a scacchi bianco e nero
Sedia di legno con cuscino di piume di struzzo.
Consegna mercoledì ore 19.37”
Rimasi turbato molto perplesso e confuso. Durò poco quella sensazione. Dovevo scrivere il mio racconto e non avevo bisogno di inventare nulla questa volta, mi bastò trascrivere nei particolari il giorno che più di tutti mi è caro.
Settantasette
“Settantasette, solo quattro punti:
Scollatura di maglietta rosso shock
Occhio di vetro in culo
Pavimento a scacchi bianco e nero
Sedia di legno con cuscino di piume di struzzo.
Consegna mercoledì ore 19.37”
Questo è il testo dalla mail che ho ricevuto qualche istante fa.
“Devo scrivere qualcosa di originale qualcosa che possa impressionare i Novantanove!”
I Novantanove.
Tutto per è cominciato qualche anno fa quando mi arrivò una mail che mi invitava a far parte di questa grande comunity formata da novantanove persone che hanno in comune la passione per la letteratura e soprattutto per lo scrivere. Nessuno conosce l’identità degli altri. Forse è proprio questo il punto più affascinante di questo grandissimo gruppo: chissà magari ne fa parte qualche personaggio noto oppure un mafioso. Non lo saprò mai e nessuno di loro saprà mai chi sono e cosa faccio nella vita a parte scrivere amatorialmente.
A turno si scelgono le linee guida dei racconti da scrivere e la data di consegna. Il racconto dev’essere inviato a chi ha lanciato la sfida che sceglie il migliore e comunica all’autore la vittoria della sfida. Regola fondamentale, la mail una volta letta va cancellata.
I Novantanove sono altrettante persone ognuna delle quali ha sostituito il proprio nome con un numero da Uno a Novantotto. Io ho scelto Settantasette.
Ora mentre cancello la mail penso a che nesso possono avere i quattro punti, quanti e come devono essere i personaggi.
Sarà dura scrivere qualcosa che possa far colpo. Mi piacerebbe ricevere un giorno la mail che mi comunica la vittoria della sfida però non credo di avere le capacità giuste per scrivere un racconto degno dei Novantanove.
Dopo aver ricevuto dure critiche sull’ultimo racconto che ho scritto, mi viene difficile credere nella mia fantasia e nella mia capacità di ideare qualcosa di bello e soprattutto originale. Forse ci penso troppo, dovrei scrivere come un tempo quando buttavo giù tutto quello che mi passava per la testa senza pensare troppo ai nessi logici tra una situazione e l’altra.
Si! Farò così! Scriverò il racconto che segnerà il mio riscatto morale!
Sono passati 47 minuti. Sono seduta sul letto con la schiena poggiata al muro il notes poggiato sulle gambe a giocherellare con la matita aspettando che arrivi l’ispirazione per scrivere il mio racconto. Cosa mi sta accadendo!?! Non riesco più a scrivere! Forse non l’ho mai saputo fare e mi illudevo di essere una capace. Forse devo solo dormirci sopra domattina avrò sicuramente qualche buona idea.
La mia radiosveglia sul comodino segna le 2.56, è notte fonda, ho la gola secca e non riesco a dormire. Domattina ho la scuola so già che verrò interrogata ma non ho fatto molto ieri per prepararmi all’eventualità.
Vado in cucina a prendere un bicchiere d’acqua e camminando nel corridoi mi rendo conto del suo pavimento a scacchi bianchi e neri, mi guardo e non indosso più il mio pigiama ma un paio di jeans blue ed un maglietta color rosso shock scollata. Osservo i jeans e noto che c’è qualcosa nella tasca destra. Metto la mano all’interno tasto un po’ intimorita ed estraggo un peluche a forma di tartarughina. Lo tasto e sento che c’è qualcosa di sferico all’interno ma non riesco a capire cosa può essere. Una biglia? E come ha fatto a finirci dentro? Esamino meglio il pupazzetto e noto che ha una piccola smagliatura sotto la codina allora premo la biglia verso la smagliatura per cercare di farla uscire ma è troppo grande per uscire da un buchino così piccolo. Tiro qualche filino per allargare la smagliatura e finalmente si allarga abbastanza per permettere alla biglia di uscire. La faccio cadere sul palmo della mano sinistra la guardo la ruoto con il pollice e mi soffermo a guardare la strana pallina nera dipinta su un lato.
“Dio Mio!!! Ma è un occhio di vetro!!!”
Spaventata lo lascio cadere in terra, questo rotola verso il fondo del corridoio dove intravedo una sedia di legno ben rifinita sulla quale è seduta una persona. Mi avvicino con molta cautela cercando di capire chi fosse e soprattutto cosa ci facesse nel mio corridoio alle tre di notte. Lo raggiungo, è di spalle faccio il giro e uno spettacolo raccapricciante mi si presenta davanti! Un uomo magrissimo quasi scheletrico con nel braccio destro una siringa aveva la bava alla bocca, il sangue che gli colava dal naso inzuppato nella sua stessa urina che aveva insudiciato il cuscino della sedia e i suoi pantaloni.
URLO URLO URLO!!!
Mi sveglio nel sonno completamente sudata. Era solo un incubo un terribile sogno. Mi fermo un attimo a pensarci e mi rendo conto che aveva in se tutti e quattro i punti da cui partire per il racconto dei Novantanove! Si è perfetto per il mio racconto! Domattina lo trascriverò. Sarà il racconto del mio riscatto ne sono sicura!
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